domenica 28 agosto 2016

GIOVANI, LA VITA È BELLA, MA ATTENTI AI DELIRI DI ONNIPOTENZA

Tutti siamo consapevoli ed esperimentiamo oggi che il nostro è un tempo molto inquieto e travagliato, una società molto conflittuale, una civiltà posta ad uno spartiacque che tenta di dimenticare il passato, ma non sa costruirsi il futuro. Il fatto del terrorismo è un aspetto, ma non l’unico. Non vale la pena citare tutti i casi successi negli ultimi dieci mesi dal novembre 2015 all’agosto 16, quanto piuttosto notare che sta avverandosi un cambio generazionale, cioè molti crimini vengono compiuti da giovani, e anche le menti di molte organizzazioni criminali sono gestite dai giovani. I più gravi vale la pena elencarli: l’ideatore del massacro del Bataclan 13 novembre con 130 morti era un giovane di 32 anni, insieme con un gruppo di complici di cui 4 ragazzi dai 18 ai 23 anni. Il camionista di Nizza che il 6 giugno falcidia 84 persone nel viale del lungo mare aveva 29 anni. La strage di Orlando in Florida contro un bar di omosessuali con 50 morti pure perpetrata da un ventinovenne. La strage di Monaco del 22.7 in un centro commerciale con 9 morti fu opera di un diciottenne 19 e 20 anni l’età dei due giovani terroristi che il 26.8 sgozzarono a Rouen in Francia un prete ultraottantenne mentre celebrava messa. Qui va subito premesso che non si tratta solo di stragi di matrice islamica, di Isis, e dei militanti di Allah. Se no si arrischia di spostare sempre il problema contro gli altri per innocentare la nostra gioventù, e cadere nel solito equivoco di invocare la guerra di religioni, che a quanto pare c’entrano sempre meno, in quanto la religione viene strumentalizzata per coprire altri interessi. D’accordo che alcuni attentati vanno addebitati all’Isis in quanto operati da emissari appartenenti all’organizzazione. E qui prendiamo atto di molti giovani europei che si arruolano ed emigrano in Siria. Un giovane italiano residente nel Cantone di Sangallo lasciò detto che egli entrava nell’Isis, perché voleva vivere e morire per un nobile ideale, per qualcosa di grande. E che qui la vita è troppo piatta. Ovvio vi sono stragi compiute da emissari del terrorismo. Altre vanno addebitate ad alcuni simpatizzanti e forse candidati, ma molti altri giovani compiono efferatezze solo perché influenzati da questi esempi. A loro guerra santa, uccidere tutti gli infedeli, morire per Allah interessa proprio niente. In effetti le vittime dell’Isis sono 90% musulmani, cioè dei loro, e solo un 10% di cristiani. Questo anche per consigliare i cattolici europei di non gonfiare ad arte le cifre, e fare del vittimismo, quasi che gli altri ce l’abbiano contro di noi perché cattolici, anziché perché difensori dei nostri privilegi, del nostro benessere, storici predatori del loro petrolio in cambio di armi e rapitori delle loro risorse coloniali. E qui ben disse Papa Francesco quando sottolineò che non si tratta di guerra di religione, ma guerra di interessi. Dall’Isis però e dal terrorismo il discorso va ampliato nel senso che ciò che fa paura oggi è la radicalizzazione dei giovani. Cioè da una parte vi è molta gioventù senza idee, molle, indifferente, godereccia alla giornata, dall’altra però esiste una gioventù che non tradisce se stessa. In fondo la gioventù è sempre stata totalitaria, nel bene o nel male, nel mondo del vuoto o in quello delle conquiste. La gioventù è il tempo più esposto alla crisi: passata l’infanzia controllata dai genitori, non ancora intrapresa la vita degli adulti moderata dall’esperienza. In molti giovani sia in quelli che si aggregano a gruppi terroristici, sia a gruppi di bullismo e del branco specie se adolescenti è molto impellente il senso dell’onnipotenza. Allah non è la causa ma la giustificazione a posteriori di una volontà di potenza, di affermazione, di lasciare il segno di sé. Altra opinione che circola è quella di pensare che i giovani di oggi siano fragili, psicologicamente deboli e labili. Certo che l’Isis arruola più facilmente questo settore perché proprio nelle persone interiormente fragili può scattare il bisogno di eroismo che sa di compensazione. Noi siamo convinti che i dittatori siano sempre persone interiormente forti, di diamantina convinzione, invece ti può succedere che sentono il bisogno di camuffare la loro debolezza interiore con atteggiamenti rigidi e disumani. Chi ci assicura che Mussolini e Hitler fossero degli uomini interiormente ferrei? Nelle loro pose e decisioni esteriori senz’altro. Per il resto ogni dubbio è legittimo. Gesù disse “Beati i miti perché possederanno la terra”. Ovvio, ci vuole più forza interiore a dimostrare comprensione, pazienza e umanità che non governare nella sopraffazione e nella dittatura. Altra spiegazione del radicalismo giovanile può essere l’emulazione, il bisogno di ricopiare, di ripetere per essere accettati nel gruppo e per sentirsi parte di una certa casta. E qui ci si domanda se per esempio i mass media, l’internet, non abbiano la loro responsabilità, causa ed effetto ad un tempo. Escludere dalla comunità dei giovani via twitter e deridere una ragazza perché cicciottella o un maschietto perché brufoloso può portare a delle conclusioni e reazioni, istinti di difesa-offesa, azione-reazione impensate. Altra causa della radicalizzazione giovanile si può riavvisare nel bisogno di oltrepassare limiti e frontiere. D’altronde questo è un po’ il nostro peccato originale al di là se il racconto su Adamo ed Eva sia storico o mitico. Il desiderio e l’abbrezza di infrangere ogni tabù. E viene in mente un personaggio del romanziere francese André Gide che dal marciapiede getta sotto il treno un anziano per il ribrezzo di vedere dilaniata una persona. Ed anche quello recente che avvenne la notte del 6 marzo u.s. a Roma quando due giovani si mettono a cercare per la città un coetaneo di 23 anni, portarlo in casa, e finirlo a coltellate. Alla polizia che investigò sul movente, Mario Follo, uno dei due omicidi rispose:” in un mondo che muore di noia la curiosità di vedere come si uccide e che cosa si prova.” Infine anche la musica rap: così ricercata dai giovani con quei giochi di parole ritmate esprime sentimenti, racconta storie, si autocelebra. Un genere che si divide in varie correnti, gangster rap, hardcore rap, alternative rap, ma, sostengono i criminologi, con l’effetto di fomentare in molti soggetti l’odio verso tutto e tutti. All’apparenza non sembra, ma se studiosi affermano, forse va preso atto. Tutto Il problema comunque sta nel domani. La vita che noi consegniamo ai nostri figli è fatta di nulla, e di qui nasce ogni trasgressione e violenza, ogni fondamentalismo, ogni delirio di onnipotenza per affermarsi: “noi ci siamo”. Arrivati alla fine del mondo? No di certo, forse alla fine di un mondo. Come è finito il mondo e la civiltà dei romani e poi rivitalizzato da forze nuove e fresche, così potrebbe essere del nostro. Intravedere e costruire un futuro diverso è opera di tutti e di ciascuno.

Autore
Albino Michelin
26.08.2016