venerdì 5 novembre 2021

SUL PECCATO ORIGINALE NON CESSA IL CONFLITTO TRA SCIENZA E FEDE

 Si ha un bel dire: A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, cioè l’autonomia tra il campo della scienza e quello della fede. E si obbietterà giustamente che questo argomento è di interesse minoritario per il nostro tempo, però non lo è per una buona parte del mondo cattolico rimasto al palo. Perché anche oggi da molti pulpiti e specialmente da radio cattoliche scende sempre la stessa litania: terremoti, pestilenze, morti innocenti, dolori inspiegabili provengono dal peccato originale, una vera spada di Damocle. E anche nel catechismo della Chiesa Cattolica, redatto nel 1982, dal numero 385 al 412 si concede a denti stretti un esiguo spazio all’evoluzionismo il che significa negarlo. Ma siamo in buone con il card. W. Kasper, eminente per cultura, che dalle sedi vaticane opta per una revisione totale del dogma. In sintesi ecco il quadro dei primi tre capitoli del Genesi della Bibbia, motivo del contendere. “All’inizio Dio creò il cielo e la terra in sei giorni. Come un artigiano poi fece l’uomo dal fango e la donna dalla di lui costola, li pose in un giardino di delizie con l’ingiunzione di crescere e dominare la terra. Tutto era bello e buono. Quindi Dio mise i progenitori alla prova, quella di non mangiare il frutto dell’albero del bene e del male. I due incuriositi trasgredirono e venne comminato il castigo per loro e tutti i discendenti, morte, sofferenze, inferno. Uno spiraglio, la redenzione con la dichiarazione che una donna avrebbe schiacciato il capo al serpente.” Galileo quando fu condannato per lo stesso conflitto scienza-fede sostenendo che l’astronomia dimostrava essere la terra a girare attorno al sole e la chiesa basandosi sulla bibbia affermare il contrario, scrisse alla Granduchessa di Toscana nel 1615 che la chiesa ha da insegnare come si va in cielo e non come va il cielo. Voleva dire, la fede non si immischi nella scienza, quest’ultima una volta consolidata è parola di Dio, la fede invece può essere talvolta solo parola di uomo. Alcuni punti del conflitto. 1) Uomo nel giardino di delizie, centro del mondo. Scienza: l’uomo non è al centro del mondo, nemmeno la terra lo è, forse nemmeno l’universo perché esiste probabilmente il multiuniverso. 2) Tutto era bello e buono. Scienza: all’inizio circa 13 miliardi di anni or sono tutto era caos, con l’evoluzione il mondo sta diventando cosmo. Terremoti, inondazioni ecc. possono essere indizio di un cosmo che sta ancora assestandosi. E Il processo di umanizzazione non finisce l’anno prossimo ma avrà bisogno forse di secoli e migliaia di anni, come sostiene Th.de Chardin. La fede: si sta correggendo e proietta alla fine della storia ciò che è detto dell’inizio, come accenna la bibbia alludendo che Dio sarà tutto in tutti. 3) Dal peccato di Adamo è entrata la morte nel mondo e tutto il corredo di disgrazie. La fede: difende ancora tale concetto. La scienza: falso perché gli animali muoiono da sempre già prima che arrivasse l’uomo. Essa è un dato biologico della natura, orientata alla sostituzione e successione dei viventi. 4) Dominate la terra. La scienza vede insostituibile impedire sfruttamento e inquinamento, e anche la sovrappopolazione con il controllo delle nascite. La fede: d’accordo per il rispetto della casa comune, però nessun controllo delle nascite, ogni vita è sacra. Domanda: anche quella di migliaia di persone destinate oggi alla morte di fame? 5) L’odio, l’orgoglio, la superbia sono frutto del peccato originale. La fede tiene a questa posizione. La scienza psicologica invece ritiene che da quando l’uomo ha preso atto della sua capacità di autoriflessione si è lasciato dominare dalla bramosia, dall’odio, dall’istinto, dalla frenesia. Esperienza quindi innata. 6) Il peccato di Adamo si è tramesso ai suoi discendenti, perciò sono destinati essi pure alla perdizione eterna. La fede: sì, perché Paolo afferma che come da un solo uomo Adamo è venuto il peccato, così da un solo uomo Gesù viene la salvezza (Rom.5,12). Essa giunge attraverso il battesimo che libera il neonato dalla possessione di satana. La scienza del diritto invece sostiene che ognuno è punibile solo per i suoi atti. E che la responsabilità altrui non è trasmissibile. Che c’entro io, ciascun uomo con Adamo? 7) IL peccato originale viene espiato solo con la morte di Gesù in croce. La fede sottolinea che il Figlio di Dio venne sulla terra per placare il Padre e che tale sacrificio viene commemorato nella messa. Al contrario la scienza della psicologia obbietta essere inaccettabile che un Padre buono come da Gesù definito chieda la morte del figlio per perdonare una colpa inesistente. Incomprensibile “figlicidio”. Una sintesi a questo proposito ci viene da Paul Ricoeur (+2005), uno dei maggiori filosofi del nostro tempo: “quanto male ha fatto alla cristianità l’interpretazione letteraria del mito di Adam, quando invece è un tentativo di risposta al vissuto del tempo. Speculazione assurda sulla trasmissione biologica di una colpevolezza giuridica per l’errore di un altro uomo, respinto lontano nella notte dei tempi, non si sa bene dove, tra il pitecantropo e l’uomo di Neanderthal. Colpevoli di tutto, di colpe non nostre, compiute da un ignoto antenato. Dannati all’inferno senza colpa, redenti dalla morte di Cristo senza merito. “Il messaggio di Gesù non è stato quello del peccato originale di Adamo ed Eva ma che il male si vince col bene, l’odio con l’amore. Sforzo impari che forse durerà secoli ma alla fine la vita prevarrà sulla morte.

Autore: Albino Michelin 30.08.2021
albin.michel@live.com

mercoledì 3 novembre 2021

PER NON DIMENTICARE GINO STRADA

Scomparso all’età di 73 anni il 13 agosto u. s. in Normandia, regione della Francia dove soggiornava per un breve periodo di riposo causa problemi cardiaci, di lui rimarranno sempre indelebili alcuni logo, quali: “una vita per gli ultimi. La morte vince una volta sola, la vita vince ogni giorno. Tra il dire e il fare c’è in mezzo il fare. Fare del bene è stare bene.” Schivo, aborriva il culto dell’immagine, sia nell’atteggiamento come nel linguaggio. Però carattere deciso, determinato, un po’ spigoloso, tagliente, ma essenziale. Milanese, era nato a Sesto S. Giovanni il 21.4.1948. Sessantottino, durante gli anni della contestazione fu uno degli attivisti della protesta a tutti i livelli, ma non volle mai far parte di un partito politico anche se la stampa di destra nelle sue recensioni dopo la morte lo sdoganava nella sinistra virtuosa e spocchiosa. Pur essendo nato ed allevato in ambiente cattolico, non si dichiarò mai tale, piuttosto si definiva ateo in quanto professava una fede illimitata nell’uomo, specie in quello sofferente ai limiti della dignità umana. Non conosceva la parola nemico e mai avrebbe potuto giustificare le logiche disumane della guerra giusta e necessaria. Ferreo nella sua morale kantiana sosteneva che se siamo uomini razionali non possiamo comportarci da bestie e che alle armi e all’aggressione non si risponde con la violenza, ma con la ragione e la persuasione. Un alieno, un essere soprannaturale con una sua grammatica, un suo alfabeto, implicitamente quello di Dio, anche se si rifiutava per la solita comune ipocrisia di nominarlo e di pubblicizzarlo. Non ha predicato chiacchere, ma ha agito e si è consumato nelle tempeste delle trincee e ogni momento rischiato la vita. Potremmo annoverarlo fra i grandi uomini, come Martin Luther King, Gandhi, don Milani, don Gallo, don Ciotti, R. Livatino giudice antimafia, cioè quelli che possiedono la struttura di uomini di pace. Un accenno al suo curriculum è d’obbligo. Nel 1978 si laureò in medicina con specializzazione chirurgia d’urgenza, dieci anni più tardi in quella traumatologica. Fra l’89 e il 94 lavorò nel comitato internazionale della Croce Rossa in varie zone di conflitto: Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia, Bosnia, diventando chirurgo di guerra. Nel luglio del 94 insieme alla moglie Teresa Sarti (+2009) fondava Emergency, una ONG, cioè una organizzazione non governativa, dall’acronimo onlus cioè associazione non lucrativa di utilità sociale chiaramente umanitaria per la riabilitazione, ricupero, rieducazione delle vittime della guerra, e delle mine antiuomo, per una cultura della pace, della solidarietà, dei diritti umani. Emergency cresciuta fino ad arrivare in 18 paesi e diventare l’unica speranza di vita per milioni di persone. Il primo ambiente della sua attività è stato il Ruanda devastato dalla guerra civile, quindi Afghanistan (10 milioni investiti), Sudan (11 milioni) Sierra Leone. (4 milioni), Iraq. Cure mediche e chirurgiche gratuite per tutti. Quasi 11 milioni di persone assistite, tra cui i buoni e i presunti buoni, i cattivi e i presunti cattivi, i terroristi, senza nessuna distinzione fra quelli di serie a e b, perché curare i feriti non è né generoso, ne’ misericordioso. E’ semplicemente giusto e lo si deve fare. Non è scandaloso avere molti soldi, importante è spenderli per la dignità degli scarti umani, e per la sacralità della vita. A Kabul ha esaminato le cartelle cliniche di 1200 pazienti notando che il 10% circa erano militari, ma il 90 % vittime civili, di cui un terzo bambini. E si è chiesto se questo era il nemico. Quando abbracciava i bambini Gino piangeva di gioia, forse perché Dio era con lui. Esigeva un grande senso di professionalità all’interno del volontariato: ecco perché sotto il profilo medico voleva ospedali belli, efficienti, con dottori capaci di curare le persone. Il suo pacifismo, il no alla violenza, è spesso risultato scomodo ai politici. Dal parlamento girava al largo, perché secondo lui pieno di papponi, di condannati e di pregiudicati. Verso i governanti non gli faceva difetto né la lingua né l’irruenza. Sempre ostacolato dai governi di destra e di sinistra, ha accusato Prodi e Berlusconi di aver portato l’Italia a intervenire militarmente nel conflitto in Afghanistan (2002) contro il precedente governo talebano, palese violazione alla costituzione italiana. Cittadino onorario delle città di Empoli e di Montebelluna, insignito nel 2015 del premio Nobel alternativo, recentemente dai soliti partiti gli è stata negata la dedica di una strada nella città di Genova. Magari da coloro che il 15 agosto u.s. hanno sfilato alla sua camera ardente con cuore compunto e dolente. Da due anni aveva individuato uno dei problemi più nefasti del nostro tempo: l’odio sul social specialmente verso i più deboli. Tanto odio e disprezzo per chi sta solo e in pericolo di morte lo feriva profondamente. Il povero disgraziato visto come la causa dei problemi e degli insuccessi degli altri. Per questo il suo sguardo era sempre volto verso l’infinito e malinconico. Ma Gino resterà sempre e fuori del tempo un grande. Lasciamolo così, senza farlo santo perché lo rovineremmo commerciandogli ossicini, reliquie e santini. Diventerebbe un idolo e non resterebbe un esempio per tutti. Gino Strada ha creduto in un mondo migliore e l’ha reso possibile. Grazie Gino.

Autore: Albino Michelin 25.08.2021
albin.michel@live.com

lunedì 1 novembre 2021

PAGARE LE TASSE: É SENSO CIVICO E AMORE CRISTIANO

Un proverbio veneto risalente ai primi anni dell’unità d’Italia verso il 1870 diceva:” carta e musso porta de tuto ”-Cioè carta e asino porta di tutto. E si riferiva al fatto che quando nei paesi arrivava il postino sul biroccio tirato da quel paziente quadrupede erano guai perché veniva a consegnare la lista dei balzelli o tasse sul macinato. E molti contadini ridotti sul lastrico erano costretti ad emigrare nelle Americhe. E’ pure a quel periodo che risale l’altro proverbio” piove, governo ladro”. L’italiano antistatalista anche perché antifisco è fino ad oggi considerato carattere furbo e fantasioso, definizione piuttosto negativa, ma di cui noi un po’ troppo ci si vanta. Non è certo un glorioso medaglione. E’ piuttosto problema da riflettere se nel 2019 la mappa della corruzione politica nel mondo metteva al primo posto l’Italia e citava come gli evasori fiscali fossero 3.546 e oltre 19 mila i lavoratori in nero con un ammanco di 108 miliardi annui alle casse dello Stato. Evasori sono i commercianti che non emettono scontrini, imprenditori che esportano capitali all’estero, professionisti che incassano laute parcelle dai clienti. Certo con la debita distinzione fra chi non vuole e chi non può contribuire. IL problema tasse è assai complesso perché coinvolge il senso civico e anche quello religioso. IL termine più preciso per indicare le tasse sarebbe tributo che deriva da tribù, fra le quali nell’antica Roma venivano suddivisi i cittadini e quindi ripartito il peso della spesa comune. Ed è così che Roma tollerante verso tutte le religioni dei popoli assoggettati imponeva però delle tasse attraverso cui costruire strade tipo Appia, Aurelia, Tiburtina. Emilia, Postumia e numerosi altre nel mondo. Come pure monumenti, Colosseo, teatri, templi, acquedotti. Nel nostro Paese paghiamo anche oggi le tasse come ci venissero imposte da un’entità estranea ed astratta mentre invece è affare nostro e non di qualcun altro. E le paghiamo sempre alzando gli occhi al cielo quasi imprecando e bestemmiando contro lo stato. Però non si dimentichi un difetto che sta nel manico. Ci manca spesso la coscienza di esercitare una funzione sociale anche perché non siamo stati educati ad un’etica politica e dei politici, come avvenuto nei paesi nordici protestanti e anche nella Svizzera dal 1500 in poi. Per fare un prete si esigono 12 anni di seminario, per fare un politico ci basta troppo spesso un astuto pifferaio. Che in Italia sia mancato il protestantesimo è senz’altro mancato un pezzo di senso sociale. Si potrebbe risanare questa dilagante corruzione convincendoci che lo stato siamo noi anche grazie alle tasse che paghiamo. Per i cristiani e per tutti gli adepti delle varie religioni in cui vige il motto” non fare agli altri quello che non vorresti gli altri facessero a te”, l’evasione va ritenuta un comportamento immorale da evitare. Anche se spesso pure qui si resta sul piano teorico. Uno dei modi possibili per amare il nostro prossimo consiste nel rinunciare ad una parte dei propri guadagni per farsi carico di chi è rimasto indietro, testimoniando che trasparenza, efficienza, umanità di questo sistema è affare nostro e non di qualcun altro. Le tasse rappresentano il modo più semplice per trovare le risorse necessarie e consentire di vivere insieme. Sono il prezzo che paghiamo per essere comunità. E sono anche un mezzo necessario per non lasciare indietro gli altri, i più poveri. Quando non le paghiamo obblighiamo un altro a pagare per noi, magari corrompendo. E allo stesso tempo ci sentiamo legittimati a continuare ad usufruire della sanità, ospedali, pulizia delle strade, manutenzione pubblica, biblioteche, forze dell’ordine, università, protezione civile, pensionamento e tutto quello che lo stato riesce a far funzionare proprio dalle tasse pagate dagli altri. Ma i conti così non tornano. Senza stato saremmo tutti più poveri, più deboli, più indifesi. Quindi il pagare le tasse, il versamento delle imposte è un dovere civico, che viene negato dalla evasione ed elusione fiscale, atto illegale, ma soprattutto noncurante delle leggi fondamentali della vita che si chiamano reciproco soccorso. Per il cittadino è la base del senso civico, per il cristiano la base dell’amore fraterno. Non si dimentichi che anche Gesù ha pagato le tasse e non tanto per dare buon esempio, ma per rispetto ad una legge dello stato che in questo caso si identifica con le legge di Dio. Pure lo Stato qui però ha un compito che spesso ignora: quello di non limitarsi ad imporre, ma garantire la “rappresentanza”. Cioè che i cittadini vengano rappresentati e siano consapevoli di come vengono utilizzati i loro soldi. Anche nel Medioevo i gruppi influenti avevano la possibilità di farsi sentire e pesare sulle scelte dei sovrani. Il legame tasse-rappresentanza salì alla ribalta la prima volta quando i coloni della Virginia in America nel 1775 si ribellarono alle imposte emanate dalla Corona inglese in nome del principio “nessuna tassazione senza rappresentanza.” Senza rappresentanza è rapina, e lo stato sarebbe un ladro che restituisce in minima parte il male tolto. Questo un primo passo per la formazione di una coscienza sociale verso un obbligo morale oggi tanto disatteso.

Autore: Albino Michelin 18.08.2021
albin.michel@live.com

sabato 30 ottobre 2021

LA MORALE SESSUALE: DALLA REPRESSIONE ALLA GIOIA

Nel secolo scorso, periodo dell’era vittoriana, si coprivano le gambe dei pianoforti perché alludevano alle cosce femminili, così si bandivano anche le cosce di pollo dai banchetti pubblici. Il legame con la morale sessuale è qui ovvio: tabu e complessi sono stati purtroppo chiodo fisso della chiesa cattolica dai tempi di Agostino in poi (400 d.C.), tormento delle coscienze, una prateria per i predicatori contro la lussuria e le sue forme, e l’imposizione di penitenze e autopunizioni per evitare il fuoco eterno dell’inferno. Sensi di colpa infiniti per le deboli vittime dei piaceri della carne. E questo fino a qualche decennio fa, quando con la rivoluzione del 68 la sessualità è diventata urlata, bene di consumo, marketing, strumento pubblicitario per l’incremento del commercio. Nel mondo cattolico vi ha contribuito senz’altro anche certo concetto di Dio, quello dell’Antico Testamento, proiezione della prepotenza degli uomini verso il dio degli eserciti e legislatore supremo. Gesù invece è venuto a portare l’amore verso sé stessi e verso il prossimo, in cui la sessualità ha pure una dimensione importante, ma non l’ha bloccata al solo obbiettivo della procreazione, dandole invece respiro e spazio nella totalità dell’essere umano. Sappiamo che nelle civiltà antiche, tipo la religione induista, il kamasutra aveva una profonda connessione con il divino e non si limitava solo alla descrizione dei modi come far l’amore. E persino i riti di Dioniso nell’antica Grecia e di Bacco nella Roma imperiale non si abbandonavano solo ai deliri sessuali ma avevano anche un’apertura verso la mistica. Per venire all’oggi dobbiamo riconoscere che noi da sempre si nasce sessuati, che la sessualità è la forza radicale, universale, ancestrale, dirompente legata alla nostra identità. Persino il neonato è carico di sessualità se già inconsciamente esperimenta l’erotismo con i baci materni sulle labbra che egli interiorizza come benefici se intuisce il di lei consenso, o tabuizzanti se ne percepisce il dissenso. Inoltre la sessualità sin dall’infanzia non viene recepita solo come piacere genitale, ma anche come energia soffusa e diffusa, che poi nella vita evolutiva ed adulta coinvolge le emozioni, la cultura, le scelte professionali, persino la preghiera, la religione, la mistica, tutto.  Società e religioni si sono applicate al controllo sessuale attraverso la pedagogia del costante rimorso, strumento indispensabile per bloccare chi apprezza le gioie della vita. Ciò implicava l’intervento autoritario e capillare in ogni campo della cultura e della morale attraverso l’indice dei libri proibiti, l’inquisizione, e a livello ancora più intimo la confessione con prontuari che quantificano minuziosamente le penitenze commisurate ad ogni colpa, strumento di controllo sociale delle singole persone, della riproduzione, della famiglia, della società, del patrimonio. La svalutazione della sessualità portava all’esaltazione del celibato che crea un’aura di sacralità attorno a chi sceglie tale sacrificio. Individuata qui la radice del clericalismo che assegna un rango superiore a chi si consacra a Dio. Il celibato possibile a determinate condizioni di sublimazione degli istinti è pure un valore evangelico, ma la rimozione della sessualità con l’arrogarsi il diritto di normare la vita delle persone a livello di coppia, coniugati o single, finisce con generare sensi di colpa, anche a chi gli passa per la testa solo un desiderio erotico. (Catechismo nr.2396). La sessualità possiede infinite sfumature nell’arco della storia personale: donazione, rispetto, responsabilità, tenerezza, ricerca e offerta di piacere, affetto, coinvolgimento fisico, dialogo di corpi e anime. Dove il piacere può evolversi verso la crescita integrale della persona da un livello elementare e istintuale ad un livello maturo, come bene si vede nel Cantico dei Cantici della Bibbia. Di qui il pudore a difesa di così profondi sentimenti. Anche su questo argomento vi è pure oggi un dissidio fra scienza e fede. Abbiamo la medicina ad esempio che ci dice come l’autoerotismo potrebbe costituire un benessere per il cervello ed epanouissement della persona ed invece la morale cattolica parla di atrofizzazione che conduce all’ottusità. E viene in mente quando la chiesa nella pratica insegnava che la masturbazione provoca nell’adolescente cecità e deperimento della spina dorsale, mentre invece la psicologia ne parla come di una ricerca di conoscenza e di appropriazione del proprio corpo. Con ciò non si vuole qui optare per ogni libertà sessuale e relativa dipendenza, anzi sottolineare la necessità dell’autocontrollo, perché è facile in materia il degrado. Una parola potrebbero qui dirla anche i giovani che di sessualità sono saturi, sino al punto che alcuni negli Usa ritornano al puritanesimo. Per questo il sinodo dei cattolici tedeschi ha inoltrato la richiesta che la chiesa ristudi il significato e la morale della sessualità. E non va assolutizzata a senso unico riferendola al passo di Paolo quando dice che il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo (1° Cor.6,19). Si, però esso non viene abusato solo con il sesso libero, ma anche con l’alcolismo, la droga, le abbuffate alimentari e strapazzi vari. Sempre fa capolino l’ossessione sessuale. Considerando l’eccessivo attuale sbando di certa parte del clero sulla pedofilia c’è chi ipotizza due strade: o l’abolizione del celibato obbligatorio, o rassegnarsi al prete quale figura di dubbia credibilità.

Autore: Albino Michelin 10.08.2021
albin.michel@live.com

giovedì 28 ottobre 2021

CHI VEDE UN BAMBINO NON VEDE NIENTE

Qualche anni fa quando un bambino faceva i capricci lo si minacciava di mandarlo in cantina con l’uomo nero. Anche se oggi un po’più evoluto egli non conosce la storia dei bambini del passato, e nemmeno del presente, bisogna raccontargliela, se pur triste, perché è la storia il ponte che collega il passato al presente e prepara al futuro. Non siamo più ai tempi di qualche millennio fa quando si sacrificavano i bambini al dio Moloch per una protezione nelle crisi o per ringraziamento di lieti eventi. Un po’ più avanti con il tempo si inciampa nei romani, nostri predecessori, che con l’infanzia non erano molto teneri. La decisione di vita o di morte, di esporre e di vendere i neonati dipendeva dal paterfamilias. Il termine puer in latino significava ad un tempo bimbo e schiavo. Si sa da missive di generali in guerra che scrivevano alla moglie:” se sarà un maschietto allevalo, se una femminuccia buttala dalla rupe tarpea”. Ma anche all’inizio dell’era moderna la considerazione sul bambino non è mai stata ottimista: “felice chi ha un bambino, non infelice chi non ne ha”. Un‘ antologia di proverbi per capire che il bambino non godeva di un riconoscimento particolare. Un barlume di attenzione verso questo essere indifeso e incolpevole lo abbiamo nell’ultimo secolo con diverse convenzioni che in teoria parlano abbastanza bene e chiaro, ma in pratica la sorte dei bambini non è molto cambiata. Ricordiamo l’Unicef 1946 (fondo delle nazioni unite per l’infanzia) basata su 4 principi: 1) non discriminare, 2) superiore è l’interesse del bambino, 3) diritto alla vita, sopravvivenza, sviuppo,4) ascolto delle opinioni dei bambini. Ed ancora l’articolo 19 dell’ONU:” Contro l’infanzia si vieta ogni forma di violenza fisica e mentale, lesione e abuso, abbandono, maltrattamento, sfruttamento.” Ovviamente a questo divieto si possono aggiungere tutte le forme di schiavitù per interesse commerciale, sessuale, prostituzione dei minori. A protezione anche di tali principi si sono fissati il 20 novembre giornata mondiale del bambino, il 12 giugno contro lo sfruttamento minorile, il 2 luglio contro la tratta degli esseri umani, il 20 giugno dei rifugiati (bambini inclusi). Il 27 gennaio giornata internazionale della memoria della shoah, dedicata a tutte le vittime del razzismo, con particolare attenzione anche ai tanti bambini ebrei come Anne Franke. Per prendere atto dell’ampiezza del fenomeno è opportuno fare una mappa della situazione nel mondo. Un miliardo e 700 milioni le vittime di violenze di ogni tipo, 175 milioni privi di insegnamento scolastico, 152 milioni sottoposti a lavori minorili, 150 milioni di ragazze e 73 milioni di ragazzi vittime di violenze sessuali, 130 milioni le bambine obbligate all’infibulazione in 27 paesi africani, la più cruenta delle mutilazioni per ricordare loro che non sono nessuno e non hanno nessun diritto sul loro corpo, 700 milioni sotto la soglia di povertà, 80 milioni di rifugiati di cui un 10% i siriani e buona parte minori. 60 milioni bambini affetti di autismo, 4 milioni di piccoli pescatori nelle Filippine, 300 mila bambini soldati dislocati in 160 paesi, 40 mila ragazzini nel Congo con 12 ore di lavoro al giorno per 1-2 euro all’ora nelle miniere a contatto di sostanze chimiche tossiche per l’estrazione di coltan e cobalto. Dietro ad un nostro smartphone ci sta quasi sempre un bambino schiavo congolese. A Dakar nel Senegal 8 mila bambini mendicanti sulle strade Un problema grave lo pone la Cina con l’infanzia negata, dove nascere maschio o femmina fa la differenza. Paese col più grave squilibrio del mondo. Un miliardo e 300 milioni di abitanti, con 33 milioni di uomini in più delle donne. Causa una legge 1979 del figlio unico. Una donna poteva avere un secondo bambino se il primo era femmina. Come dire che l’uomo vale più della donna, discriminazione plateale. Legge per fortuna allentata dal 2013. In Italia non è che le cose vadano molto meglio. 4 mila i casi di violenza sui minori, 340 mila lavori minorili ai limiti dello sfruttamento. Purtroppo da noi vi è da sottolineare una certa insensibilità nei confronti dei bambini costretti al viaggio della speranza, annegati nel cimitero del mediterraneo. Siamo stati veloci a chiudere i porti il 7.1.19, con un governo dagli slogan “prima gli italiani” mentre recentemente le madri afghane gettavano i figli oltre i reticolati affinché i militari li portassero in salvo. Chi ha cuore non può dimenticare la foto di Aylan bimbo turco morto sulla spiaggia (2.9.15), cui il musicista Beppi De Marzi noto in Europa per le sue cante ha dedicato la nuova “I bambini del mare, hanno gli occhi di conchiglia, le scarpine di pezza cucite dalla mamma prima di partire, prima di morire. Le manine sulla sabbia cercavano prati verdi.” Viene qui anche alla memoria l’immaginetta cattolica in cui Gesù invita:” lasciate che i bambini vengano a me. Chi vede e accoglie un bambino vede e accoglie me.” (Mc.9,33) Per Gesù, uscito da una società ebraica in cui il padre si vergognava di abbracciare i figli, il bambino possiede tutte le potenzialità per rinnovare il mondo. Oggi i nostri bambini pongono tutt’altri problemi, forse troppo viziati, con wellness e paghette pesanti per mini prestazioni. In un ambiente sociale sospettoso verso gli immigrati, obbligati a restarsene dove sono, sarebbe opportuno sensibilizzare genitori e figli a qualche risparmio per devolvere un contributo significativo ai bambini del terzo mondo, coerenti così con lo slogan “aiutarli a casa loro”.

Autore: Albino Michelin 02.08.2021
albin.michel@live.com

mercoledì 8 settembre 2021

STATO ATTUALE DI SALUTE DELLA CHIESA CATTOLICA

Lucio Caracciolo, filosofo e politologo direttore della rivista di geopolitica Limes, ha pubblicato recentemente su Azione del Ticino uno studio chiedendosi se la chiesa cattolica non stia andando verso un arcipelago di chiese. Dato l’interesse e la precisione dell’analisi vale la pena riportarlo al pubblico. Perché una inversione di tendenza può coinvolgere tutti, necessaria in quanto tralasciata per due mila anni specialmente nell’ultimo secolo. La chiesa cattolica si definisce universale ma mai come oggi è lecito dubitarne. Sempre più numerose le fratture interne. Come istituzione di potere, distinta dalla comunità di fede intesa da Gesù, essa si struttura in questo modo verso il 313 d.C. con la donazione dell’impero romano da parte di Costantino a papa Silvestro, prendendone abbigliamento, titoli onorifici, mondanità, stile di comando. Come in tutti gli imperi anche in quello assunto dalla chiesa le fratture partono dall’interno. Non interessano qui la consistenza numerica della chiesa attuale con il suo miliardo e trecento milioni di adepti, né le sue diatribe teologiche, tantomeno gli scandali sessuali e finanziari. Interessano piuttosto tre fenomeni paralleli e insieme connessi. Punto primo: l’indebolimento dell’autorità papale, ultimo monarca assoluto della storia occidentale. Bergoglio sta contestando il carattere costantiniano della chiesa. Il nesso fra impero romano e impero papale fu ben colto dal teologo domenicano Congar che l’11 ottobre 1962 giorno dell’apertura del Concilio Vaticano II annotava sul diario:” avverto tutto il peso, mai denunciato, del tempo in cui la chiesa aveva stretto legami col feudalesimo, papa e vescovi signori di corte che proteggevano artisti, pretendevano uno sfarzo come quello dei Cesari. Tutto questo la chiesa di Roma non l’ha mai ripudiato.” Osservazioni di 60 anni fa rimaste al palo. E oggi Bergoglio ponendosi in questa linea sta indebolendo, secondo buona parte del clero, la sua autorità ed efficacia di governo. Punto due: Bergoglio intende guidare la chiesa universale non all’italiana ma dalla periferia del mondo e la spinge in uscita verso i non credenti, le altre religioni: ciò ha contribuito ad accelerare la tendenza di molti vescovi, ovviamente non residenti in Vaticano, a muoversi per conto proprio e rileggere e applicare localmente il messaggio del vangelo. Chiesa mobile e policentrica. D’altronde che cosa unisce oggi un cattolico polacco ad un cattolico africano, sudamericano, tedesco? Poco. Tanto poco da mettere in questione l’universalità della chiesa e il ruolo di un centro vaticano romano. Punto tre: i vari cristianesimi dell’emozione. Galassia di confessioni, gruppi, movimenti pentecostali o meno, che anche se di diversa estrazione fioriscono in tutto il mondo. Opportuna la domanda: sopravvivrà la chiesa cattolica romana o si frammenterà in un arcipelago? Che cosa resterà della radice occidentale del cattolicesimo romano? In che misura la tendenza disgregatrice influirà sugli assetti geopolitici mondiali? Fino a qui il Caracciolo. Una risposta va tentata con i biblisti e i teologi della nuova generazione. Punto uno: separare totalmente l’attuale istituzione chiesa dalla sua origine imperiale e restituirla al vangelo di Gesù. Slegarla dal diritto romano e dalla filosofia greco romana con cui ha costruito i suoi dogmi, specie dall’inizio con il concilio di Nicea 325, origine delle sue formule irriformabili, indiscutibili, eterne. Ritornare ai messaggi del capitolo 12 di Paolo (1° Cor.) in cui proclama la diversità dei doni distribuiti ad ogni persona, quindi ad ogni popolo e nazione, nell’unicità dello Spirito del Signore. Diversità nell’unità era il pensiero di Gesù e non uniformità escludente le diversità. La diversità, come i fiori del campo, è arricchimento, non sempre dispersione. Ma l’intento eccessivo della chiesa fu quello di esigere sottomissione, silenzio, omologazione di tutto e di tutti. Punto due: molti vescovi in varie nazioni tentano esperienze diverse più vicine al vangelo e non sempre in sintonia con la chiesa attuale. Oggettivamente all’inizio prima dell’era imperiale la chiesa era policentrica, cioè di rito orientale, bizantino, armeno, maronita ed altro nel rispetto delle diversità di culture, riti, tradizioni. D’altronde a che serve tutta questa intransigenza della chiesa centrale sul divieto di preti sposati, donne preti e quant’altro. Tutti precetti sorti dalla chiesa costantiniana e nemmeno esistenti nel vangelo di Gesù. E sulla messa? Gesù si definì “pane di vita” e con il pane celebrò la sua cena o prima messa. Il pane era il cibo base di quel paese e del nostro occidente. Un’osservazione che sembra banale: il cibo base per i tibetani è il riso, per gli africani l’injera. Perché la loro messa non potrebbe essere celebrata con il riso o con l’injera? Quello per loro è il pane di vita. Diversità di riti e di doni nell’unità con lo stesso spirito del Signore. Importante non è il cibo ma il senso della condivisione di vita. E qui le esemplificazioni sarebbero infinite, né vale la pena proseguire. Punto tre: i cristiani dell’emozione, il pullulare dei gruppi. La chiesa non deve portarsi sempre dentro l’antivirus del protestantesimo, e poi correre tardivamente ai ripari. Non tutti i gruppi sono anti o “sette”, importante che non si facciano guerra, ma vivano lo spirito del Signore che li unifica nella diversità. E se l’attuale declino venisse compensato dai ricuperi cattolici dei paesi poveri non va ripetuto l’errore di impacchettarli e omologarli tutti alla stregua del passato. Essa non può coprire le diversificate esperienze dei vari popoli. La chiesa non ha il diritto di proprietà su Gesù, ma l’invito al discepolato e alla testimonianza evangelica nei confronti di tutti sia uguali che diversi.

Autore: Albino Michelin 22.07.2021
albin.michel@live.com

martedì 7 settembre 2021

PERCHÈ NELLE CHIESE PREDOMINA IL CROCEFISSO SUL GESÙ RISORTO

Si ha un bel dire e proclamare che la Pasqua è la festa più importante dei cattolici perché centro della loro fede. Poi di fatto nelle chiese campeggia il crocefisso, la croce con inchiodato il Cristo morto. Assente quasi totalmente l’immagine del Gesù risorto. La contraddizione è palese. Negli anni 70 del secolo scorso fu costruita a Lugano una chiesa meravigliosa, di imponente architettura dell’artista Rino Tami e dedicata al Cristo Risorto. Al centro dell’abside un crocefisso di ampia dimensione, quasi ad occupare tutto lo spazio e l’attenzione, e dietro nel murale dell’abside una icona un po’ enigmatica ed eterea del risorto. Per non dire poi l’invasione di croci e crocefissi in ogni angolo di strada, sui monti e lungo i sentieri, nei bar, nei luoghi pubblici, nelle scuole, nei tribunali. Persino nei dibattiti televisivi. Basti rammentare una trasmissione Rai del 26.10.15, degenerata in bolgia con cori da stadio in cui il duo Gilletti-D’Urso si schieravano a difesa del simulacro con la Santachè a dare del pedofilo a Maometto perché su Gesù crocefisso si limitava al rispetto, ma senza fanatismo. Oggi si inizia anche a vedere chiese in cui si espone sì la croce, ma senza crocefisso in prima evidenza e sarebbe ritornare ad un cristianesimo che pone i valori prioritari ciascuno al proprio posto, ma i cattolici tradizionalisti tacciano la novità di modernismo in senso spregiativo e protestante. Come dire che il virus antiprotestante per i cattolici è sempre in agguato. E pensare che la croce nella sua origine induista e precristiana significava svasta-svastica, cioè “salve, salute a tutti” perché con le braccia aperte alle quattro dimensioni, punti cardinali, intendeva abbracciare il mondo. Un breve excursus storico ci dice che nei primi periodi del Cristianesimo non si onorava la croce: Gesù aveva diversi appellativi, pantocrate, glorioso, buon pastore e simili, ma non crocefisso, anche perché i credenti si attenevano alle prescrizioni dell’Esodo (20,4-5) di non farsi immagini delle divinità. E soprattutto perché per loro Gesù era il vivente, morto una volta per tutte. (1° Pietro c.3,18). E la sua risurrezione già era avvenuta sulla croce, quando Dio Padre lo accolse e divenne per noi il vincitore della morte. A partire dal 1100 Gesù veniva rappresentato vivo sulla croce con tunica bianca da risorto ed una corona regale gemmata sul capo. Dal 1200 con Jacopone da Todi si fece strada e fino ai nostri giorni una involuzione. La devozione al crocefisso divenne identificazione con lui da una parte e auto colpevolizzazione personale dall’altra. Identificazione fra la sofferenza di Gesù e la nostra vita piena di tribolazioni, per cui diventava più spontaneo il pensare al Cisto morto che non al risorto, un po’ lontano dalle nostre tragedie comuni. Tale identificazione però veniva abbinata al bisogno di espiazione. Cioè siamo noi i colpevoli di averlo messo in croce,” sono stato io l’ingrato Gesù mio perdon pietà”. Quindi penitenza, digiuno, mortificazioni per ottenere misericordia e paradiso. Il tutto anche sostenuto da una letteratura del tempo specie da” l’imitazione di Cristo” di Tommaso da Kempis. Di qui pure la denominazione sacrificio della croce” dato alla messa. Mentre per Gesù essa significava-la condivisone del pane, per i cattolici del medioevo fino ad oggi è diventata la riappacificazione di Dio con l’umanità tramite la morte di Gesù in croce, come Dio fosse un Moloch sanguinario che si placa per mezzo di sacrifici umani. Questo concetto è rimasto anche nella riforma recente del messale romano, un maquillage di qualche mutata espressione, ma che ha lasciato intatto l’impianto di messa sacrificio della croce, l’esaltazione del crocefisso. Anche questo un motivo di fondo della supremazia del Cristo morto su quello risorto. Certo lungo la storia il crocifisso ha incentivato l’arte. Si pensi a quello di Cimabue del 1277, alla Pietà del Michelangelo, capolavoro senza tempo, alle opere di Mantegna 1433 e di Velasquez 1631 cariche di valore emotivo, a Marc Chagall (+1985) dall’identità ebraica di Gesù. Innumerevoli poi le chiese dedicate al santo crocefisso. E ben 32 sarebbero i chiodi venerati nel mondo come autentici. Ma troppo spesso l’arte ci pone davanti a Cristi languenti, macerati, abbrutiti dal dolore, raccapriccianti come nel film di Mel Gibson. E diffuse sono pure le cosiddette Via Crucis viventi in molti paesi dell’occidente, da quella di Oberammergau in Germania, a Mendrisio in Svizzera Ticino. Anche il sottoscritto per 20 anni l’ha organizzato ogni venerdì santo ad Affoltern nello zurighese con enorme concorso di popolo, oltre il migliaio di partecipanti, dando ad essa però un contenuto culturale e motivazioni sociali.” Come può un uomo uccidere un altro uomo”, cantava nel tragitto il brano Auschwitz dei Nomadi. Ma i cattolici di sempre preferivano testi lacrimosi e penitenziali. A dimostrazione anche qui della carenza del Gesù risorto, del Vivente, datore di ogni energia spirituale all’universo e all’ essere umano, garante dell’unità fra immanenza e trascendenza, dell’aldiquà e l’aldilà, fra questa vita e il post mortem. Un cristianesimo depauperato e piegato sotto il peso del peccato se pensiamo fra l’altro al primo saluto di benvenuto alla vita che si dà ad un bambino portato al battesimo:” Rinunci a Satana?” inserito in una messa che per nove volte porta la gente a battersi il petto peccatrice. Se non si passa dall’episodio pur tragico di Gesù morto al Gesù risorto, avremo sempre una religione basata sul dolorismo, anziché sulla gioia del Vangelo e del suo lieto annuncio

Autore: Albino Michelin 16.07.2021
albin.michel@live.com