domenica 22 aprile 2018

IL BISOGNO DI NON PENSARE

In Italia non è che manchino dei buoni pensatori e teologi aperti ai problemi della ricerca e dell’approfondimento sia sul campo dei dogmi, della bibbia, della tradizioni di chiesa, il fatto è che spesso non trovano diritto di cittadinanza e vengono tacitati dalle correnti conservatrici che non si risparmiano di ricorrere a censure discriminatorie. Fra questi teologi e filosofi di rilievo può essere annoverato Vito Mancuso, il quale non ostante la sua relativa giovane età, ha già pubblicato finora una decina di studi interessanti ed innovatori, l’ultimo dei quali si intitola, ”Il bisogno di pensare” edito nel 2017. Il Cardinal Martini (1927-2012), pure profondo pensatore, sosteneva che i cattolici non si dividono fra praticanti e non, ma fra coloro che pensano e coloro che non pensano. E’ infatti il pensare lo spartiacque fra il mondo umano da una parte e quello naturale, vegetale, animale dall’altra. Se non ci fosse l’uomo a pensarlo, quest’ultimo in certo senso non esisterebbe nemmeno. Che senso avrebbero i picchi delle dolomiti, l’azzurro del mare, il profumo di un fiore? Di qui potrebbe meravigliare, ma non più di tanto, che lo stesso Vito Mancuso sostenga pure “il bisogno di non pensare”. Tutto sta ad intendersi. Infatti a ragionarci sopra, non gli si può dare torto. In effetti non esiste nessuno che almeno qualche volta non abbia provato l’esigenza di sgomberare la mente, di fermarla, di metterla a tacere, col desiderio di trovarsi finalmente leggero, sereno,” spensierato”. E’ anzi una forma di igiene mentale. In effetti può succedere che i troppi “pensieri” siano fonte di inquietudine, e spesso di malattia. Possono essere tossici, generare veleno, rendere veleno la stessa persona. Quel continuo e insoddisfatto rimuginare, che non si dovrebbe chiamare pensiero ma “pensieri”, cioè fastidi, preoccupazioni, ansia, paure, elaborazioni mentali deformanti e ingigantite. Arrivano quando vogliono, non richiesti, non graditi, ossessioni di giorno e di notte che si insinuano nella nostra psiche e non ci lasciano più. Appartengono al cosiddetto pensiero predatore, frutto di un ego e di una volontà che ci porta a pensare unicamente al guadagnare, possedere, dominare, conquistare. Certo guadagno e conquista sono una caratteristica inevitabile della specie umana. Occorre dire però che in occidente tale mentalità di vivere e di pensare si è fatta prevalente. Un tempo si lavorava per vivere, oggi si vive per lavorare, si lavora per guadagnare e conquistare sempre di più, in una spirale inesorabile. Al psicologo C. G. Jung il capo di un popolo sudamericano diceva: ”Voi bianchi siete sempre in ansia, non si sa di che cosa, siete fissati, lo si vede dagli occhi, scontenti ed irrequieti. Invece di pensare col cuore pensate col cervello e con la testa.” A questo tipo di pensiero predatore si potrebbe aggiungere il pensiero-ideologico, quell’adesione acritica e integrale ad una ideologia, come ad un blocco mentale, sia essa ateo, politico, religioso o di altro tipo. Si diventa così succubi del pensiero altrui esibendo e ripetendo un pensiero uniforme e stereotipato. Si tratta di una prigionia della mente che si riscontra in coloro che vivono un’esperienza di fede integralista e fondamentalista. Una servitù del pensiero che non si ferma solo all’ambito religioso, ma che anche in tutte le forme di cultura, pensiero, del potere. Indubbiamente la coerenza ai principi religiosi o etici sta a salvaguardia dei propri riferimenti, ma la chiusura mentale, quel tipo di cocciutaggine altera e altezzosa non è frutto di un pensiero sano, ma avvelenato e velenoso. Qualcuno a questo punto potrebbe aggiungere che esiste anche un'altra forma di pensiero inquinato, che rischia di fare più male che bene. Ed è quello che nasce dal molto leggere libri e giornali. E’ ovvio che la libertà di stampa può rappresentare una delle forme principali di liberazione della mente. Si pensi all’assonanza fra libro-libertà libero. Non si dimentichi però che i molti libri e i molti giornali possono generare una dipendenza dal pensiero altrui. La cultura libresca non sempre rende indipendenti ma succubi della vita degli altri. Permettiamo cioè che altri guidino i nostri pensieri. Il leggere non dovrebbe significare pensare con la testa altrui, ma con la propria. In realtà la lettura dovrebbe essere un servizio al pensiero non una sua sostituzione. Il che significa che il leggere è importante, perché senza l’incontro con i grandi libri il pensiero rimane ingenuo e poco avvertito. Ma più importante del leggere è il “rileggere”, e ancora più importante del rileggere è il “riflettere” perché la vera e propria meta è il “pensiero”, elaborare un pensiero autonomo e creativo, facendolo passare come si fa attraverso una lavatrice per la biancheria sporca, cioè attraverso il silenzio interiore e personale. Se così non fosse, allora sì meglio è non pensare, combineremmo meno guai a noi stessi e agli altri.

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Albino Michelin
14.04.2018

venerdì 20 aprile 2018

DON, QUANTO COSTA UNA MESSA?

Fra i proverbi alquanto polemici intercorsi fra cattolici e protestanti negli ultimi cinque secoli, quello di Lutero sembra il più ironico ”Quando il soldo cade nella cassetta, l’anima sale al ciel benedetta”. Rispecchia molto bene le fondamentali divergenze fra le due confessioni cristiane, riferentesi alla questione della vendita delle indulgenze a suffragio dei defunti, pubblicizzate da papa Leone X allo scopo di raccogliere fondi per la costruzione della Basilica di S. Pietro. Ma quello che fa più impressione è il ritorno di Papa Francesco, in data 7.3.18 il quale nell’ udienza a undicimila fedeli nella sala Paolo VI, a braccio ti salta fuori con un discorsetto del genere. ”Padre, quanto devo pagare perché il mio nome venga detto lì? Niente! La messa è il sacrificio gratuito di Cristo. Caso mai un’offerta può essere gradita.” In pratica Bergoglio denuncia un mercato che dal nord a sud dell’Italia e non soltanto sembra, eccetto qualche eccezione, non conoscere fine. Sappiamo che nel canone 945 della Chiesa cattolica promulgato nel 1983 è vivamente raccomandato ai sacerdoti di celebrare la messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto fra i più poveri, anche senza ricevere alcuna offerta. Nel 2001 qualche diocesi aveva stabilito un obolo di 10 euro per il suffragio, sottolineando che non era lecito chiedere somme superiori. Il presidente della Conferenza episcopale Bagnasco nel 2014 aveva affermato che i sacramenti non vanno pagati in nessun modo, offerta libera per le necessità della chiesa. Per restare sempre alla cronaca esistono anche delle messe con “offerte” diversificate. A Sant’Antonio di Padova abbiamo la prassi della messa perpetua, ogni giorno per una anno, la cui offerta suggerita è di euro 20 Classica è l’usanza delle cosiddette messe gregoriane. Cioè ordinare ad un prete 30 messe consecutive e ogni giorno senza interruzione salverebbe un’anima dal purgatorio. Nasce con S. Gregorio Magno nel 604 il quale scrive nei suoi dialoghi che certo frate Giustino poco amante del voto di povertà, dopo la morte finì in purgatorio. Un suo confratello si mise a celebrare ogni giorno la messa in di lui suffragio e dopo 29 giorni frate Giustino comparve al celebrante raccomandandogli di aggiungere un'altra messa, per arrivare al numero tondo tondo di 30 perché in quel caso l’anima sua sarebbe volata subito in paradiso. O mirabile commercio. Anche se il fatto non è storico, ma illustrativo, però esprime una prassi costante che accompagnò le vare devozioni dei cristiani fin dal medioevo. Di qui sono sorte anche le Chiese dette del suffragio presenti in molti paesi d’Italia, e costruiti altari privilegiati, nei quali la messa indulgenziata libera velocemente un’anima purgante. Il tutto però sempre accompagnato da piccole o abbondanti libagioni di denaro, specie da parte della povera gente. Oggi al di là delle varie indicazioni di cui sopra abbiamo una cattolicità divisa. Dei preti i quali sostengono:” la messa non costa nulla, se vuole dare un’offerta…”. Allora il devoto per non fare una figuraccia da taccagno sborsa qualcosa o molto di più. E questa da parte del ministro di Dio può essere una furbata, perché sa di poter giocare sulla vergogna del fedeli. Molti cattolici preferiscono l’ipocrisia di colpire alla schiena i preti, anziché partire dalla trasparenza: “reverendo, se non Le dispiace metta un’intenzione per me o per il mio familiare o per i miei parenti.” E così dicendo il discorso si chiude li. ’Caso mai il richiedente, senza che la sua destra sappia quello che fa la sinistra, può andarsene all’ufficio postale e versare una quota per i bisognosi di sua scelta senza passare attraverso il prete. Miserabile impressione fa il sentire durante la messa una sfilza di nomi, un accumulo di intenzioni, con la gente che litiga perché magari il prete ne ha dimenticato uno, ed altri che sostengono “quella messa à mia”. Papa Francesco taglia corto quando dice che non occorre pubblicizzare nomi e cognomi, ma in silenzio ognuno preghi per i suoi cari, perché il sacrificio di Gesù è per tutti, indistintamente. Con tutti i morti affogati negli ultimi anni in mare, bambini, donne incinte, poveracci, mai si è sentito in una messa una preghiera per loro. Forse perché non la possono pagare con 10 euro? O perché sono musulmani? E chi mai ha detto che Dio è cattolico e non musulmano, non induista, Dio di tutti e per tutti? Non esiste una solidarietà universale? Nella recita del Credo noi citiamo la nostra fede nella comunione dei santi. Giusto, ma che significa? Che non solo quelli posti sugli altari, ma tutti i vivi, i defunti di ieri e dei millenni passati, siamo una unità spirituale con il corpo di Cristo, con lo Spirito immenso e d’Amore di Dio. Indubbiamente per non fare i demagoghi, va ricordato che in passato l’offerta per la messa poteva costituire una sovvenzione vitale per un prete povero. Ma oggi il discorso va fatto in altro modo. Anzitutto nella trasparenza, nel resoconto, e soprattutto nella gestione in mano ad una delegazione della comunità cristiana del denaro della stessa per usarne a beneficio della carità. Non va dimenticato che una buona parte di anticlericalismo in Italia nasce anche dalle tariffe per matrimoni, funerali, ecc. Anche questi hanno da essere gratuiti. E chi si vuole infiorare la chiesa, gioire delle melodie organistiche, ecc. si paga direttamente i gli incaricati e non bustarelle al prete. E’ indecoroso vedere alle porte delle chiese i tariffari per matrimoni e funerali. Un’osservazione però qui va fatta. La parrocchia non ha a disposizione una fata con la bacchetta magica come Cenerentola. Nel senso che la manutenzione del luogo sacro, luce, riscaldamento, non va demandata allo Spirito Santo, ma sostenuta da chi ne fa uso anche saltuariamente. Ogni ambiente, ogni nazione, ogni popolo ha le sue modalità per contribuire alle necessità della chiesa. Non entriamo nei dettagli. Però il controllo e la devoluzione dei contributi finanziari non ha da essere clericale, ma affrontata comunitariamente. Papa Francesco viene da molti lo definito poco teologo e troppo popolare. Ma con l’affermazione: “Le messe non si pagano, sono gratuite” ha colpito nel segno, sia la sensibilità degli atei, dei non praticanti, come quella dei credenti.

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Albino Michelin
10.04.2018

giovedì 15 marzo 2018

TU MI BOCCI IL FIGLIO? E IO TI MENO!

Tempi turbolenti oggi per quanto riguarda la scuola. Qualche decennio fa se prendevi un brutto voto, tornato a casa ti arrivava il resto. Il 10 febbraio 2018 alla Murialdo di Foggia il vicepreside viene aggredito da parte del genitore di un allievo undicenne, che si divertiva ad inciampare i compagni di fila. Con un pugno alla testa l’energumeno padre lo butta a terra, lo tempesta di calci all’addome, lo manda all’ospedale con prognosi di trenta giorni. In un altro istituto un maturando, svogliato e bidone, bullizza e minaccia il preside di rigargli la vettura qualora si permetta di bocciarlo. Siamo alla deriva. Fra i due episodi ci soffermiamo sul primo, perché il più urgente, rapporto genitori-insegnanti. Va premesso che compito dei genitori è garantire le condizioni affinché il ragazzo possa essere inserito in questo percorso e quindi delegare la di lui formazione agli insegnanti. Ma la scuola la frequenta il figlio, mica i genitori. Essi non devono considerarsi né superiori, né inferiori, ma collaboratori del corpo docente. Altra premessa: saper distinguere l’educazione dall’istruzione. Educazione (dal latino educere=tirar fuori) significa conoscere le qualità e le capacità del bambino, rispettarle, farle crescere. Però da un castagno non si può pretendere il vino Valpolicella. Cioè se un bambino dimostra le premesse per diventare un agricoltore non si può sognare di farne un ingegnere. Istruzione invece (dal latino in-struere=portare dentro) significa introdurre il mondo nel figlio, cioè la cultura, la nozionistica, la grammatica, il rapporto relazionale, i valori morali, loro motivazioni. Non si può pretendere che l’istruzione sostituisca l’educazione, o soffochi e distrugga le qualità innate del ragazzo, ma che le curi e le sostenga. Cioè meglio un buon e onesto agricoltore, piuttosto che un cattivo e disonesto telematico. Vi sono tante persone educate anche se con limitate capacità culturali, e tante persone istruite e colte dal comportamento pietoso se non criminale. Altra premessa: l’insegnante non è una professione come tutte le altre, è una vocazione, fatta per amore e con amore, con autorevolezza, non solo per lo stipendio, anche se oggi la situazione sociale ti rende tutto ciò problematico. Oseremmo dire professione più importante di quella del prete, perché questi ha a che fare con il ragazzo a tempo sporadico e rituale, invece il docente tiene un contatto permanente. Certo si può talvolta avere a che fare anche con insegnanti inadeguati e rissosi, incapaci di dialogo e impazienti, ma molto più numerosi sono i casi di genitori invadenti, irrispettosi. Senza con ciò voler condannare sempre i genitori a capri espiatori. Altra premessa: la scuola è anche un’educazione alla comunità, al gruppo, alle relazioni umane, oltremodo necessarie oggi alla nostra società conflittuale ed individualista. Ora succede che dei genitori non considerano la scuola come una istituzione sociale, ma come un giardino privato, in cui mio figlio deve essere un fiore privilegiato. Tutti sono uguali ma il mio è più uguale degli altri. E qui subentra il meccanismo della proiezione: mio figlio deve diventare ciò che non sono riuscito a realizzare io, un alter ego: successo, carriera, conquistare il mondo. E per paradosso esistono donne che rifiutano la nascita di un figlio per timore che il loro prodotto non abbia successo nel mondo. Altri genitori diventano degli spazzaneve, il figlio non deve conoscere ostacoli, brutti voti, rampogne, deve avere strada libera, spianata, pulita. Stanno sempre un passo avanti per farci strada, portargli lo zainetto perché non faccia troppa fatica poverino, mai un passo indietro eventualmente per aiutarlo a rialzarsi se cade. Così il figlio iperprotetto non imparerà mai a camminare da solo nella vita, eterno bamboccione, quando non riuscirà dirà che la colpa è sempre degli altri. Come quando il pupo gioca nella squadra calcio dei pulcini se non riesce a fare gol, la mamma darà la colpa all’allenatore. Talvolta una bocciatura può fare anche del bene ad un ragazzo, così si rimboccherà le maniche, moltiplicherà’ le energie per aggredire le difficoltà’ della vita. Un discorso molto importante, specie nell’età dell’adolescenza, quando la scuola può educare alle regole, proporre valori morali e senso civico allo scopo di evitare bullismo e non finire nella baby gang, in una parola sapersi costruire una coscienza e una figura morale. E sempre per restare ai genitori, una particolare attenzione e autocontrollo va fatto ai gruppi del wahtsapp scolastici, in cui fra di essi si raccontano di tutto e di tutti, con giudizi morali e rivendicazioni sotterranee, quinte colonne nei confronti degli insegnanti:” sai la maestra non ha dato la seconda merendina al mio bambino, faccia di m...” Enfatizzano stupidaggini, facezie che diventano tragedie. Creano danni profondi nelle relazioni fra studenti, fra studenti e insegnanti, fra insegnanti e genitori. Urge ricostruire il dialogo, unica forza educativa oggi nella babele dei contrapposti individualismi. Indubbiamente la scuola non è più un’isola felice, fa parte e risente dei contraccolpi di una società di contraddizioni, genitori divisi, violenze in TV, vagabondaggio on line, distrazioni fuori testa con smartfone, disoccupazione, corruzione, criminalità organizzata. Anche i genitori vanno capiti e per loro vanno garantite istituzioni, un patentino di accompagnamento. Ciò non ostante, un augurio: allorché dopo il parto una mamma esce dalla clinica con il suo “cucciolo”, carica di tanti regalini, pacchi di cremine, salviette, latti artificiali, sarebbe auspicabile anche l’omaggio di un kit pedagogico, un piccolo libriccino vademecum che essa nei primi periodi di tranquillità postparto possa leggersi con delle indicazioni essenziali per fare delle giuste scelte in vista della prima infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta. Forse un’utopia. Ma sono queste le utopie e le sfide da affrontare per garantire ai nostri figli un futuro migliore.

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Albino Michelin
09.03.2018

mercoledì 14 marzo 2018

DALLA MADDALENA DELLA BIBBIA ALLE MADDALENE DELLA STORIA

Maria Maddalena è una santa che si festeggia il 22 luglio, cui sono state lungo i secoli dedicate chiese, parrocchie, confraternite, feste, fiere. Milioni di bambine battezzate con il suo nome, centinaia di monache entrate in convento mutando il loro nome di ragazza con il suo. Senza citare tutte le varianti e di persona e di luogo, come Magda, Maida, Marlene, ecc. Per restare al Vangelo le Marie sono tante, almeno cinque, a cominciare dalla madre di Gesù, alla sorella di Lazzaro e di Marta, alla prostituta che entrata in un banchetto di Simone non esita di versare l’unguento profumato sui piedi di Gesù, suscitando indignazione e morbosità fra i maschi presenti. Per non citare opere d’arti figurative e letterarie sulla Maddalena, sempre con sentimento di ammirazione o di compassione. Come il romanzo “Codice da Vinci” un thriller del 2003 autore Dan Brown, 8 milioni di copie, tradotto in 44 lingue, sia pure finalizzato al botteghino, dove l’autore rifacendosi anche al Vangelo (apocrifo=messo in disparte) secondo S. Tommaso, la chiama compagna del Salvatore, Cristo la amava più di tutti gli altri discepoli, che offesi reagivano: ”perché la ama più di noi?”, soleva spesso baciarla sulla bocca, (al tempo usanza per indicare comunione spirituale), Gesù l’ aveva sposata ed aveva avuto dei figli. Sì, opera di fantasia, non ricostruzione fedele degli eventi storici. Oppure da citare anche il film ”L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese, 1988, in cui Gesù sfiduciato e morente dice alla Maddalena sotto la croce: ”Ma va, chi me la va fare questa vita, andiamo a farci una famiglia”. E così Gesù scende e si dedica ad una vita più normale. Anche qui arte e fantasia che non corrispondono alle narrazioni canoniche. O infiniti dipinti dai più adeguati al testo biblico, come la Maddalena penitente del Tiziano (1533), ai più espressivi della proiezione erotica degli artisti. Vedi quello di Leonardo da Vinci, 1498, in cui il personaggio alla destra di Gesù non sarebbe il giovane e celibe apostolo Giovanni ma la Maddalena, vedi quello di G. Cagnacci 1650, pretesto biblico per raffigurare il corpo della giovane discinta e seducente, fino alla prostituta e santa spudorata che piaceva agli uomini. Nella Maddalena abbiamo tutti i volti della molteplicità, dalla sirena al genio femminile. Fra tante fantasie è doveroso rifarsi al testo evangelico, con eventuali interpretazioni, ma sulla base di questo. Maria Maddalena proviene da Magdala, alla lettera toponimo che significa Torre dei pesci, paese di pescatori, costiero sul lago di Tiberiade. L’evangelista Luca (8,2) parla di quella Maria liberata da sette demoni. E qui senza entrare in merito all’esistenza o meno di (Satana= avversario) o demonio, alla sua origine dalla letteratura persiana del sesto secolo a. C., sappiamo che al tempo allorché una persona soffriva di malattie sconosciute alla medicina e quindi incurabili, la si definiva posseduta da Satana o dal demonio. E se per caso o per prodigio tale infelice veniva guarita la si segnalava come liberata da Satana. E che se poi addirittura si parlava di liberata da 7 demoni, si entrava nella simbologia del tempo, cioè il numero 7 significava totalità, e quindi che la persona veniva liberata da tutte la sue sofferenze, tante e pesanti, e magari cacciate in un branco di porci, cioè allontanate dalla persona afflitta. Nemmeno qui è il caso di disquisire se Gesù era esorcista nel senso etimologico del vocabolo o un guaritore, pieno della energia di Dio e che anche lui usasse il linguaggio comune della gente, senza complicati ragionamenti, di difficile comprensione per quel tempo. Ecco perché l’interpretazione di oggi, più approfondita da studi storici di psicologia e psicoterapia, parla di Maria Maddalena come di una ragazza sofferente, depressa, forse vittima di delusione amorosa, di un amore malcorrisposto, quello che ha distrutto e distrugge molte donne profondamente innamorate, toccata fino a disturbare la sua integrità mentale. E Gesù la libera da questa situazione, le da’ forza, coraggio, nuove prospettive, la riprogetta. E si sa di quanto le donne sono capaci quando prendono una decisione, percorrono una nuova strada. Che Maddalena si sia sentita pervasa da una profonda amicizia verso Gesù può stare nella logica della vita, anzi dimostra la forza dell’amicizia quando è condivisa e costante. Entra subito a far parte del gruppo delle donne che accompagnano per le strade e assistono il Messia, fino a sfidare tutto e tutti e anche gli stessi crocifissori sotto il patibolo. E qui significativo è il quadro del Masaccio 1426, Maria in ginocchio dà le spalle allo spettatore, raccolta in sé stessa e nel suo dolore, assente dagli astanti, in una sensazione di impotenza. Ma nella Risurrezione di Gesù Maria è la prima persona a cui il Maestro appare, ancora prima che agli apostoli, per annunciare a tutti che egli è vivo e proclamare la buona novella, fino ad essere definita oggi l’Apostola degli apostoli. E anche in questo caso non ci interessa la disquisizione se l’apparizione fu una visione esteriore o interiore, ci interessa la forza dirompente e inspiegabile di questa donna. Di minor conto è quindi la sua figura poliedrica passata alla storia, se devozionale, se carismatica, se redenta, se prostituta, se erotica, troppo spesso funzionale agli interessi della proiezione maschile e in parte della chiesa di soli maschi composta. Ciò non toglie nulla a questa donna, alla sua grandezza e alla sua tenacia morale, nulla toglie alle donne del nostro tempo, alle loro capacità e ai valori di cui possono essere portatrici.

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Albino Michelin
06.03.2018

domenica 11 febbraio 2018

I CATTOLICI DEI FORCONI

E’ di dominio pubblico l’assassinio di un ex prete italiano di origine vicentina, anni 76, avvenuta in Columbia giovedì 1 febbraio u.s. ad opera del suo compagno convivente. Si tratta di Dino Cinel, nativo di Rossano Veneto. All’età di 10 anni nel 1952 entra nell’Istituto Missionario Scalabrini di Bassano del Grappa, dopo il liceo viene inviato a Roma dove acquisisce una laurea, celebra messa in paese nel 1967 e quindi raggiunge gli Stati Uniti quale incaricato per i fedeli di lingua italiana e per l’integrazione degli stessi nell’ambiente locale. Di lì inizia la sua storia complessa. Docente all’università di S. Francisco e poi di New York, noto nel 1984 con la pubblicazione del libro ”Dall’Italia a S. Francisco” insignito del prestigioso premio Merle Curti Social History. Incaricato parroco nella chiesa S. Rita di New Orleans, nel 1988 all’età di 46 anni viene coinvolto in uno scandalo di pedofilia e pedopornografia, con diverso materiale fotografico reperito nella sua abitazione. Viene esonerato dallo stato clericale, esce dalla congregazione in cui era cresciuto per 36 anni e ridotto allo stato laicale. Qualche anno più tardi sposa una docente universitaria scozzese, Linda Pollok, da cui ha una figlia. Nel frattempo due giovani lo citano perché in passato da lui abusati. Per cui la stampa americana nel 91 riporta a galla i fatti. Nessuna inchiesta penale viene aperta e non rimane traccia perché i documenti andarono distrutti nel 2005 dall’uragano Katrin che ha devastato la regione. Cinque anni or sono da pensionato si trasferisce in Colombia nella città di Medellin, per alcuni mesi convive con un ragazzo di 18 anni, uniti da un reciproco innamoramento. Nell’ultima settimana scoppia una lite in cui il Cinel dichiara al convivente la decisione di separarsi, che Il giovane non è disposto ad accettare. Il malcapitato non fa tempo nemmeno a chiamare aiuto che il diciottenne Santiago Alberto Morales Parra gli squarcia l’addome con la lama di un lungo coltello. L’aggressore chiama la polizia, tenta di gettarsi dal sesto piano, le forze dell’ordine riescono a malapena salvarlo dall’inconsulto gesto.
Fino a qui la cronaca che il sottoscritto, suo compagno d’istituto registra, avvalendosi di ricordi di prima mano. Ma ciò che gli interessa in questa vicenda sono piuttosto due aspetti cioè il rapporto con il suo paese di origine, con altri due viciniori e l’atteggiamento di questi nei confronti del loro conterraneo. Dal 2009 Dino Cinel fece qualche comparsa in Italia anche per ottenere il documento di doppia cittadinanza. Nel 2009, dopo di essersi presentato al Comune di Rossano e averne ricevuto diniego ripiegò verso S. Martino di Lupari dove abitava un suo parente. Il sindaco G. Boratto gli negò la residenza sia “per il passato decisamente pauroso”, sia per l’insufficienza di requisiti burocratici. Dopo qualche mese si rivolse al comune limitrofo di Cittadella dove il sindaco Massimo Bitonci gli rifiutò pure la residenza perché accusato di pedofilia, oltre che per i suddetti motivi. Cinel, piuttosto caratterino, intentò un processo al Bitonci chiedendo un milione (!) di risarcimento. Cosa ovviamente che finì in una bolla di sapone. Il Bitonci anche recentemente ebbe a scrivere e ripetere che lo rifarebbe per “difendere i miei cittadini” (dall’appestato, s’intende), e cita anche Papa Francesco e la sua condanna morale ai pedofili. Fare il sindaco (continua Bitonci) è prendere decisioni ed assumere responsabilità anche a rischio di pagare di persona. Lunedi 5 febbraio u.s. attraverso un notiziario televisivo prende la parola l’ex sindaco di Rossano G. Trevisan: ”Non lo volli qui e oggi ripeterei il rifiuto per difendere i miei cittadini. Mi sono sempre battuto contro la pedofilia e per questo farò di tutto perché certi personaggi non arrivino in paese anche se ne sono originari. Bravo Bitonci, teniamo lontani gli scandali. Nel caso si fosse fatto vivo saremmo ricorsi a tutti i cavilli legali per negargli anche noi la residenza. Un’azione doverosa di coraggio”. E l’attuale sindaco di Rossano Morena Martini: ”questa persona è stata dimenticata dalla gente di questo paese e dimenticata la dobbiamo lasciare”.
Tiriamo le somme, praticamente siamo nel medioevo: ”al rogo, alla forca”. Da secoli metodo superato dalla stessa chiesa cattolica. Non trascriviamo sentenze apparse su Facebook: ”che schifo…uno di meno… e adesso gli faranno anche il funerale in chiesa, vero? ... ”. Anzitutto dal punto di vista amministrativo un sindaco non ha discrezionalità sulla richiesta di residenza. Se ci sono i requisiti la residenza deve essere data. Forse qualche problema sulla trascrizione Aire? Intoppi che si possono superare. Tanto più che al Cinel non sono stati tolti i diritti civili, egli non è stato civilmente né punito, né condannato. Un sindaco non può negare diritti civili e umani a piacere. Pare invece che questi sindaci vogliano travestirsi da sceriffi della moralità e da garanti della legge divina. Altro rilievo: la pedofilia del clero si aggira sullo 0,7. Il telefono azzurro invece parla di interventi quotidiani di pedofilia sui bambini perpetrata non solo dai maschi ma anche dalle donne. Tanta caciara per un prete, per cento preti o per quanti che siano? Perché non si fa una politica contro queste nefandezze? Forse non si vuole scoperchiare il vaso di Pandora, la pentola dell’indecenza contro i bambini diffusa in troppe famiglie? Siamo in un territorio dove si deve approfittare dell’immoralità di un prete per giustificare la mole delle proprie? Sempre la pagliuzza nell’occhio degli altri e non si vede la trave nei propri? Siamo in un territorio dove vige la tradizione “Dio, patria, famiglia”. Dogma cosi caro al predicatore “Padano” che qui vanta folta schiera di seguaci e che vocifera “Noi siamo per la famiglia tradizionale (quindi cattolica!)”. E poi magari chi parla cosi sfascia famiglie, divorziato e pluriconvivente, seminando bambini per ogni dove. Non sa, non sanno i suoi seguaci del territorio che chi convive, chi si sposa in civile, chi fa figli fuori del matrimonio religioso non appartiene, anzi è contro la tradizione da lui e dai suoi strombazzata? Non difendo Dino Cinel, finito male, vittima di miseria morale, sostengo solo che come cittadino di Dio ha diritto anche lui ad un momento religioso e soprattutto il diritto di non essere bandito e rifiutato da Rossano V., San. Martino di Lupari, Cittadella, da questi troppi intolleranti pseudo cattolici dei forconi.

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Albino Michelin
08.02.2018

sabato 10 febbraio 2018

RAZZA BIANCA, COSCIENZA NERA

Un tempo il pulpito del prete era una specie di Monte Sinai dal quale veniva emanato il Verbo di Dio e del profeta Mosè ad un popolo di fedeli che muto e compunto mandava a memoria nella vita quotidiana e restava compatto seguendone la morale e il comportamento. Oggi quel pulpito è stato sostituito dallo schermo televisivo da cui i vari imbonitoti, presentatori, politici ti inebetiscono con un diluvio di parole e la gente dice la verità quando afferma che i preti hanno perso di appeal, che possono cantarla e suonarla tanto ormai nessuno ci crede più. Dice il falso invece quando afferma che la TV e i suoi megafoni possono riempirci di belle parole, ma alla gente dentro da un orecchio e fuori dall’altro, alla gente non fa nessun effetto, perché ragiona con la sua testa. Non è vero. Perché quando i nostri fans della razza bianca si mettono a straparlare alla pancia del popolo sui rom, sugli immigrati, sui profughi, di colore che vengono a invaderci, rubarci il lavoro, abolire le nostre tradizioni, feccia della società, la gente ci crede, eccome, si surriscalda eccome. Questi discorsi sono come la pioggerellina lenta, ma inesorabile, che si insinua nel DNA, sotterranea, carsica, quotidiana. Lo dimostra qualche episodio, che va sempre più ripetendosi, e che non resta isolato, come vogliono sostenere i benpensanti, ma va generalizzandosi. Basta seguire sul facebook o sul social i commenti che dalla moltitudine dalla faccia nascosta vengono divulgati. Qui i nostri statisti e sondaggisti possono aggiustare le loro percentuali che credono, la realtà nel social in materia è penosa. Di episodi ce ne bastano due e sono recenti, proprio uno a ridosso dell’altro, uno al nord e l’altro al sud Italia, a dimostrazione che l’Italia tutta è attraversata dal bacillo antinegro. La domenica 21 gennaio u.s. una signora si presenta per farsi medicare al pronto soccorso di Cantù nel comasco e sorpresa si trova davanti ad un medico di colore, dott. Audi Ngansa,38 anni, in Italia da 12, origine camerunense, laureato alla nostra Università Insubria, medico della Croce Rossa in diversi centri di accoglienza, da Bresso milanese a Lampedusa di Agrigento. La malcapitata trovandosi improvvisamente di fronte ad un camice bianco e ad una faccia di colore, non si fa scappare un‘ apostrofe tagliente e gli appioppa: ”io non mi farò mai toccare da un medico nero” e se ne va. Questi a sua volta, che ottuso e allocco non è, le risponde con ironia, una delle armi più efficaci contro l’ignoranza e l’ipocrisia: ”ti ringrazio, così ho un quarto d’ora per andarmi a bere un caffè”. Sul social tutti d’accordo con la razza bianca, due post si discostano, uno dichiarando di essere onorato di avere stranieri del genere in Italia, l’altro assumendosi la dignità di chiedergli scusa. Il giorno seguente a Benevento stessa musica. Musah, mediatore culturale, 37 anni, collaboratore Caritas, origine ghanese, si presenta al pronto soccorso per escoriazioni e ha l’impatto con una infermiera razza bianca. La quale lo assale subito con parole a sfondo razzista “Perché sei venuto in Italia, questo è il mio paese, se non ti piace tornatene in Africa. Viva Salvini, viva l’Italia.” Sulla vicenda il malcapitato di colore non vuole accendere i riflettori, addirittura scusa l’infermiera dicendo che forse era stressata, una espressione di stizza, e che, convinto della sua buona fede, se l’incontrasse l’abbraccerebbe.” Qualche considerazione oggettiva che aiuti a “rassegnarci” ad una società multietnica. La signora di Cantù sappia che il Camerun è noto per i suoi medici famosi in tutto il mondo, e che la laurea di Ngansa non è farlocca come quella del Padano andato a comperarsi una tacca di laurea in Albania dopo 16 anni di università a vuoto in Italia. E la signorina razza bianca di Benevento sappia che larga parte di infermieri in Italia è rappresentata da ben 142 nazioni 38 mila su 375 mila, e che gli italiani del settore rifiutano i turni di notte, i campanelli che squillano tutte le ore, piaghe putride da medicare, corpi da lavare, padelle e pappagalli da svuotare, sederi da ripulire, morti da rivestire. Almeno un po’ di gratitudine si potrebbe dimostrare. Le cause di questa avversione? Già accennato: l’odio razziale pubblicizzato dai media, la paura seminata a piene mani che inquina il cervello della gente incolta. E qui aggiungiamo che una causa risiede anche nel nostro analfabetismo. Non intendiamo analfabetismo strutturale, nel senso che oggi tutti sappiamo leggere e scrivere (eccezione del 5%), ma analfabetismo funzionale (80%). Quando leggiamo un giornale ed ascoltiamo un paroliere, comprendiamo sì la parola, ma non il suo significato, il suo collegamento con il contesto, il suo senso di fondo, la sua veridicità storica. Voltaire diceva: calunniate, calunniate, qualcosa resterà. E Umberto Eco nel 2015 scriveva: ”italiani inclini a credere a tutto ciò che leggono e sentono senza riuscire a valutare criticamente. Nel social media si da’ diritto di parola a tutti gli imbecilli, e così più che un’invasione di stranieri da terzo mondo abbiamo un’invasione di imbecilli a casa nostra che si rivelano terreno fertile ad essere acchiappati come citrulli”. Espressione un po’offensiva, ma in parte da sottoscrivere. Rimedi? Ne potremmo proporre uno anche se ci potrebbe sembrare strano. Al tempo della guerra in Iraq nel 2003 in una parrocchia della Puglia i missionari comboniani hanno indetto uno sciopero della messa. Cioè una domenica abolite tutte le messe per protestare contro la vendita delle armi dall’Italia al Medio Oriente. Per ripensare “pace agli uomini di buona volontà”. Siamo un’Italia detta cattolica, devozionale a Maria e ai santi suoi, fatta di pellegrinaggi e di turismo sacro. Per un mese indire una specie di lavaggio gastrico: sciopero da queste forme religiose soporifere per riservare un digiuno di riflessione e di educazione al rispetto verso il prossimo dei diversi, che in fondo è la sostanza della religione cristiana. Un tentativo per la nostra razza bianca di ripulirsi da un’anima nera. 

Autore
Albino Michelin
06.02.2018

lunedì 29 gennaio 2018

AUMENTANO I CANI, DIMINUISCONO GLI UMANI

Oggi sempre di più e in modo esponenziale aumenta l’amore verso gli animali in genere e verso i cani in particolare. L’anagrafe italiana conta oltre 60 milioni di abitanti e altrettanti sono gli animali che fanno di quella tradizionale una famiglia allargata: cani, gatti, pesci, uccelli…Si potrebbe istituire un partito politico degli animalisti con buone chances di successo, Molti si chiedono e altri sostengono che gli animali hanno pure un’anima. Certo che ce l’hanno, se no non si chiamerebbero animali. Non occorre scomodare V. Hugo o Freud il quale sosteneva addirittura che il sentimento per gli animali è lo stesso di quello che si ha per i bambini. Soltanto che l’anima ha diversi generi. Se per anima intendiamo pulsione interiore che fa crescere, allora anche le piante hanno un’anima e si chiama vegetativa, anche gli animali ce l’hanno e si chiama sensitiva, anche gli uomini e si chiama razionale. Ma potremmo andare ancora più in profondità: in quanto anche gli animali come tutte le creature hanno e sono energia. Persino la materia è energia, se no non deriverebbe da mater(=madre), fonte di energia. Tutto nel creato è energia che si trasmette. Non per nulla anche la Bibbia afferma: ”del tuo Spirito Signore è pieno l’universo”. E si trasmette per attrazione e “amore”. Gli atomi così diventano molecole, le molecole cellule, le cellule tessuti, i tessuti organismi, gli organismi gruppi, i gruppi comunità, e così di seguito. Esiste quindi un’energia materiale, una animale, una umana, una divina in scala ascendente. Che se poi dovessimo tirare la conseguenza che anche gli animali hanno l’intelligenza, come l’uomo cioè riflessione, autoconsapevolezza, autocoscienza, senso di colpa, qui il discorso cambia. Perché il nostro cane, l’amico dalle quattro zampe, parla con la coda, non con il cervello. E non è una battuta. Ciò non ostante la zoologia, il mondo animale ha una buona relazione terapeutica con il mondo dell’uomo. San Tommaso nel 1200 si è spinto a dire che gli animali sono idee divine al servizio dell’uomo. E anche la chiesa del medioevo ha posto dei particolari patroni a protezione degli animali: S. Rocco del cane, S. Francesco del lupo, S. Brigida del gatto, S. Martino del cavallo, S. Gerardo degli uccelli, S. Gilda dell’asino, S. Antonio abate del maiale e animali del cortile, San Donnino dei topi ed una infinità che sconfina con la leggenda. Per non andare al largo fermiamoci al cane. In Italia come detto i cani sono 7 milioni appartenenti a 502 varietà di razze. E che non ci scappi la bestemmia “mondo cane, mondo da cani”. Anche se andiamo praticamente verso un mondo di cani. Antonella Clerici, quella della prova del cuoco, essendole deceduto il suo Labrador di 15 anni, ebbe a dire: è come se avessi perso il mio figlio primogenito. E Alain Delon ha dichiarato che il suo cane deve morire con lui. E più di una signora celebra oggigiorno un mesto funerale al suo cagnolino, seppellendolo nell’orto, e piantando sulla tomba un alberello ed una lapide “in memoria del mio Riki”. E altre che si rammaricano: “neanche mio marito mi ha voluto bene come il mio cane. E’ proprio vero che i cani sono meglio dei cristiani”. E ti dicono che se uno non sa amare un cane, nemmeno sa amare una persona umana. E chi non ha un cane, non sa che cosa significa essere amato. Non importa se per mantenere un cane si spende un’ira di Dio. Due miliardi all’anno per il cibo, fatto di crocchette e scatoline, mica di scarti e di resti, 100 euro per una visita al veterinario, 40 per la toilette, il resto per l’asilo e il dressage. Il cane deve dormire sul lettone, sul cuscino personalizzato, andare a passeggio con guinzaglio griffato, orecchini, gioielli, pantofoline, campanelli, paltoncino, pannolini (se entra nella piazza di Savona), portato a spasso da un dogsitter, se il padrone è impegnato. Indubbiamente non possiamo negare i benefici arrecati dal cane, il compagno preferito dall’uomo: porta tranquillità e sicurezza, allegria, favorisce la socialità e la comunicazione, ti difende, corrisponde alle tue attenzioni. E’ un antistress, antidepressivo, calma l’ansia, trasmette calore con affetto, riempie il tempo libero dell’anziano, chissà con chi va ad accasarsi e quanto soffre allorché la coppia si separa. A questo punto però ci si può permettere anche qualche domanda. Ritenendo per vero quanto dichiara l’anagrafe del Comune di Milano, cioè che nel 2017 si erano registrati più cani che bambini, non è forse da dubitare che la gente oggi preferisce allevare un cane anziché un figlio? Non c’è forse da dubitare che con tutte queste famiglie separate, finite nella solitudine e nella rabbia, non sia più opportuna la compagnia di un cane che non del familiare o dell’ex? Non è questo un segnale di egoismo montante, di triste sbandamento e individualismo pericoloso? E i nostri politici e partiti che populisti terrorizzano con la panza e alla panza: ”abbiamo cinque milioni di poveri ridotti a mangiare una volta al giorno, perché migliaia di profughi e immigrati rubano i nostri soldi, vengono alloggiati in alberghi e quattro stelle, è un’ingiustizia, una vergona, padroni a casa nostra, tornino a casa loro “…e poi noi spendiamo 2 miliardi all’anno per mantenere i nostri barboncini con relative pappette e godurie varie? Indubbiamente una riflessione è d’obbligo, se no dovremmo accettare l’evidenza che purtroppo stiamo inesorabilmente conducendo questa nostra società verso ”una vita da cani”.

Autore
Albino Michelin
27.01.2018