giovedì 15 ottobre 2020

GEOSOFIA: SAGGEZZA E SAPIENZA DELLA TERRA

Nella nostra società di rapida evoluzione ci troviamo sempre di fronte a qualcosa di inatteso e di nuovo non soltanto nell’ambito della tecnica ma anche della cultura e della riflessione religiosa. E’ recente infatti dopo la pubblicazione dell’enciclica “Laudato sì” di Begoglio nel 2015 l’avvio ad un nuovo settore della spiritualità chiamato Geosofia. Così accanto alla teologia, alla teosofia, alla antroposofia abbiamo questa nuova disciplina. Ovviamente non si tratta di geografia che studia la struttura e la rappresentazione della terra, ma di geosofia che tratta appunto della saggezza e della sapienza della terra, nel senso che la terra vive, parla, comunica, insegna, soffre, e quando necessario anche si difende. Molti poeti, musicisti, nonché molti teologi riscoprono quotidianamente questo messaggio. Quando siamo dubbiosi la terra ci fa levare gli occhi al cielo, ci apre all’ottimismo dei sentimenti mostrandoci fiorellini e farfalle, ci porta sulle montagne per estraniarci dalla monotonia delle cose terrene e ritrovare serenità in noi stessi. Talvolta diventa anche paurosa per farci toccare con mano la nostra fragilità. L’uomo ha bisogno anche del riposo, delle vacanze, dell’ozio, di un tempo che ci metta a contatto con le diverse realtà della natura creata: paesaggi, mari, monti, colline, venti, animali, piante, pietre, rocce. Noi sentiamo il bisogno non solo di abitare questa terra, ma anche di entrare in comunione con tutti i suoi coinquilini, con lo stesso suo mondo inanimato. Talvolta leggendo la storia dei primi tempi del Cristianesimo si riscontra che alcuni monaci cercavano questa sinfonia cosmica vivendo ad esempio sopra una pianta e facendosi nutrire da un contadino che approntava il cibo mediante una pertica, o vivendo tra gli animali selvatici e della foresta come San Romedio, o altri costruendosi un abitacolo sopra o dentro una roccia come s. Antonio abate o come gli Esseni, un gruppo religioso ai tempi di Gesù riunitisi dentro le grotte Qumran del Mar Morto in comunione con il mondo minerale. Si dirà che queste scelte rappresentavano una fuga dal mondo per dedicarsi meglio a Dio, alla preghiera, a guadagnarsi meriti per il paradiso. Forse per alcuni, ma per la maggioranza era un cogliere il sapore della Madre terra Gaia, sentirne l’amplesso, come dice Paolo: “Non c’è creatura senza voce”. Ma la terra non è soltanto questo volto poetico, è anche la nostra casa comune. E in questo senso essa ha bisogno di essere amata, curata, resa feconda, ma non saccheggiata. E quando parliamo di terra pensiamo anche al cosmo in cui essa è contenuta e in cui è parte essenziale nel dare e nel ricevere. E qui è inevitabile il passaggio dalla poesia alla quotidianità, cioè alla terra come habitat dell’uomo. E si ritorna ad un discorso ripetuto ma indispensabile in questo periodo della pandemia Covid 19. I teologi della Liberazione avevano anticipato già 50’ anni fa la reazione della terra allo sfruttamento delle sue risorse e a quelle del suo ecosistema. Essa si difende come organismo autoregolante. Oceani, mari, atmosfera, crosta terrestre si mantengono in condizioni idonee per la presenza della vita e degli organismi viventi. Nella pandemia la terra mostra la sua reazione allo sfruttamento indiscriminato nei suoi confronti e al conseguente inquinamento. Teologi e scienziati onesti mettono sullo stesso piano virus, inondazioni, tifoni, siccità, tutte conseguenze che l’uomo ha causato con il suo comportamento violento e irresponsabile. Non è senza ragione che il virus è scoppiato dove c’è più inquinamento, industrializzazione, scarto, spreco. Gaia da’ sintomi di malattia e di qui la sua reazione. Certo l’uomo non è direttamente responsabile del virus, lo è indirettamente. Lo dimostrano le seguenti considerazioni cui si deve porgere attenzione e argine al più presto possibile. 1) L’inquinamento ha reso l’uomo più soggetto a malattie respiratorie ed allergie. 2) Le megalopoli sono un bacino ideale per la diffusione del virus. 3) La globalizzazione propaga più velocemente le malattie infettive che viaggiano in aereo. 4) Deboli investimenti sulla salute pubblica di fronte a quelli giganteschi sulle armi. 5) L’Illusione di essere al riparo di ogni incolumità. Prova ne è il contagio di eminenti star della politica e della finanza. Ci pare qui indispensabile un omaggio ai 5900 bergamaschi circa, senza dimenticare le centinaia di migliaia nel mondo, deceduti nella primavera 2020 riportando la canzone di Roby Facchinetti bergamasco: ”Rinascerò, rinascerai”. Sottolineando le ultime parole: “Quando tutto sarà finito torneremo a riveder le stelle…La tempesta che ci travolge ci piega, ma non ci spezzerà…… Questi giorni cambieranno i nostri giorni, ma stavolta impareremo un po’ di più” Fa riflettere: imparare significa guardare il futuro, la terra, il creato con approccio nuovo.

Autore: Albino Michelin   01.09.2020

albin.michel@live.com

 

domenica 6 settembre 2020

L'INFLUSSO DEI SANTI LEGGENDARI SUL COMPORTAMENTO SOCIALE

C’è chi utilizza il periodo estivo delle ferie per turismo, e relax e chi per studio d’ambiente. E’ il caso del sottoscritto che preferisce un contatto sociale con i paesi di origine dei nostri emigrati in Svizzera i quali proprio in tale periodo ritornano ai luoghi natali, specie del sud, in occasione magari delle feste patronali. Recentemente l’argomento di attenzione e d’inchiesta che il sottoscritto si è posto è quello citato nel titolo. Ovvio che non si tratta di affrontarlo con pregiudizi e, ironia. Si sa però che nel 1969 papa Paolo VI fece una riforma del calendario depennando diversi santi, o declassandoli perché privi di documentazione storica e basati su leggende popolari, e praticamente mai esistiti. E quindi sono spariti fra i tanti anche Bibiana, Quirino, Prisca, Sabina, Alessio, Prassede, Eustachio, Vitale, Pantaleo, Anastasia, Costanza, e 15 titolari di chiese. Il concetto era: prudenza con la fabbrica di santi. Che poi il suo successore Wojtyla abbia battuto strade diverse mettendo sugli altari 1338 beati, fra cui un’ammucchiata di 495 spagnoli uccisi dai repubblicani (1936-39) sotto Franco, incluso ovviamente qualche infiltrato, e 482 santi, questo non ci interessa, stante la sua preoccupazione di una chiesa fondata sulla visibilità, potenza e quantità più che sulla qualità (fra l’altro i silenzi sulla pedofilia del clero gettano un’ombra). Il discorso qui è un altro: come mai esistono santi frutto solo di leggende, e se non sono mai esistiti come mai compiono tanti miracoli secondo le dichiarazioni dei devoti, e infine questi santi vengono considerati come modelli esemplari di comportamento e di onestà nella vita sociale? Ci limitiamo ad alcuni molto comuni, premettendo un breve excursus sulla loro vita. San Giorgio, dal greco “agricoltore,” festa il 23 aprile. La leggenda lo fa nascere nel 280 d.C. in Turchia. In Libia incontrò un drago che faceva strage di mandrie e di viandanti. Salì a cavallo e spada in resta lo uccise a singolar tenzone. In Italia più di 100 comuni portano il su nome. Edifici sacri in tutto il mondo, persino l’ex Ponte Morandi di Genova inaugurato il 3 agosto u. s. è a lui dedicato, ad onore di un gruppo di genovesi che nel 1098 battenti bandiera S. Giorgio sconfissero i Musulmani (l’inconscio razzista non muore mai). San Cristoforo, dal greco “portatore di Cristo”, festa il 25 di luglio. Leggendario, nato verso il 250 d. C. in Asia minore un gigante di statura, cinocefalo, trasportava sulle spalle pellegrini da una sponda all’altra del fiume. Una volta raccolto un bambino non riusciva a reggerlo tanto era pesante. E il bambino gli disse:” tu stai portando il Creatore del mondo.” Di qui patrono dei viaggiatori, carrettieri, automobilisti. Santa Marina, festa a fine luglio. Leggendaria, nata in Libano verso il 750 d. C. Il padre vedovo entrò in monastero e si portò dentro anche la bambina che voleva farsi monaca. La vestì da maschio e monaco si fece chiamare Marino, e solo alla morte i frati costatarono che si trattava di una femmina. Simbolo di chi ama la vocazione al convento fino all’eroismo. Patrona di Polistena (Calabria) e di molti paesi del Salento, nonché seconda patrona di Venezia, città marinara lagunare. San Gennaro, localmente chiamato Genna’, festa il 19 settembre. Benché sia un santo esportato in tutto il mondo, purtroppo non regge ad una documentazione storica. Ma ciò non disanima i napoletani dall’attaccamento al santo giallutu (faccia gialla per l’oro dei suoi ornamenti). Pare Vescovo a Benevento verso il 300 d. C. martire a Pozzuoli nel 305. La leggenda lo fece protettore contro le eruzioni del Vesuvio. Che il sangue si liquefi dipende, secondo gli scienziati, dal fatto che si tratta di materiale tissotropico, mutante di stato in caso di movimento. Potremmo definirlo un santo in panchina dal momento che la riforma del calendario non ritenne opportuno opporsi ad una tradizione popolare plurisecolare. Non vale la pena continuare con una serie infinita di leggendari, fra cui San Nicola di Bari, accoppiata di Babbo Natale nonostante solo in Italia 247 comuni portino il suo nome I santi leggendari nascono dal fatto che l’uomo ha bisogno di protezione. Se non la trova se la inventa con l’idolo o il santo. Leggendario o storico non ha importanza. Caso mai i prodigi non è tale figura che li compie, ma la eventuale fede del singolo indipendente dall’ancora di salvataggio a cui si appiglia. In effetti Gesù disse:” Se avete un granellino di fede trasporterete anche le montagne” (Mt.17,20). Al limite non c’è bisogno nemmeno di scomodare Dio, dal momento che Dio stesso ha messo nel nostro essere energia spirituale e vitale a fondamento della nostra fede. Lo stesso criterio va tenuto nel giudicare pellegrinaggi, visioni, santuari. Che poi questi santi influiscano e migliorino il comportamento sociale è cosa dubbia. Noi italiani abitiamo il miracolo, e le feste patronali spesso sono una religione da spettacolo. E talvolta occasione da sfruttare per rendimento di conti da parte di cosche criminali. Non basta depennare i santi dal calendario, andrebbero storicizzati e ricristianizzati almeno per rendere più umano questo nostro mondo.

Autore: Albino Michelin
21.08.2020
albin.michel@live.com

giovedì 3 settembre 2020

QUANDO LA PREGHIERA È PRETESA DI PIEGARE DIO

Sebbene sia antica quanto la storia umana la corruzione con le sue forme, astuzie, maneggi è diventata oggi l’espressione fra le più degradate della nostra società. Appropriazione indebita, furto, estorsione, frode, favoritismi, nepotismi, un lungo eccetera. Poliziotti che lavorano in nero, giudici che vendono assoluzioni, insegnanti che distribuiscono titoli di studio, medici che curano privilegiando familiari in cambio di favori, persino papa Bergoglio che continua a lamentare la corruzione della chiesa, siamo al trionfo della bustarella, delle raccomandazioni, delle amicizie. Senza parlare dello sfruttamento selvaggio delle risorse naturali. L’Italia non si fa mancare nulla al riguardo, essendo fra le prime in Europa e al 51.mo posto nel ranking mondiale insieme con Rwanda e Arabia Saudita, ma la corruzione è di casa in tutti gli stati, struttura di fondo del nostro convivere. Sembrerà fuori luogo e forzatura l’accostamento “come in terra così in cielo”? La corruzione nella sua particolare forma di scambio e manipolazione si pratica anche nei nostri rapporti con Dio con la Madonna e i santi suoi? Dio si lascia forse comperare? Zorba il greco in un romanzo scatta a dire:” Vergine santa lo sai che ti porto l’olio e accendo candele per mia parente che si contorce nei dolori e chiede aiuto, non la senti? Se tu non fossi la madre di Dio avresti già saporato il legno di questo bastone”. Preghiera simile circolava anche qualche tempo fa nel sud Italia:” Santo Gennariello, fammi la grazie se no ti pesto.” E se la grazia non arrivava si chiudeva il conto con “ma va faccia di pommodoru sfattu “. E’ una prassi largamente diffusa quella di indurre Dio con sacrifici, preghiere, rituali, voti, ad ottenere grazie e protezione. “Do ut des”, ti do affinché tu mi dia. Aspettative del genere si trovano nella maggior parte delle religioni dalla preistoria fino ai nostri giorni. Comprensibile anche se deplorevole e inefficace. Nelle Bibbia dell’Antico Testamento prima di Gesù era logica quotidiana. Però non facciamo di ogni erba un fascio. Anche lì si riscontrano colpi d’ala, input per una inversione di tendenza, barlumi profetici, pure se mescolati ad una mentalità magica, presente assai nei libri sacri. Nessuna contraddizione ma un passo in avanti e due indietro, e viceversa con ricadute e riprese, com’è il cammino lento e faticoso della storia. La Bibbia si spiega con la Bibbia, cioè con il confronto dell’insieme, discernimento, cultura e coscienza. Se nell’Esodo 20,24 si legge che Dio consiglia:” farai per me un altare e sopra di esso offrirai i tuoi olocausti” nel salmo 50(7,12) invece egli afferma:” non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, però non prenderai animali dal tuo ovile, perché mio è il mondo e quanto esso contiene.” Caso mai gli animali e i sacrifici offerti sono occasione di festa comune. Ancora più forte il brano del Siracide (35,14) sempre dell’Antico Testamento:” non comprerai Dio con doni, per lui non c’è preferenza di persone”. Ma non plus ultra va considerato il passo di Esodo 3,14: “Io sono colui che è…ho visto la miseria del mio popolo, udito le sue grida” Chiaro qui il richiamo: Dio non ha bisogno dei nostri sacrifici, né di intercessioni né di intercessori, è qui per noi, gratuitamente, ci ama indipendentemente dal nostro comportamento. Come un genitore che ama il figlio non perché fa il bravo e gli da’ soddisfazione, ma perché è suo figlio. Certo la gente che insiste con le sue devozioni, le campagne di preghiere, i pellegrinaggi, le messe per le anime del purgatorio e per le orazioni personali fa commozione. Perciò non si può parlare dell’inutilità’ della preghiera, quanto piuttosto del suo scopo che è quello di sentire la presenza di Dio dentro di noi, anche se Dio non ci libera dalle nostre disgrazie, che non sono un suo castigo, ma una condizione della nostra natura umana. Gesù ha portato una rottura di questa logica, cioè della preghiera come strumento per piegare Dio al nostro interesse, non vuole l’uomo schiavo, messo in ginocchio. In Effetti nella diatriba con gli scribi che lo rimproverano come mai i discepoli del Battista fanno penitenza mentre i suoi frequentano pure banchetti Gesù risponde:” misericordia voglio e non sacrificio”.(Mt 9,13) Recentemente la chiesa ha corretto un brano del padre nostro, “non abbandonarci alla tentazione” al posto di “non indurci…” Però sarebbe desiderabile anche una riconversione di quella preghiera durante la messa:” pregate fratelli perché il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio padre onnipotente” in quest’altra o in una equivalente:” preghiamo fratelli e sorelle perché questo nostro incontro di comunità e di agape ci renda partecipi della grazia di Dio e della forza del suo spirito”. Un banchetto di gioia-Diversamente ritorniamo a Zorba, che non esaudito nel suo schema di preghiera diventò aggressivo e frustrato nei confronti di Dio.

Autore: Albino Michelin
10.08.2020
albin.michel@live.com

mercoledì 2 settembre 2020

L'IMPORTANZA DELLA CULTURA POLITICA

La politica non gode buona fama specialmente in questo periodo e in Italia. Fra i giovani poi esiste un diffusi rigetto difficilmente superabile perché la politica sarebbe basata su corruzione, scandali, opportunismo, progetti negati. Innumerevoli sono i proverbi ed aforismi sia sulla politica, sia sul potere, sia sul governo. Qualcuno: “I politici sono dei politicanti, tutti uguali, invece che servire al loro mandato se ne servono. Ti promettono in anticipo di costruire ponti anche là dove non ci sono fiumi. Voltagabbana, pur di far fortuna saltano da tutti i partiti. Dilettanti con stipendio da professionisti e megavitalizi.” La maggioranza degli italiani si vanta di non interessarsi di politica, quando in realtà anche questo disinteresse è una scelta politica, è un altro modo di fare politica: assenteismo. L’apoliticità non esiste, tutto è politica. Queste osservazioni ci portano a concludere che purtroppo ci manca fin dalla prima scuola una cultura politica. Che dovrebbe essere inclusa non superficialmente nell’educazione civica o nell’ora di religione ma in una materia o corsi specifici in quanto la politica è fondamentale all’uomo, sia per chi è deputato a servire alla cittadinanza, sia per chi ne fa parte come membro. La politica è una cosa troppo seria per essere lasciata in mano a degli sprovveduti. Eppure è l’unica professione per la quale non si ritiene necessaria, se non eccezionalmente, una preparazione specifica. Non c’è politica senza cultura politica. Magari si parla anche di specializzazione in economia politica o in altri settori simili ma sono tutti modi e scelte per guadagnar quattrini o più elegantemente per produrre ricchezza sociale magari ignorando i mezzi morali di produzione, uso, consumo. Di conseguenza i cittadini hanno i politici che si meritano e i politici ugualmente i cittadini che ci capitano sotto. La politica è anche sporca perché troppi cittadini se ne stanno alla finestra, preferiscono delegare, amano parassitariamente essere governati, e se le cose non funzionano allora “piove? governo ladro”. Non sempre le intuizioni degli antichi sono anticaglie da buttare, ma pillole di saggezza che vale la pena ricuperare. Bisognerebbe ristudiare Aristotele (greco 385 a. C) per il quale la politica significa “governo della polis”, cioè della città. L’uomo per lui è un animale politico, fatto per vivere nella e per la polis, società responsabile, fatta di liberi e uguali, anche se la sua conduzione può variare, monarchia (potere di una singola persona), oligarchica (di alcuni meritevoli preparati), democratica (di tutto il popolo). Per Aristotele, quindi poi per i romani, i partiti non erano dei magna magna, ma gruppi sociali che in base a motivazioni diverse e responsabili intendevano compiere il bene della polis, il bene comune, dal latino “cum munus”, compito affrontato insieme. Attualmente invece i partiti sono diventati un’accozzaglia troppo spesso di persone litigiose che si fanno la guerra reciprocamente con programmi ed espressioni offensive e calunniose attraverso twitter e social. Non esiste una politica sporca, tipo quella di Macchiavelli secondo la quale il fine giustifica i mezzi, ed una pulita secondo la quale si versa il sangue per il prossimo. Ne esiste una soltanto, quella che conduce all’uguaglianza, al benessere, alla felicità di tutti i cittadini. Perciò l’importanza della educazione politica. E qui ci si permetta una connessione con la religione. Indubbiamente la politica non si identifica con la religione, va evitata confusione e ambiguità. Ma distinzione non significa separazione. Nessuno di buon senso può accettare l’identificazione chiesa-partito Democrazia cristiana degli anni 1950 allorché il clero scomunicava dal pulpito i votanti per falce e martello ed obbligava sotto pena di peccato mortale in coscienza a votare scudo crociato, e trasformava le sagrestie in sede di comizio elettorale. Questa non è propriamente politica ma partito divisivo, un corpo a corpo all’interno della società e delle stesse famiglie. Ovvio con le debite distinzioni non si può giudicare un periodo storico col senno di poi. Né si possono condannare trattati fra le chiese e i singoli stati a beneficio della incolumità sociale. Però che lo spirito profondo ed autentico della religione, e non solo cattolica, possa influire sulla cultura e sull’’onesta’ della politica è fuori discussione. Quando Gesù disse:” date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” non bisogna dimenticare che è Dio ad aver voluto un Cesare, cioè una società tendenzialmente necessitante una guida a garantire la rotta. Né va dimenticata la risposta che Caino diede all’interpellanza di Dio dove fosse suo fratello:” sono io forse il custode di mio fratello?” Ecco qui gli albori della prima coscienza politica: la custodia e la corresponsabilità reciproca affinché tutti possano garantire la propria felicità e il bene comune.

Autore: Albino Michelin
28.07.2020
albin.michel@live.com

martedì 1 settembre 2020

RITORNO ALLE ORIGINI: SACRAMENTI CELEBRATI DAI LAICI

Il 27 giugno la Congregazione vaticana del clero ha emanato una istituzione dal titolo:” La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della chiesa.”. Titolo prolisso, il documento non ci tragga in inganno, nel senso che si tratta di un intervento obbligato dopo il sinodo dell’Amazzonia, fine ottobre 2019, al termine del quale molti si attendevano delle riforme, come il libero celibato del clero, preti sposati alla guida delle parrocchie, diaconato femminile. Ma stante le resistenze della componente tradizionale, anche Bergoglio ha dovuto rinviare. In effetti gli risuonava ancora l’epiteto di papa eretico che avrebbe svenduto la chiesa cattolica ai protestanti (?). Diamogli atto di essere stato paziente e costante, secondo il proverbio la goccia scava la roccia. Rinvia ma non abolisce. Ed è così che a pochi mesi di distanza continua ad aprire la chiesa verso le periferie, non solo del mondo ma della chiesa stessa. Certo il documento anche se da lui firmato non è stato da lui steso, ma dalla commissione incaricata con Mons. A. Ripa e quindi si intravede chiaramente fra le righe il motore Bergoglio con il freno tenuto a mano dagli scrivani di turno, che mandano alle stampe a denti stretti. Ma intanto si apre uno spiraglio: d’ora in poi non è necessario il prete per celebrare battesimo, matrimonio, funerale, liturgia della parola alla domenica quando impossibile la celebrazione della messa. Naturalmente con un po’ di ordine, e qui siamo d’accordo. Preparazione culturale, convinzione di fede, incarico dal vescovo o dal parroco, evitando si crei anche solo la parvenza di concorrenza clericale. Quindi con i dovuti paletti: il laico non sta al posto del parroco, non può celebrare la messa, durante la messa officiata da un altro non può predicare. Aspetti questi superati ad esempio in Europa dove una parrocchia può venir gestita da un laico detto Gemeindeleiter (Guida parrocchiale), quindi con offuscamento alla figura mitica del prete. Per il vaticano ci è voluta la pressione dei cattolici tedeschi, austriaci ed il, coraggio del vescovo di Bressanone (Bolzano) Ivo Muser a rompere il velo del tempio, il quale da sei anni in obbiezione di coscienza aveva anticipato il documento. In effetti nel suo territorio il padre di famiglia Hans Duffek celebra la liturgia domenicale al posto della messa e la signora Ch. Leiter, madre di due figli ha officiato recentemente il funerale di due anziane signore nella chiesa di Sesto (BZ). Nel documento di 11 capitoli, 125 numeri articoli, 183 note steso dalla suddetta congregazione si tende a minimizzare la portata dell’apertura attuale e ad imbrigliare quella futura di Bergoglio sottolineando che si applicano solo le norme canoniche già citate nel passato (in realtà mai portate al pubblico) e che si tenga ben chiara la distinzione fra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune, come dire non sognatevi di pensare che qui la chiesa cambi, non si ripete, anzi ribadisce. Si vuol far capire che il motivo di tale concessione è la insufficienza del clero, e quindi avanti i laici come supplenti o” tappabuchi”. E Dispiace, ma qui abbiamo il cavallo di Troia, da far entrare nella testa dei cattolici. Mentre invero il motivo di fondo è che ancora una volta si ignora la bibbia, cioè lettera 1 di Pietro (2,29) diretta a tutti i cristiani, nella quale si legge:” voi siete sacerdozio regale, popolo di Dio”. Versetto base che ha portato i protestanti a istituire i loro pastori e pastoresse con il diritto a celebrare qualsiasi sacramento e servizio religioso, cena del Signore compresa. E qui la nostra chiesa dovrebbe fare una piccola riflessione, non polemizzare e rifiutare la bibbia come ai tempi di Lutero (1517), ma configurarsi e rinnovarsi di sui di essa. I contenuti del documento non sono benigna concessione ai laici, ma loro diritto natio. Altro tentativo di minimizzarlo è che in esso non viene mai citata il vocabolo donna. Si citano i fedeli laici ma mai al femminile, la donna resta ancora il tabù. Oltre che casta sacerdotale si continua con la casta maschile. Come si vede il cammino è lungo, importante ricominciare sempre. L’ultimo numero dell’istruzione riguarda la preoccupazione di Bergoglio sulla gratuità del sacro, evitando anche ogni parvenza di commercio secondo quanto già da lui espresso nel 2014 quando trova assurdo entrando in chiesa vedere affisse alla porta le tariffe sui sacramenti e sulle intenzioni di messe: messe per tutti, caso mai offerta libera. Premesso che ogni operaio e quindi anche il prete ha diritto alla sua mercede, non solo perché lo dice Paolo, premesso che dove non esistono le tasse del culto vanno apprestate riforme ad hoc nella società civile o nei distretti parrocchiali, il proporre offerta libera significa mettere in imbarazzo l’interlocutore nel dilemma di evitare la brutta figura del tirchio. Piuttosto indirizzare il credente all’ufficio postale a scegliere il destinatario bisognoso senza passare attraverso il prete. Un consiglio trasparente per responsabilizzare la persona e aiutare la chiesa e i suoi ministri a uscire da una penosa ambiguità.

Autore: Albino Michelin
14.07.2020

sabato 29 agosto 2020

SE GESÙ FOSSE VISSUTO NEL NOSTRO TEMPO

 Si sa che il sentimento religioso sussiste in maniera più o meno intensa in tutti i popoli. Anche se il termine religioso si può applicare alle cose, agli oggetti, agli enti, alle banche cattoliche, ad un gruppo etnico, ad una società, ad una tradizione in fondo va riferito più adeguatamente ad una persona singola e ad una entità del nostro intimo chiamata in genere Dio. Anche se il modo di credere da’ luogo a religioni diverse o ad una religione a diversi livelli, possiamo trovarci di fronte a tante espressioni. Esempio ad una religione oggettiva (reliquie, miracoli), ad una religione dogmatica (forma tradizionale fissa ed immobile che da’ apparente sicurezza), ad una religione fanatica (radicata in un sentimento di potenza individuale che sconfina col politico), ad una religione spirituale (unica autentica che nasce dal profondo dell’io a contatto con l’Essere superiore). Certo se Gesù venisse al nostro tempo ci direbbe che quella vera e seria è la spirituale, nucleo e punto di origine alla base di tutti i comportamenti umani individuali e sociali. In effetti in nome delle religioni si può ammazzare, ma in nome della spiritualità profonda = Dio è assolutamente impensabile, a meno che non lo si voglia strumentalizzare. Su questa logica l’atteggiamento di Gesù fra il suo e il nostro tempo sarebbe identico. Sulla questione del linguaggio usato da Gesù invece si devono fare delle distinzioni. Molti lettori sostengono che nel vangelo esistono diverse oscurità per cui riesce difficile trovare l’essenziale, quasi che la Bibbia fosse contro la Bibbia. Ma da questo impasse si può uscire. Gesù usa talvolta un linguaggio diverso a seconda dell’uditorio e del livello culturale. A dei contadini deve parlare in parabole, paragoni, miti, tradizioni del popolo. Ad una classe elevata può utilizzare concetti filosofici (vedi il Vangelo di Giovanni). Talvolta a incolti e piccoli gruppi usa linguaggio esoterico:” parlava in segreto” Mc.4,34 -Non date le cose santi ai porci Mt.7,6. Ho ancora molte cose da dirvi quando le potete comprendere” Gv.16,12. Altre volte linguaggio aperto a tutti, chiamato essoterico. IL guaio è che la chiesa lungo i secoli ha troppo ecceduto nel linguaggio esoterico, così la gente è rimasta troppo a lungo ignorante e fissata nella sua ignoranza. Ma se Gesù venisse oggi direbbe a tutti” esoterici ed essoterici”, sia il vostro parlare sì si, no no (Mt.5.37. Nel versante del linguaggio di Gesù è che molti avanzano l’obbiezione che il vangelo è anche pieno di contraddizioni. Ne citiamo qualcuna:” Onora il padre e la madre” (Es-10,12) contraddetto da” chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”. Un’altra: “perdona al tuo prossimo”, contraddetto da:” non sono venuto a portare la pace, ma la spada”. Una terza sulla fine del mondo: “Non la conosce né il figlio dell’uomo, né gli angeli del cielo, ma solo il Padre. “Contraddetto da:” non passerà questa generazione finché tutto ciò non avvenga”. Sono tante, ma anche apparenti. Si pensi alle 4.500 trascrizioni che hanno avuto i vangeli, alla diversità di comprensione dei traduttori, all’ambiente, al passaparola, alla cangiante necessità delle varie comunità che hanno scritto i libri sacri 40-80 anni dopo la morte di Gesù. Da interpretare invece in modo diverso ed universale sono altri linguaggi. Vale la pena soffermarsi su di uno soltanto “Beati voi poveri perché vostro è il regno dei cieli” (Lc.6,20). Qui chiaramente bisogna riferirsi al tipo di società in cui è vissuto Gesù. IL Cristianesimo è sorto in una economia agreste di 2000 anni fa. Miseria nera, strade piene di mendicanti che chiedevano di sopravvivere con l’elemosina. Allora la carità consisteva nel dare una dramma e un piatto di ceci. Per non parlare di ciechi, storpi, malandati, appestati. Oggi cambiato l’assetto economico cambia anche il senso e il modo della carità. Non dimenticando fra l’altro che Gesù disse pure:” i poveri li avrete sempre tra di voi”. Gesù non potendo sovvertire di colpo l’assetto sociale è intervenuto nei limiti del possibile caso per caso. Oggi egli direbbe: “beati i poveri perché suscitano negli onesti la giusta compassione e la fattiva reazione per abolire le condizioni di povertà’” Praticamente ci griderebbe, basta con la povertà, agite contro la corruzione, contro il colonialismo, contro il traffico di droga e stupefacenti, contro le mafie, contro il riciclaggio di denaro sporco, contro il traffico di armi, e quant’altro. Tutto questo è causa di povertà’, di 300 ricchi del mondo che possiedono la ricchezza di 3 miliardi di poveri, di 22 mila bambini che ogni giorno muoiono di fame E’ qui che si farebbe la saldatura fra il Gesù di ieri e quello di oggi. Ecco il messaggio evangelico, rivisto, riletto al nostro tempo. E sarebbe fedele a quello di 2000 anni fa, ma in una dimensione attualizzata e planetaria. O trasformiamo la lettura del vangelo in un impegno del genere o anche nei vangeli delle domeniche ripeteremo un Gesù morto e sepolto, ma mai risorto, mai vivente nel nostro tempo.

Autore
Albino Michelin
30.06.2020