lunedì 11 settembre 2017

A BASSANO UN ALBERO DEL VIALE DEI MARTIRI DEDICATO A LUCA RUSSO?

Veneto in lutto. Commozione non solo della città del Grappa, ma di tutta una regione per la perdita di un figlio, falciato da un furgone killer dei terroristi Isis il 18 agosto mentre passeggiava con la fidanzata sul viale della Ramblas di Barcellona in Spagna. Tredici vittime, di cui due italiani, lui e Bruno Gullotta di Legnano, e il terzo residente all’estero. Luca Russo si trovava nella città catalana per un periodo di vacanza. Ovviamente sdegno per i gesto criminale e solidarietà per una giovane vita stroncata: 25 anni, fresco ingegnere, dedito pure al volontariato, solare, innamorato. Un vademecum di felicita ‘Quattro mila persone con fiaccole hanno sfilato la sera del 25 agosto, la salma è arrivata in città ricoperta dal tricolore, benedizione impartita dal vescovo, il giorno seguente cerimonia funebre celebrata dallo stesso prelato, con la partecipazione dei rappresentanti del governo e del Presidente della Repubblica. Sull’onda dell’emozione una proposta inoltrata al sindaco e ai media di dedicare un nuovo albero del Viale dei Martiri a questo concittadino è sotto esame. Ovvio che tutti ci sentiamo colpiti, perché poteva capitare a qualsiasi di noi. Solidali con il dolore della famiglia, un’opinione ci sia consentita. Vale a dire non trasformare un’escursione in un gesto eroico, in un martirio. Non vorrei deviare in una inutile digressione, ma collegarmi ad un confronto e ad un riferimento storico. Allorquando mi è capitato, quale missionario in Svizzera, di accompagnare in Italia la salma di qualche emigrato, schiacciato da una gru, da una frana, da un incidente sul lavoro ad un paesello della bergamasca o del bellunese, non ricordo nessuna bandiera, nessun vescovo, nessuna fiaccolata, nessuna autorità per quel povero essere umano partito dall’Italia con la morte nel cuore per un tozzo di pane, il viaggio della speranza senza ritorno e tutto per aiutare la sua famiglia. Non erano questi dei martiri? Degli eroi? Digressione per un dovuto postumo risarcimento. L’emozione non deve dimenticare i valori e i motivi che la sottendono. E veniamo al Viale dei Martiri di Bassano del Grappa. Il fatto si riferisce al 26 settembre 1944. Peccato che anche tanti laureandi attuali confondano la prima con la seconda guerra mondiale. In riferimento a questa proposta è da sapersi che il 20 settembre di quell’anno un’imponente forza di milizie nazifasciste hanno circondato il Montegrappa, e per un attacco ed un rastrellamento dai quattro punti cardinali, luogo dove sia erano ritirati per una scelta di vita, per sfuggire alla fucilazione e non per un’escursione, vacanziera, circa un migliaio di partigiani. Nei diversi scontri questi registrarono rilevanti perdite di vite umane. Oltre 170 giustiziati senza processo, altri arsi vivi, altri sepolti vivi e 31 condotti a Bassano per essere impiccati. Era il martedì 26 settembre 1944, ore 15. Io frequentavo la terza media presso l’istituto Scalabrini della città. Per un certo presentimento siamo saliti all’ultimo piano del Collegio e a mezzo km di distanza via aria nel così detto allora Viale delle fosse abbiamo visto arrivare dei camion, che lentamente procedendo, estraevano fuori e quindi lasciavano penzolare un partigiano, con un cappio al collo precedentemente attaccato ai rami degli alberi. A tale vista, tutti presi dal terrore, i superiori ci hanno fatto uscire dall’Istituto, e scappare fuori per le colline spaventati per tanto orrore. Al ritorno abbiamo visto dall’alto ad ogni albero un impiccato, oltraggiato e preso a calci dai militi fascisti, con al petto un cartello ”Bandito”. Il cappellano delle carceri, P. Odone Nicolini, passando la sera stessa da noi ci disse con voce affranta che gli era stato negato persino il consenso di dare ai condannati l’ultimo conforto, che a ciascuno era stato fatta un’iniezione per stordirlo come si fa con i topi, e che i poveri ragazzi, molti nemmeno, ventenni alla vista del nodo scorsoio chiamavano mamma. Solo qualche anno fa ebbi l’idea di incontrare certa Dolores Marin, residente a Cavaso del Tomba, allora partigiana diciottenne, cui avevano rasato i capelli per umiliazione e il cui moroso era stato fucilato, e avevo così potuto sentire da lei e annotare le sevizie, le torture, le deportazioni che i partigiani avevano dovuto subire. Sono ritornato anche il 5 giugno di quest’anno, ma ormai a 91 anni la Dolores non è più sostenuta dalla memoria. Fino a qui la rievocazione del Viale dei Martiri: per dare un’adeguata risposta alla proposta su menzionata. Tutto un altro mondo, sa di cattivo gusto e metterebbe a disagio lo stesso Luca. A ogni santo la sua nicchia. Da una breve e superficiale inchiesta fra italiani e veneti in Svizzera non si è trovato un favorevole, se non in forma soft. A qualcuno è scappato un secco: ”solito buonismo all’italiana, alla veneta, destinato fra breve a sgonfiarsi”. Se poi tutto questo, dalla bara in tricolore, alla benedizione del vescovo, alla fiaccolata, alla rappresentanza del Governo e della Repubblica ai funerali, all’affermazione del Governatore Veneto Zaia che vorrebbe mettere in ginocchio le moschee per obbligarle pubblicamente a condannare l’Isis, venisse usato come strategia per dargliela in testa agli islamici, ciò fa parte di un altro discorso che andrebbe risolto per le vie etiche, politiche dei controlli, delle integrazioni future delle civiltà, del rapporto fra religioni. Un lavoro a onda lunga. Se si crede opportuno, a Luca Russo si può sempre dedicare una strada, un adeguato famedio, una lapide murale al municipio…. Ma probabilmente Luca stesso, potesse parlarci, se esposto con foto in un nuovo albero di quel Viale dei Martiri si sentirebbe a disagio, un inquilino fuori posto. E forse vale la pena rispettarlo.

 Autore
Albino Michelin
02-09-2017

mercoledì 1 febbraio 2017

QUANDO LA LIBERTÀ FA PAURA

L’affermazione rimanda ad alcuni casi che mi permetto di citare. Un ex carcerato mi disse che lui avrebbe preferito restare in galera perché là aveva la vita assicurata. Pasto gratuito, nessuna bolletta della luce da pagare a fine mese, ogni giorno una passeggiata all’aria aperta dentro il recinto di detenzione, ogni pomeriggio un lavoretto a riempire le sue buste di pubblicità per una ditta e così si guadagnava qualche soldino. Una volta fuori dal carcere si è sentito un po’ perso perché doveva organizzarsi, cercarsi un lavoro, controllare le spese, ecc. In una parola paura della libertà. Un secondo caso di tutt’altro contesto: una signora, pia e praticante, mi dice che lei preferiva la messa in latino vecchia maniera, anche se non capiva niente, e la predica del prete del suo paese che ripeteva e le martellava in testa sempre le stesse cose ma lei aveva imparato a memoria e che la rassicurava tanto da sentirsi in pace con la sua coscienza. Anziché la messa in italiano con preti che ti confondono di nuove idee, ti mettono sottosopra le tue abitudini devozionali e mentali e ti costringono a pensare diversamente, nuova moda. Anche qui paura della libertà. Per non citare poi il terzo caso quello attinente a Papa Francesco, che sta annoverando sempre più contestazioni fra i cattolici dello zoccolo duro, che lo osteggiano per avere con la sua popolarità, la sua visione nuova e aperturista, la sua misericordia sparigliato tutto sino al punto che non si riesce più a capire dov’è la vera religione e quasi bisogna rifare il catechismo da capo: anche qui paura di riprogettarsi, paura della libertà. ll che significa, ribaltando il discorso, che molti preferiscono una “certa” schiavitù. Indubbiamente qui esuliamo dalla schiavitù di carattere sociale, quella massa umana per secoli riserva addetta al servizio dei capitribù, degli imperatori, dei signorotti, dei mecenati e dei colonizzatori abolita fra il 1795 e il 1866. Per contrapposto Intendiamo la libertà dal punto di vista psicologico o se vogliamo etico morale. E questa libertà è oggi una delle parole più usate e abusate. Vedi libertà di stampa, di manifestazione, di contestazione, di pensiero e via via. E pensare che la libertà è la facoltà più nobile, ciò che ci distingue e ci rende superiori agli animali come possibilità di autoriflessione e di autodeterminazione verso l’eroismo o di annullarci fino agli invertebrati. Ma è anche la parola più equivocata. Fa veramente paura perché aumenta il ventaglio delle scelte e scegliere è terribile, tanto che noi ignorando l’uso elementare della libertà abbiamo creato un mondo in cui tutte le scelte sono revocabili. Oggi ti sposo ma domani possiamo divorziare, ti ingravido ma nel caso possiamo abortire. Il terrore della libertà è tale che anche quando uno si espone ad una piccola scelta deve avere la garanzia che la scelta sia revocabile. La necessità di una porta laterale per uscirne. Quando la persona ha paura non è libera, e quando è libera ha paura. Lo scopo della vita è di essere liberi oppure di legarsi a qualcosa di più grande di noi che ci libererà veramente da noi stessi e dalle nostre angosce? Essere liberi non significa, come banalmente si è soliti pensare, fare ciò che piace e per di più farlo senza considerare in alcun modo le conseguenze delle nostre azioni. Significa essere capaci di assumersi le responsabilità che l’essere liberi comporta a cominciare da quelle di poter scegliere senza condizionamenti e la disponibilità ad affrontare rischi connessi dai quali sarebbe comodo sfuggire. Ed è per questo motivo che in realtà, contrariamente a quello che di solito si crede, molte persone hanno paura della libertà, a tal punto che spesso la rifiutano, preferendo seguire la via più facile, più rassicurante e comoda che porta a far scegliere gli altri, così da poter sempre presentare le loro decisioni, le loro azioni, come conseguenza di qualcos’altro, come l’imposizione di qualcun altro, mai come frutto di loro libere scelte. Far risalire all’esterno la responsabilità delle nostre azioni ecco che cosa si ricerca da parte di molti, quasi un bisogno di sottomissione, altro che la tanto invocata libertà personale. In molte occasioni si costata come quanto sia radicata l’abitudine di cercare sempre un appiglio al quale potersi aggrappare pur di non esporsi, pur di non dover decidere in proprio su cosa fare, su come agire quando ci si trova di fronte ad un problema. Oggi viviamo in una cultura di indecisi. La maggior parte della gente se potesse non deciderebbe mai e se proprio è costretta a scegliere, si garantisce che la scelta sia revocabile, che ci sia una via di uscita, e si lasci aperta la possibilità di smentire questa scelta. Certo niente è detto una volta per tutte perché la vita è dinamica. Ma il ventaglio di possibilità può diventare realtà solo quando lo si delimita facendo delle scelte precise che implicano la rinuncia ad altre alternative. E’ così che l’uomo traccia la sua storia personale. Siamo talmente gasati di conformismo che riteniamo questo mondo di confusi come l’unico possibile. Facciamo parte di una società così malata che coloro che vogliono reagire e guarire vengono definiti strani e i conformisti vengono chiamati sani.

Autore
Albino Michelin
01-02-2017

sabato 28 gennaio 2017

PERCHÉ MI SONO FATTO PRETE

E‘ una domanda che la gente fa spesso o vorrebbe fare ai preti un po’ perché li considera persone strane, in parte sospese fra cielo e terra, elette da Dio, privilegiate, inaccessibili, quando inavvicinabili, misogini, padroncini della coscienza della gente. Se ne sentono tante. Qui non mi interessa fare l’elenco di ciò che la gente pensa dei preti, quanto piuttosto dire di me stesso senza confrontarmi con nessuno. Era un sabato pomeriggio di metà settembre del 1942, non avevo ancora 10 anni, quindi diciamo nove, mi trovavo con sette ragazzi della mia età all’interno del campanile a suonare le campane dei “vespri”. Entra un prete, tonaca lunga e nera, cappello a tutto tondo, fascia attorno alla vita con inserito un crocefisso, che poi seppi appartenere all’Istituto Scalabrini di Bassano de Grappa, distante 50 km dal mio paese Sovizzo al Colle, con il compito di andare all’estero per assistenza agli italiani emigrati. Questi si chiamava Antonio Bocchese e senza tanti preamboli interruppe il concerto e chiese:” chi di voi vuole farsi prete?” Subito due di noi, io e Davide, ci presentiamo e all’istante ci arruoliamo. Mi condusse dal parroco ottantenne che abitava di fronte, un prete d’antico onesto stampo, il quale mi domandò perché mi volessi fare prete. Lo sapeva già, ma aveva l’abitudine di fare l’esame ai bambini e alla gente, e io risposi:” perché non voglio andare all’inferno.” Chi mi legge si metterà a ridere, ma rivela quanto quel prete avesse influito nella mia educazione e inciso anche negativamente nella mia età infantile. Senza con ciò metterlo sotto accusa, era figlio del suo tempo. Ma quel prete mi aveva letteralmente terrorizzato con la paura dell’inferno, dei castighi di Dio, del diavolo, con la confessione frequente: il tutto se volevo andare in paradiso. E nelle processioni sempre fra la schiera degli angioletti. Si sa che non tutti i bambini e in genere non tutti i caratteri degli umani sono uguali. Chi è più sensibile, chi più resistente, chi più indifferente. Ma in genere certi DNA dell’infanzia te li porti per tutta la vita: riuscirai a limitarne gli effetti, ma non ad annullarli. Soprattutto per un carattere ansioso e vitalista come il sottoscritto. Ovviamente ci stava anche una precedente educazione su tutta la linea. Chierichetto a sei anni andavo tutte le mattine a servire messa, confessione ogni settimana, prima comunione a sette anni, cresima a nove anni, il tutto con scrupolo e apprensione per non andare all’inferno. Aggiungi poi l’ambiente di contrada. Nelle sere d’inverno al filò nelle stalle si raccontava che lungo la strada verso la chiesa, dov’ era costruito un sacello della Madonna, di notte si vedevano fiamme e si sentivano lamenti delle anime del purgatorio, con il diavolo che brandiva la forca per punire i cattivi, grandi e piccini. Di conseguenza mia madre ogni mattina d’ inverno, con il buio o il chiarore della luna che ti lasciava intravedere ombre sinistre o con il ghiaccio mi doveva accompagnare pieno di paura sino al sacello e poi lei filava di corsa a casa e io di corsa verso la chiesa a servire la messa. Questa è la premessa d’obbligo per cui alla mia dichiarazione iniziale fatta al parroco non c’è proprio nulla da ridere. Nelle stesso pomeriggio il missionario vocazionista mi accompagnò a casa mia dove ci stava soltanto mia madre, e me la sono vista brutta. Fortuna volle che arrivò subito mio padre, terminato il turno all’acciaieria Beltrame di Vicenza. Mia madre attaccò: “questo vuole farsi prete. Invece deve stare a casa a lavorare. Vuole farsi prete perché non vuole zappare.” Poteva nascere una guerra di famiglia, se nonché mio padre s’interpose, disse che io avevo voglia di studiare, che ci riuscivo, e che a scuola ero fra i migliori, che sapevo il catechismo a memoria, e il missionario di fianco a fare da supporto, a sostenere la causa con volteggi di mano, sicché mia madre dovette cedere.
                                   Svegliai la contrada cantando “Lo spazzacamino”
 E così il 12 ottobre 1942, 550mo anniversario della scoperta dell’America sono partito al mattino presto per l’Istituto Scalabrini di Bassano. L’orologio batteva le cinque e io salutai i paesani svegliando la contrada e cantando lo spazzacamino. Sul palo della bicicletta di mio padre, con la valigia legata sul portapacchi, siamo saliti sul tramvai del paese vicino, a Vicenza abbiamo preso la “vacca mora”, un vecchio trenino con locomotiva a carbone che sbuffava ad ogni piccola salita sferragliando per prendere la rincorsa centinaia di metri prima. Eravamo io e il mi amico Davide, numero di matricola o di biancheria 490 lui ed il 491 io. Ci siamo trovati con una sessantina di nuovi compagni entrati: numero impensabile ai nostri giorni in cui i seminari sono totalmente deserti. Dovevo frequentare la quinta elementare e fino a natale ho seguito le rispettive materie, quindi mi spedirono o promossero in prima media, così in un anno mi sono fatto due classi. Forse troppo precoci non si matura a sufficienza. Le tante pressioni della prima infanzia non sono diminuite, anche perché l’educazione sia pure più soft si manteneva sulla stessa linea. Così la paura dell’inferno, dei castighi di Dio, dei sacrilegi, la confessione non diminuirono più di tanto. Anzi sentii il bisogno di aumentare la dose verso altre pratiche religiose: come la devozione dei primi nove venerdì del mese in onore del S.Cuore di Gesù e dei primi 5 sabati del mese in onore della Madonna, che con confessione e comunione garantivano paradiso assicurato e immediato subito dopo la morte. E ricominciavo sempre da capo per tema di averne dimenticato qualcuno. Nei 14 anni di seminario non sono mancati anche fatti di vita che mi hanno profondamente segnato. Come il 26 settembre 1944 allorché dai piani superiori del collegio abbiamo assistito all’impiccagione di 39 partigiani rastrellati dai nazifascisti sul Monte Grappa o come i due giorni del 24-25 aprile 1945 nei quali i superiori ci spedirono in famiglia causa i bombardamenti sul ponte di Bassano. Io con il paesano Davide ed altri due, Gabriele e Fiorindo che nel frattempo erano entrati in seminario, con i nostri familiari che ci erano venuti a prendere abbiamo vagato 50 km. per le campagne attraversando il fronte, incontrando bande armate che ci hanno depredati di bicilette e di ogni mezzo e nei quali la nostra vita fu in serio pericolo di fucilazione. Frattanto nel corso degli studi era sorta in me anche una grande passione per la musica e per le lettere e storia, ad eccezione di un’antipatia viscerale per la matematica. Nel 1956 pochi mesi prima dell’ordinazione sacerdotale, i superiori, come da prassi ci chiesero di esprimere per iscritto il desiderio dell’impegno che avremmo preferito espletare una volta missionari. I miei compagni proclamarono di essere pronti a fare l’ubbidienza, io invece ho espresso il mio desiderio senza fronzoli: acquisire il diploma in pianoforte, dal momento che ero arrivato all’ottavo corso su dieci richiesti e nelle stesso tempo ottenere la laurea in lettere. Non tardò la risposta: ”carissimo, ricordati che la sapienza di questo mondo è stoltezza presso Dio, perciò prendi la valigia e vai in Svizzera a salvare l’emigrato.” Cosi il 12 luglio 1956 alle 8 del mattino partii in treno da Piacenza e alle 20 arrivai a Berna in Svizzera, ma durante il viaggio per me fu tutto un pianto perché avevo dovuto rinunciare a due passioni importanti. Ma si sa, nella vita chi vuole la nuora deve prendersi anche la suocera, e chi vuole il più deve prendersi anche il meno.
        A che serve il mondo senza la vita e a che serve la vita se non per essere donata?
 E io in verità desideravo fare il missionario, lo sentivo come realizzazione personale, difatti avevo scritto nell’immaginetta della prima messa:” a che serve il mondo senza la vita e anche serve la vita se non per essere donata?”. Soltanto che all’estero ci volevo arrivare qualche anno più tardi, con una bagaglio di preparazione musicale e culturale, al di là della teologia di dovere. Nei primi anni di sacerdozio affioravano ancora i sentimenti dell’origine: la paura dell’inferno, di Dio, della morte, dei castighi eterni. E la botte da’ il vino che ha. Così ricordo che la prima predica del 2 novembre 1956 giorno dei defunti, chiesa strapiena, diceva così:” Io non so se ti verrà il gozzo oppure la gobba, non so se ti sposerai o resterai scapolo o zitella, non so se avrai dei figli oppure un cancro, non so se i tuoi figli entreranno in seminario o finiranno in galera, so soltanto una cosa: che tu morirai.” Sgomento ovviamente fra gli ascoltatori, tutti giovani ragazzi e ragazze del Veneto e nord Italia. Cose che mi fecero pensare e riciclare. Finché verso i quarant’anni, nel mezzo del cammin di nostra vita, volli rivedere tutto con istituzioni e persone di provata fiducia. Frequentai 5 anni l’università di Friburgo per approfondire teologia, psicologia, etica e quant’altro. Mi cercai un vero amico, un domenicano di cultura e pure uomo di Dio, con il quale mi confidai a lungo, e mi portò lui stesso a questa conclusione:” lascia perdere quel Dio che ti hanno consegnato da bambino. Dio è amore, e tu hai avuto e continui ad avere di lui troppa paura. Anche se tu non credessi in Dio, sappi che Dio crede in te. Lascia stare l’inferno e i suoi diavoli. Meno confessione e più confidenza in Dio. Con i bambini non parlare mai del Dio giudice, ma educarli a lui attraverso il senso della bellezza, dell’arte, del gioco, dell’amicizia. Non fare impazzire te stesso e gli altri.” Questo incontro e questo periodo mi è stato benefico. Nessuna conversione con cartelloni pubblicitari, solo un’inversione di tendenza. E’ proprio vero che chi trova un amico trova un tesoro. Non mi sono sposato, e nemmeno ho sentito il bisogno di sposarmi, anche se mi sono sempre battuto e mi batto per un libero celibato dei preti. Il motivo risiede nel fatto che la mia carica interiore si è quasi per natura riversata e investita verso altri obiettivi: l’attenzione al prossimo dal punto di vista religioso, culturale, assistenziale, aggregativo, comunitario. A parte il fatto che se io mi fosse sposato, avrei fatto impazzire la moglie, dato il carattere alquanto estroverso fantasioso. Si dirà: un tipo mica tanto normale. Ma io mi domando: e chi è del tutto normale in questo mondo? E dove sta di casa la normalità?

Autore
Albino Michelin
01-01-2017

domenica 18 dicembre 2016

I CATTOLICI IMPARINO ANCHE DA LUTERO (PAPA FRANCESCO)

Il 31 ottobre 2016 Papa Francesco a detta di molti cattolici ne ha fatta un’altra delle sue, ma questa volta veramente grossa superando ogni limite. Ha accettato l’invito della Federazione chiese luterane (protestanti) che festeggiavano il settantesimo della loro riunificazione risalente al 1947, e iniziavano il quinto secolo della riforma avvenuta nel 1517. Allo scopo si è recato a Lund in Svezia, una città di 80 mila abitanti con una celebre università “città delle idee” con circa 40 mila studenti. Nella cattedrale romanica ha pregato insieme con una religione che egli chiama di fratelli e sorelle. Accolto all’ingresso dall’Arcivescovo, donna sposata con due figli, A.Jackele, (allorché nel cattolicesimo alla donna sia stata definitivamente interdetta il sacerdozio da Wojtyla il 22.5.1994). Conosciamo bene le motivazioni e i punti forza di questo papa:” la chiesa deve aprire strade e non occupare spazi. Non deve restare bloccata in posizioni rigide, non crescere per proselitismo ma per attrazione e testimonianza. “…Non è stato un viaggio di routine, ma un rendere grazie (parole di Bergoglio) per i doni spirituali e teologici della riforma di Lutero. Se ne può dedurre che il celebrato monolitismo secolare della chiesa se da una parte rappresenta la sua forza dall’altra è la sua debolezza. E su questa debolezza che egli desidera intervenire e chinarsi. I rapporti fra le due confessioni religiose, cattolici e protestanti sono stati per 5 secoli anche di guerre sanguinose, di diffamazioni e di calunnie. Dal momento che le idee su Lutero sono fra la gente molto confuse giova farne un cenno. Martin Lutero nacque ad Eisleben, Sassonia, nella Germania settentrionale nel 1483 e morì nel 1546 all’età di 63 anni per malattia biliare. Entrò da giovane in convento e si fece monaco agostiniano. Era profondamente religioso ma anche ansioso, tanto da ripetere e scrivere spesso:” dove troverò io un Dio misericordioso”. Appassionato della Bibbia, uomo fedele alla parola di Dio ci soffrì per l’abbandono di essa da parte della chiesa soprattutto per la corruzione e mondanità di quest’ultima. Una delle occasioni che fece saltare il banco fu la vendita delle indulgenze da parte di Papa Leone X e suoi predecessori. Significa grosso mondo che chi recitava una preghiera o compiva una pia pratica con il versamento di un obolo scansava l’inferno o si riduceva il purgatorio. In tal modo con tali entrate il papa si costruiva la basilica di S.Pietro. E fu così che l’11 novembre del 1517 Lutero affisse alla porta del duomo di Wittenberg le sue 95 tesi, in cui elencava le fuorvianze della “Babilonia” romana. La sua intenzione non era quella di fare un’altra chiesa, ma riformare quella esistente, di qui “Riforma” e riformati i suoi aderenti, vocabolo introdotto in questa occasione. Ovvio, il papa lo scomunicò e lo cacciò a bruciare nell’inferno. Tre anni più tardi il neo riformatore scrisse, il libro “Libertà del cristiano” citando la lettera di Paolo ai Romani: “l’uomo viene giustificato per la fede indipendentemente dalle opere” (3,28), quindi sottolineando l’importanza della coscienza personale. Il che gli costò l’accusa di eretico quando invece egli intendeva sottolineare che le opere buone fatte per obbligo, autoritarismo e formalismo, prive di amore di Dio non giustificano e non salvano un bel niente. Nel 1529 i principi cattolici organizzarono la dieta (assemblea) di Spira dove fu rinnovata la condanna all’eretico, ma i suoi seguaci protestarono contro tale ingiustizia, e di qui il nome di protestanti. L’Europa si spaccò in due, una decina di stati Norvegia, Svezia, Finlandia, Regno Unito con Scozia, Danimarca, Olanda, Lettonia, Germania, Svizzera si fecero protestanti secondo diverse denominazioni: luterani, zwingliani, calvinisti, anglicani ecc. e in nome dello stesso fondatore Gesù si odiarono a sangue. Una fioritura di santi comparve a salvaguardia delle nostre frontiere e tante apparizioni di Madonne quali castellane d’Italia per arginare l’orda di satana. Dal 1545 al 63 per 18 anni venne convocato il concilio di Trento che si autodefinì “Controriforma” e come tale con ostracismi e condanne durò fino ai nostri giorni. Nel frattempo Lutero a 42 anni si sposò con Caterina Von Bora, basandosi pure sulla bibbia che non impone il celibato obbligatorio ai preti, ebbe sei figli e addottò 4 orfani, sempre secondo l’insegnamento di Gesù che raccomandò cura ai deboli e agli orfani. Non ci interessano qui gli aspetti dottrinali della Riforma e Controriforma, quanto il coraggio di Papa Francesco di abbattere muri e steccati. E farci capire che nessuna delle due confessioni religiose deve vestire i panni del figlio prodigo verso l’altra, anche se i cattolici avrebbero bisogno di un innesto protestante. Basti pensare al senso civico così importante per loro e alla moda della furbizia mediterranea così comune fra di noi. Urgente comunque è approntare una serie di gesti comuni: e non solo religiosi. Cioè attività laiche come aiuto ai profughi, ai disoccupati, ai giovani, e a tutto ciò che tocca il sociale e l’umano. Auguriamo a Papa Francesco di non mollare non ostante critiche e frenaggi degli ultraconservatori. In effetti il Card. Müller lamentò che non c’è nulla da festeggiare in questa visita in Svezia, anzi da piangere. E lo scrittore ultracattolico A. Socci che il Papa non perda tempo a brindare con i luterani: dovrebbe invece consacrare l’Italia alla Madonna e metterla sotto il suo patrocinio.

Autore:
Albino Michelin
13.12.2016

martedì 22 novembre 2016

RIFONDARE RADIO MARIA: SOSTITUIRE IL DIRETTORE LIVIO FANZAGA. LETTERA APERTA AI VESCOVI ITALIANI

Il 30 ottobre 2016 il frate domenicano G. Cavalcoli nella sua consueta catechesi mensile dai microfoni di Radio Maria si peritò di divulgare che il recente terremoto nel Centro Italia è conseguenza del peccato originale e punizione di Dio nei confronti delle coppie di fatto e omosessuali. Mons. Beccia, assistente allo Stato vaticano insorse definendo tali affermazioni offensive ai credenti e scandalose per i non credenti. E Mons. Galantino segretario dei Vescovi italiani il 5 novembre intervenne pure comunicando essere questa una dichiarazione di un paganesimo senza limiti. E obbligò l’emittente a sospendere il predicatore, la quale emittente non ebbe diversa soluzione che scusarsi. Ma in pratica il predicatore altro non disse se non il verbo che da sempre ribadisce il suo direttore. E’ l’occasione questa per aprire gli occhi e intervenire, in quanto tale soluzione è un‘astuzia tipica di P. Livio Fanzaga, di Brembo(BG), religioso della Congregazione Scolopi, anni 76. I referenti di Radio Maria, teologi o laici, sono tutti accuratamente scelti e vaccinati da lui, con obbligo di interpretare la voce del padrone, nel caso la sua, pena essere corretti pubblicamente dopo una relazione non confacente al suo magistero, che egli, sempre astutamente identifica con quello della chiesa. Il sottoscritto, interessato allo studio della cultura religiosa italiana e alla sua diffusione, dal 2002 ha seguito e registrato conversazione di questa emittente soprattutto quelle del venerdì sera ai giovani e le sue sintesi della stampa ripetute poco dopo la mezzanotte. Si permette quindi di elencarne qualcuna, perché non si tratta di farlocche anticlericali, ma oggettive offese di un “irriverente”. Il 15.8.2002 sbeffeggiava i protestanti perché concedono il sacerdozio alle donne. E definiva Lutero e Calvino dei cornuti. Chissà cosa direbbe Papa Francesco. Che oggi talvolta quindi il Fanzaga li debba accettare come “fratelli” sembrano piroette di salvataggio per accreditarsi di fronte agli alti vertici. Il 6.1.2005:” Chi ha letto il Codice da Vinci la pagherà’”. Questo sa proprio di vendetta. Un altro venerdì sera:” i giovani che vanno al dancing vanno in una porcellaia e chi fa l’amore prima del matrimonio è un porco”. Ma saltiamo a tempi più recenti. Il 7.3.2009 in occasione del terremoto dell’Aquila, capitato durante la settimana di pasqua, disse che è un invito di Dio ai malcapitati dell’Abruzzo per partecipare alla sofferenza della passione di Gesù. Il 27.12.2012 in occasione del tsunami nell’oceano indiano con centinaia di migliaia di morti, il nostro sentenziò che Dio lo mandò per rendere gli uomini casti e purificarli. Ma questo religioso che non sia per caso un po’ complessato in materia? L’ 8.11.2015 ai due giornalisti GL. Nuzzi e E. Fittipaldi che avevano pubblicato documenti del Vaticano concernenti ricchezze e carrierismo della chiesa, inviò l’epiteto “siete sterco e letame e io vi impiccherei”. Il 3.2.16 la povera Cirinà è stata chiusa anzitempo nella cassa da morto. Aveva proposto e fatto passare in parlamento la legge sulle coppie di fatto. Il Fanzaga neo artista del malocchio la tramortì: “brindi pure con il prosecco alla vittoria, ma si ricordi che arriverà anche per lei il funerale e molto presto”. Ma signora Cirinnà per la sua dignità e per quella di tutti lo citi al tribunale, costituendosi parte civile, come dovrebbero fare tanti umiliati e offesi. Basta così, ma fiorellini del genere ve ne sono a centinaia. Ed ogni condanna ai peccatori il nostro l’accompagna con sorrisini, risate, sghignazzate, cachinni, sbruffonate istrioniche, arroganti e astiosi disprezzi, gridolini con l’urlo nella strozza, gasato di sicumera. E soprattutto con intimidazioni psicologiche, purgatori e inferni a non finire, fondamentalista, leader Isis terrorista di una religione becera e medievale, spacciatore di droga religiosa Perché francamente con tante panzane e fandonie il troppo storpia. Aprire la radio, sentire, registrare per credere. Ovvio che le persone fragili ed emotive ci cascano dentro. Ed il nostro sa intercettare bene le paure e la pancia della gente. Talvolta vale la pena prendersi un po’ di relax ed ascoltarlo come una macchietta di Totò. Ma attenzione, il tutto ammorbidito con “amici cari, amici miei, la regina della pace, dell’amore…” A lui forse la Madonna è apparsa a Medjugorje così, ma questa, la sua, non è la regina della pace, è la regina della maleducazione e delle divisione. Un cattolicesimo senza galateo e buona educazione non è testimoniare l’amore del prossimo, cioè il massimo comandamento del Vangelo. E non si salvi in calcio d’angolo tirando fuori continuamente la frase della Bibbia: “Vi perseguiteranno e derideranno a causa del mio nome” (Mt.10,17). Non si faccia passare per martire e santo subito, prima del tempo. Lo attaccano e lo manderebbero in galera non in nome di Gesù, ma in quanto maleducato. In Italia abbiamo altre emittenti che sanno proporre il Vangelo con sane motivazioni senza imporre e senza offendere morti, terremotati, disgraziati della terra. Pensiamo a TV 2000 (Sky 140), Telepace (Sky 515), Tele Padre Pio (Sky 852), Radio Mater, Radio Oreb, ecc. Sono utili per eventi, aiuto alla preghiera, accompagnamento agli anziani, musica sacra, meditazione. Questo lo fa anche Radio Maria, ma quando arrivano le rubriche Fanzaga con i sui teologi va proprio tutto alla malora. Altro che radio cristiana nelle famiglie, è radio pagana. Ha ragione il segretario dei vescovi italiani, sopra citato. E così Radio Maria diventa “Setta di Maria”. Non vogliamo qui sottovalutare la capacità manageriale del religioso Scolopio: sui 3 milioni di ascoltatori in Italia,75 ripetitori, impianto in 70 paesi,18 milioni di offerte annue, ragion per cui il nostro batte cassa due volte al giorno, 800 mila euro di sovvenzioni statali più o meno all’anno, migliaia di addetti stipendiati o volontari. Qui non ci interessano queste discussioni, potremmo peccare di imprecisione. In data 11.12.2005 Giuseppe Zenti, allora vescovo di Vittorio Veneto ed oggi di Verona, scrisse una lettera aperta in cui accusava (o meglio pregava questa emittente) di: a) diminuire lo spazio a satana, perché solo Dio è il Creatore e la Provvidenza del mondo b) di collocare Maria nel giusto ruolo, essa non è colei che ferma il braccio di Dio perché non scagli le sue vendette c) di non insinuare la figura di Dio come la causa di tutte le nostre sofferenze. Che effetto fece questa lettera aperta? Nessuna. A Padre Livio Fanzaga è come lavare la testa all’asino. Per cui vale la pena una sua sostituzione, che egli di buon grado dovrebbe accettare in coerenza con le sue catechesi, secondo cui l’obbedienza va fatta con gioia perché ci unisce al sacrificio di Cristo sulla croce. E’ opportuna una rifondazione della conduzione, un programma di evangelizzazione fondato su un nuovo linguaggio. Si, perché missionarietà ed evangelizzazione è anche linguaggio.

Autore:
Albino Michelin
16.11.2016  

lunedì 17 ottobre 2016

LA "TABERNULA" DI SOVIZZO: CHIAREZZA SUI BENI DELLA CHIESA CERCASI

Un piccolo chalet, costruito sulla piazza della chiesa per celebrare la sagra del baccalà in occasione della festa patronale agli inizi di settembre, ha fatto il giro del mondo. Sì perché è finita anche in TV. Qui non ci interessa ricercare le ragioni nell’una o nell’altra parte del contendere, quanto allargare il discorso sull’appartenenza dei beni di una parrocchia, di una curia, della Chiesa in genere. Per situare il lettore diremmo, anticipando subito, che anche se la proprietà giuridica è del parroco o della curia, la proprietà morale è della comunità. Preti e vescovi se ne vanno ma la comunità resta. In succinto una dilucidazione sull’origine: è successo a Tavernelle, frazione di Sovizzo, un borgo a 8 km da Vicenza, attraversato dalla statale Postumia. Conta circa 1.370 abitanti, con una chiesa istituita parrocchia nell’agosto del 1964, qualifica di Ente ecclesiastico civilmente riconosciuto conferita nel giugno del 1986. Il paese ha da sempre espresso una forte identità, sia fra i singoli membri sia con la “sua” chiesa. Denaro, sudore, sacrifici spesi anche per costruire la Casa parrocchiale del Giovane e sostenere ogni tipo di iniziativa non possono essere quantificati. Persino la costituzione della Pro Loco si è iscritta in questo clima di solidarietà. Nel 2012 in forma di donazione viene eretta sulla piazza della chiesa la tabernula chalet, quale punto di riferimento per l’organizzazione e il coordinamento, e anche come simbolo storico, in quanto Tavernelle deriva dall’antico latino “tabernula”, a significare taverna di ristoro per i sudditi dell’Impero romano. Per divergenze sorte dopo tre anni dall’impianto si disse che lo chalet della Pro Loco era abusivo ma che si poteva salvare con una sanatoria che il parroco incaricato non diede o non credette opportuno concedere. Di qui la frattura con la popolazione. Intervenne la curia vescovile a decidere la contesa: la tabernula donata sarebbe stata smontata, o distrutta e al suo posto la curia o la parrocchia ne avrebbe costruita una di nuova a sue spese. Il che significa demolire con i soldi della comunità e ricostruire con i soldi della stessa: spreco di denaro della gente di buona volontà e dei benefattori. Un bel harakiri. Il che vorrebbe significare: cari parrocchiani o pro loco, non vogliamo la vostra tabernula, vogliamo la nostra. A voi l’utilizzo con contratto di comodato. Questo è il messaggio recepito dalla gente: “Qui i padroni siamo noi, voi tappatevi la bocca e stop”. Una pacificazione imposta. Una toppa peggiore dello sbrego. Con tale premessa possiamo ampliare il discorso. Viene in mente la favola di Fedro del leone e Co. Un bel giorno andò a caccia con una vacca, una capretta, una pecora. Catturato un cervo i quattro soci si misero alla spartizione. Disse il leone: “la prima parte è mia perché io sono il re della foresta. La seconda è mia perché io sono socio della compagnia. La terza è mia perché io sono il più forte. E la quarta è pure mia perché anche se non volete io me la prendo”. Il discorso va ampliato secondo la sensibilizzazione inaugurata da Papa Francesco concernente la gestione dei beni di chiesa: povertà, solidarietà, trasparenza. Allo scopo ci si potrebbe confrontare anche con altri modelli. Ad esempio in Svizzera nel canton Zurigo, dove lo scrivente risiede, vige il modello di U. Zwinglio, (+1531), che introdusse il concetto di Chiesa del popolo. Non si continui a contrastare i protestanti, quasi fossero pecore nere, ma anche da loro prendere quello che secondo il Vangelo di Gesù sarebbe oggi più appropriato. In questo contesto finanziario la tassa del culto (in Italia l’8 per mille), non viene inviata alla centrale nazionale Opere di religione, ma rimane alla parrocchia e gestito dalla Commissione finanziaria della stessa, eletta dai cattolici del luogo ogni anno, e con valore giuridico. Per cui la comunità attraverso questa commissione è la proprietaria degli immobili sacri e connessi. Il prete e gli incaricati di chiesa non possono gestire nulla, nemmeno un mattone, sono degli stipendiati. Tutto il resto, dal pavimento al tetto, dalle lampadine alle campane vengono gestiti attraverso la commissione. Litigate sui soldi e sulle proprietà di chiesa come nel caso di Tavernelle, di Vicenza e dell’Italia, con tante critiche da parte dei nostri cattolici all’estero e in patria, dove il Consiglio affari economici è solo paravento con valore consultivo, firmatario quale cassa di risonanza, in sintesi storie del genere non capiterebbero. Certo anche il modello sopra citato andrebbe rivisto e forse in parte corretto, ma sarebbe molto già più pulito e trasparente. Non è impossibile uscirne, anche se un po’ difficile. Basti pensare che il codice di diritto canonico ecclesiastico (promulgato a Papa Wojtyla nel 1983) contiene ben 587 articoli sulla gestione dei beni chiesa nel totale di 1752, addirittura un terzo e tutti a impronta salvaguardia economica dell’istituzione. La quale istituzione chiesa possiede nel mondo due mila miliardi di immobili (fonte internet), in Italia un 20% e 500 mila ettari di superficie agraria, a Roma un quarto del patrimonio cittadino. Se non si pubblicano i bilanci e l’ammontare dei possedimenti in trasparenza tutto può essere vero ciò che di falso in materia si dice delle ricchezze chiesa. Il caso “Tabernula” dovrebbe quindi aprirci gli orizzonti e non dividerci nel piccolo mondo casalingo a suon di decreti fra parroci, vescovi e parrocchiani. Qualcuno obbietterà come mai un singolo si permette simili osservazioni alla chiesa. Subito detto: Papa Francesco consiglia di esprimere la propria opinione anche se non fosse in sinergia con la sua (ma la presente è perfettamente in linea con il suo pensiero circa ricchezza e povertà della chiesa). In secondo luogo fra tante contestazioni in materia che circolano a causa delle sue aperture, (si pensi allo scrittore e conduttore televisivo, cattolicissimo Antonio Socci, membro Opus Dei, Comunione e Liberazione, mezzo miracolato di Medjugorje, che diffonde libri apocalittici sostenendo essere invalida l’elezione di Papa Francesco, essere questo Papa un insulto alla tradizione e ai dogmi della chiesa), ci sia consentito non di predicare sopra i tetti, ma di divulgare tramite stampa, media, internet opinioni diverse, cioè di supporto al nuovo corso della chiesa cattolica.

Autore:
Albino Michelin
11.10.2016

domenica 4 settembre 2016

BIKINI E BURKINI: RIEMERGE IL MASCHILISMO

Con tutti i problemi che ci assillano nell’estate 2016, come la disunione europea, il Brexit, i profughi del mare di cui 2.500 annegati nei primi 5 mesi, con il terremoto del Centro Italia ad accumulare morti e disagi, toh che dalla Francia si alza anche un polverone sul bikini e burkini, e tutta l’Italia a fare da bordone. Burkini si, burkini no, con il tentativo di farlo scivolare sul piano politico e su quello religioso fra cristiani europei e arabi musulmani. Soprattutto dopo che alcuni sindaci hanno emesso ordini di multare le donne che nelle loro spiagge indossino il burkini. Sui nomi e loro origine conosciamo tutto: bikini è un costume femminile considerato sconvolgente dagli arabi, e deriva da Bikini, isola corallina giapponese, dove si iniziarono le prime esplosioni della bomba atomica, in occasione della seconda guerra mondiale. Burkini è un costume che copre tutto il corpo ed inaugurato recentemente in Australia usato dalle musulmane, cui per completezza va aggiunto il facekini, costume per proteggere il volto dalle abbronzature invasive e indossato dalle cinesi. Per prima cosa va fatta chiarezza dal punto di vista religioso in quanto molti si appellano alla Bibbia e alla 1a lettera di Paolo ai Corinti (11,3-10) da una parte, o al Corano(sura,2,228) dall’altra. S.Paolo sostiene una gerarchia piramidale. La donna è sottoposta all’uomo, l’uomo è sottoposto a Cristo, Cristo è sottoposto a Dio. La donna deve coprirsi il capo in segno di accettazione dell’autorità maschile. La donna che prega a capo scoperto manca di rispetto all’uomo perché è come se fosse rasata. Se una donna non vuole coprirsi si tagli i capelli. Ma se per lei questo è una vergogna, allora si copra. Non è l’uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo, essa è la gloria dell’uomo. Non è l’uomo fatto per la donna, ma la donna per l’uomo. L’uomo invece quando prega non deve coprirsi il capo perché egli è l’immagine e la gloria di Dio. L’Islam con il Corano ripresenta la medesima impostazione. Affermata chiaramente la supremazia dell’uomo sulla donna e che gli uomini si situano su un gradino più alto, sostiene che gli uomini sono preposti alla donna perché essi donano un parte dei loro beni per mantenerle. Le disobbedienti vanno ammonite, lasciate sole nei loro letti e battute. Ma se ubbidiscono non si maltrattino. E in paradiso donne belle e giovani saranno sempre a diposizione dei credenti maschi. Di qui come in S. Paolo discende il tipo di abbigliamento da indossare e a cui deve conformarsi il corpo femminile. L’abbigliamento non è quindi una questione di tradizione e di buon gusto ma un obbligo di sottomissione alle decisioni dell’uomo. Dietro al bikini, burkini e a qualsiasi velo in testa in primo luogo c’è l’idea che la donna è inferiore all’uomo e a lui sottomessa. E anche in chiesa per 1950 anni la donna fu obbligata a portare il velo. In un certo senso l’abbigliamento delle suore cattoliche ha la stessa origine. Soltanto che l’islam tende a fare suore tutte le donne. Cristianesimo e Islamismo sono strumento di oppressione contro le donne? Il primo in parte lo è stato, il secondo lo è ancora. Ma da quando le legislazioni laiche dichiararono uguali diritti uomo-donna, allora anche in occidente e nella chiesa la donna timidamente iniziò a togliersi il velo, le gonne ampie a nascondere le forme, i bustini rigidi ad proteggersi il seno. Ovvio che da parte cattolica si leverà qualche obbiezione: “ma come S. Paolo fa questi discorsi? Allora la bibbia non è più parola di Dio?”. La risposta può essere semplice. Va distinta l’ideologia dalla teologia. L’ideologia è quando si cita un’usanza del tempo e la si considera irriformabile, teologia quando si afferma che quella usanza è volontà di Dio e rivelazione divina. Ma in questo caso, come nel nostro, è anche l’evoluzione e i segni dei tempi a dare il loro giudizio morale. Tocca quindi alle donne decidere in libertà se andare in spiaggia in bikini, burkini o facekini. Che una sia araba, europea, nera, bianca, suora, zoccola, dei pezzi di stoffa che coprono il suo corpo decide lei. E per libertà non va inteso fare ciò che si vuole, ma cioè che è giusto, liberare il proprio corpo dalle decisioni del maschio è sempre un bene, come ogni liberazione dalla schiavitù. Che poi ci debba entrare anche una riflessione morale, come ad esempio il significato del pudore, senz’altro: ma questo deve essere il frutto di una riflessione di coscienza comune, paritetica fra uomo e donna. Che le autorità francesi o di qualsiasi stato quindi in nome del presunto adeguarsi ai “valori” dell’occidente e all’emancipazione vadano a proibire il burkini nelle spiagge è un gratuito attacco alla comunità araba, un pretesto per fomentare guerre contro l’islam, un saldo-conti contro gli attentati terroristici dell’Isis,(di cui la stragrande maggioranza degli arabi non ha nulla da spartire), una rivalsa inconscia che ci riporta al medioevo, un rigurgito di nostalgie virili e autoritarie nei confronti della donna o un po’ di tutto questo. Che il burka e il niqab, che negano il volto femminile alla società vengano proibiti per legge è cosa logica, è un diritto dovere di ciascuno esibire e mostrare il proprio volto. Il resto può chiamarsi zuffa per il controllo del corpo femminile e questo è il punto in cui siamo agli inizi del 2000 inoltrato, non ostante una congerie di gravi problemi planetari da cui non riusciamo a venirci fuori.

Autore
Albino Michelin
02.09.2016