venerdì 5 giugno 2015

OSCAR ROMERO: "RISORGERÒ NEL MIO POPOLO"

Anche oggi nel nostro tempo apparentemente opaco e senza ideali non mancano persone eroiche che danno la vita per una causa nobile. Non occorre citare sempre Gandhi, Luther King, Mandela, Madre Teresa. Ve ne sono molti altri, imperdonabile dimenticarli. Fra questi Oscar Romero(1917+1980), vescovo di S. Salvador, capitale dell’omonima repubblica. Con un colpo a sorpresa tipico del suo stile, Papa Francesco ha deciso di dichiararlo beato il 23 maggio 2015. La sua causa di beatificazione giaceva bloccata nei corridoi vaticani e arrischiava di finire alle calende greche. E lo dichiara martire perché assassinato in odio alla fede. La motivazione potrebbe sembrare non condivisibile. Romero non è stato eliminato perché pregava, recitava orazioni, distribuiva sacramenti soltanto ma perché e soprattutto aveva scelto di evidenziare i valori sociali del Vangelo: la priorità preferenziale per gli ultimi, per i poveri e nel nostro caso per gli oppressi dalla dittatura e dal latifondismo salvadoregno. Di carattere riservato, timido, ansioso, gesuita un pò sul mistico. Ma quando nel 1970 divenne vescovo ausiliare e nel 77 arcivescovo della capitale S.Salvador con 2 milioni di abitanti si accorse che doveva invertire le sue tendenze, darsi coraggio, e soprattutto dare la vita per il suo popolo. El Salvador conta 7 milioni di abitanti, di antica civiltà maya, conquistato dagli europei nel 1524, ricco di storia spagnola, repubblica indipendente dal 1841 da sempre dilaniato da guerre civili almeno fino al 1992. Mortalità infantile al 23 % età inferiore ai 14 anni al 35%, meticci 87%, europei 12 %, Cristiani 80%, di cui 50 cattolici e 30 evangelici. La sua ricchezza consiste nella cultura del caffè, cotone, canna da zucchero, con una scandalosa concentrazione nelle mani dei pochi latifondisti e narcotrafficanti. Il 10% detiene la ricchezza del 90% miserabili. Il Governo è in mano all’estrema destra con il partito Arena, appoggiato dagli Usa, che esercita una sistematica repressione contro i campesinos contadini. Romero non divide il suo popolo, frequenta anche i ricchi ma per stimolarli a riforme e condivisione per i poveri. Anche se non vi aderisce, simpatizza con la Teologia della Liberazione, di cui trae impulsi positivi. Il nome risale al 1973 con G. Gutierres, ma la dottrina ha origine a Medellin nel 1968 con il Celam, Consiglio episcopale America Latina. Liberazione dalla miseria e libertà verso una uguale dignità e diritti della persona. Oscar fonda una radio dalla quale divulga le sue omelie domenicali, le sue conversazioni, i suoi messaggi, denunciando il potere che imbavaglia e uccide i profeti, molti sacerdoti, suore, catechisti, laici che portano e leggono una bibbia perché scomodi al sistema. Per attenuare lo slancio i governativi tentano di conquistarselo e gli offrono la costruzione di un nuovo palazzo vescovile. Rifiuta scegliendo di abitare in una stanzetta dietro la cappella dell’ospedale nel quale erano ricoverati i malati terminali. Diviene inviso anche ad alcuni vescovi che lo citano a Roma, dove il 24 giugno del 1978 ha udienza con Paolo VI dalla quale esce demoralizzato pe le osservazioni negative sulla sua condotta pastorale. Nel maggio dell’anno seguente il successore, cioè Papa Wojtyla lo richiama in Vaticano e gli propone il trasferimento. Sentore di marxismo, vede i sorci verdi. E siccome Romero rifiuta, riceve l’ingiunzione di essere più prudente e rispettoso delle autorità salvadoregne. E’ un’atra chiesa: un Wojtyla che tiene rapporti con i potenti, (Walesa in Polonia, Pinochet in Cile) simbolo dell’ultimo papa re che tende ad evangelizzare il mondo iniziando dagli “imperatori” e invece Vescovi e preti del Sud America che cercano di evangelizzare il mondo iniziando dai poveri. Che papa Wojtyla il 6.3.83 tre anni dopo l’assassinio abbia pregato sulla tomba di Romero, incalzato dalla folla dei campesinos che già lo veneravano santo, nulla toglie all’esperienza di isolamento in cui Romero ebbe a proseguire. Anche perché quelli, i suoi avversari aveva buon gioco a distribuire volantini e affiggere manifesti con lo stampaggio del diktat di Papa Wojtyla per il quale il Cristianesimo è inconciliabile con il Comunismo: ”Guai ai sacerdoti che fanno politica nella chiesa, perché la chiesa è di tutti.” Conosceva bene le encicliche papali come Rerum novarum del 1891, la Quadragesimo anno del 1931, la Ecclesiam Suam del 1964, la Populorum Progressio del 1967, ma gli rimanevano una bella grammatica con scarsa efficacia pratica. Per Romero ogni chiesa vive in una società con caratteristiche culturali e sociali diverse e in queste essa deve calarsi e dare risposte adeguate, soprattutto con pieno coinvolgimento e testimonianza. Di qui è facile l’appellativo di vescovo marxista, come 35 anni dopo molti definiranno comunista papa Bergoglio. Ma entrambi rispondono che l’amore verso i poveri prima di Marx l’ha raccomandato il Vangelo. Con il passar dei mesi Romero si accorse che le cose prendevano una brutta piega e la sua stessa incolumità personale andava mettendosi in pericolo. Sempre di più aumentavano i presentimenti dal momento che le minacce di morte si facevano sempre più frequenti. Si può dire che fu una morte annunciata. Anche di notte i suoi sonni erano turbati, si svegliava di soprassalto allorché qualche frutto cadeva dalla pianta sul tetto della sua stanza: l’impressione di una scarica di fucile. Romero non pensava ad una morte eroica che facesse storia. Non voleva sfidare i nemici del popolo a ucciderlo per poi mostrarsi risorto nella rivoluzione. Il 23 marzo del 1980 durante la messa lesse lista degli scomparsi, dei torturati, degli uccisi nell’ultimo periodo e invitò ufficiali e forze armate a non eseguire ordini contrari alla morale cristiana ed umana. La sera seguente durante l’ultima messa, mentre era sull’altare venne ucciso da un sicario mandato da R. Daubuisson, leader del patito nazionalista conservatore. Era il 24 marzo 1980, aveva 63 anni. Ovvio che fra le scelte di Romero e di papa Francesco vi sia continuità nel stessa vocazione: per questo egli decise di farlo beato, cioè di porlo non tanto alla venerazione ma all’attenzione del mondo intero, affinché i poveri non siano più ridotti ad uno scandaloso scarto sociale.

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Albino Michelin
30.05.2015

EUROPA UNITA: RIVEDERE GLI INNI NAZIONALI

Qui stiamo predicando bene, e cantando male. Di preciso gli stati che attualmente compongono l’Europa Unita sono 28.Chi con due piedi e chi con uno dentro e l’altro fuori. Per rinfrescarci la memoria: sei stati fondatori nel 1951 Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Cui si aggiunsero nel 73 Irlanda, Inghilterra (Regno Unito). Nell’81 la Grecia. Nell’86 la Spagna e il Portogallo. Nel 95 Austria, Finlandia, Svezia. Nel 2004 Cipro, Malta, Lituania, Lettonia, Estonia, Polonia, Cekia, Slovacchia, Slovenia, Ungheria. Nello 2007 Bulgaria e Romania. Nel 2013 Croazia. Candidati in lista di attesa: Turchia, Macedonia, Islanda, Montenegro, Serbia, Albania. Ciascuno di noi ha nell’ugula canti nazionali gonfi di odio (con eccezione di alcuni stati tipo Croazia) e di retorica, e non contro i Watussi del terzo mondo, ma contro noi stessi, commensali all’unica tavola di recente imbandita. Opportuno quindi un breve e limitato excursus iniziando da casa nostra.
L’inno italiano. Goffredo Mameli, ventiduenne patriota genovese ne scrisse il testo nel 1847, con musica di G. Novaro prima della guerra con l’Austria, chiamato Canto degli italiani e poi inno nazionale. Ci surriscalda tutti, dai lattanti ai pensionati, elmetto in testa, a brandire accette e carabine per difendere i sacri pratrii confini. E’ un canto risorgimentale che lamenta ”non siam popoli, siamo divisi”. Sarebbe anche un anelito all’unità interna, piu’ che a quella esterna europea, come forse sognava in anticipo il nostro Mazzini. Ma stentiamo a ripartire perché anche nei nostri rapporti mediatici di “ fratelli d’Italia” siamo ancora legati alla logica delle cosche locali, alla politica dell’insulto, dell’illegalità’, della ruspa.
L’inno francese. La celebre marsigliese. Autore R. De Lisle 1792 con musica che riprende un motivo di Mozart del 1786. Nato come canto di guerra per l’armata del Reno, venne ribattezzato col titolo passato alla storia dei parigini rivoluzionari che lo adottarono quando lo sentirono cantare dalle truppe di Marsiglia. Ma l’entusiasmo non fu subito condiviso da tutti. C’era chi preferiva il più filosofico “Canto della libertà’ di Voltaire e chi non ritenendolo abbastanza trionfalistico optava per le “Reveil du peuple,” capace di incitare le folle a fare giustizia degli avversari. La Marsigliese è ora amatissima dai francesi che mai si sognerebbero di modificare molti anacronismi di un testo che se la prende con le falangi mercenarie del re, pronto a sgozzare i nostri figli, i nostri amici.
 L’inno tedesco. Risale al 1840 ad opera di H.H.Fallersleben.Un desiderio di democrazia al di sopra di “tutto”, cioè di tutti gli staterelli interni, l’anelito di uno Stato unitario. ”Germania al di sopra di tutto, nel mondo al di sopra di tutto” canta il suo incipit. E il seguito ricalca: ”se ci si tiene sempre uniti per la difesa e per l’attacco” A suo favore resta la musica splendida di Haydn. Di recente qualcuno dopo l’unificazione del 1989 ha proposto di sostituirlo con uno nuovo, capace di miscelare anche musicalmente le due Germanie. Per il momento nulla di fatto.
L’inno inglese (Regno Unito). Inaugurato nel 1745 è il piu’’ antico, nonché il piu’ famoso e diffuso, in quanto cantato dall’Australia al Sudafrica, al Canada. Se quello italiano non se la passa bene, questo inglese rischia di far soffrire chiunque non abbia un cuore fervidamente monarchico con l’invito a salvare la “graziosa” regina, di renderla vittoriosa felice e gloriosa. “Dio salvi la regina e disperda i suoi nemici”. Da sostituire con “Dio i salvi il re” quando al trono siede un rampollo maschio. Passando dalla prima alle strofe successive i toni si fanno decisamente piu’ minacciosi. “Disperdi i nostri nemici e falli cadere, confondi i loro trucchi infantili, le loro politiche.” Insomma un’invocazione al Dio degli eserciti, pronto all’occasione a menar le mani.
L’inno spagnolo. Il piu’ antico dopo quello inglese, data 1761. È una marcia reale, senza testo, con musica composta dall’ammiraglio Perez Casas.Lo spirito che ci stava sotteso poteva esprimere ”venite spagnoli, Dio salvi il Paese”. A dire il vero durante la dittatura di Franco(1939-1975) gliene aveva appiccicate alcune espressioni di circostanza. ”Gloria alla Spagna, alzate le braccia figli del popolo spagnolo” prontamente cancellate alla caduta del dittatore. Si vede che ogni inno ha le sue croci, le sue retoriche, le sue anticaglie.
L’inno portoghese. Ricco di punti esclamativi” A Portoguesa”. Alle armi, alle armi. Sulla terra e sul mar. Alle armi alle armi. Per la patria lottare, invita il testo di Enrique Lopez di Mendonca.Roba da far impallidire Pavarotti e il suo “Vincerò’”.
L’Inno belga. Detto anche Canzone del Brabante, 1830 ad opera di A. Dechet. Combattivo e fiero. “Nobile Belgio a te i nostri cuori, a te le nostre braccia. Per il sangue puro sparso per te, patria noi giuriamo, tu vivrai”.  E chiude esaltando il re, la legge, la libertà
L’Inno irlandese. 1907, autore Keamey. Canzone di un soldato che chiama invoca il celo stellato sopra di noi, luccicante non per richiami morali kantiani, ma impaziente per il combattimento che sta per venire. Interessante, ma troppo prolisso sarebbe elencare ed analizzare tutti gli altri inni degli Stati Europei specie quelli dell’Est. 
L’Inno svizzero. Non possiamo tralasciare quello elvetico anche se la Svizzera non appartiene all’Europa unita. E’ un salmo per nulla bellicoso e rancoroso, poetico, mistico e mitico. In un’atmosfera agreste, bucolica. ”Quando l’aurora il mattino indora l’alma mia ti adora ”Paesaggio da Heidi. Con la benedizione del patrio suol perché Dio lo vuol. Composto dal monaco cistercense A. Zwyssig nel 1841 lo si ritiene superato e non piu’ di attualità’. Perciò’ la Confederazione ha lanciato un concorso nel 2014 per un nuovo inno e la scelta verra’ effettuata nel presente anno.
Fra le tante minacce e i tanti proclami dei vari inni nazionali, in una Europa che tenta un processo storico di unità, dalla quale non si puo’ piu’ tornare indietro, perché irreversibile è il futuro che avanza non si puo’ fermare, non ostante sporadici tentativi di autonomia e secessione destinati ad abortire, un’oasi di bellezza e di saggezza potrebbe risuonare soltanto dal beethoviano “Inno alla gioia” adottato dal Parlamento europeo. ”Siate uniti milioni (di persone) in questo bacio dell’intero universo” invitano i versi di Schiller. Pure nel rispetto storico degli inni-identita’ nazionali, per un’Europa unita non soltanto dall’euro questo potrebbe essere l’inno del terzo millennio.

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Albino Michelin
29.05.2015

giovedì 4 giugno 2015

COSTITUZIONE EUROPEA: RADICI NON SOLO CRISTIANE

Venerdì 18 luglio 2004 ore 22.30 data e momento storico per l‘Europa. A Bruxelles 25 stati,455 milioni di abitanti attraverso il voto unanime dei loro leaders firmano la nuova Costituzione europea. Fra i 460 articoli forse vale qui la pena di soffermarsi soltanto sul preambolo. In esso si dichiara che l'Europa si fonda su di un patrimonio di valori ispirati da un’eredità culturale, religiosa umanistica. Chiusa quindi definitivamente la discussione apertasi da due anni sulle "radici cristiane” del nostro continente. Cioè radici religiose si, giudaico-cristiane no. Accontentiamoci dei nostri patroni S. Benedetto, S. Cirillo e Metodio, posti dalla chiesa cattolica, ma come affare e devozione privata. Le pressioni di alcuni paesi come L’Italia, doverosamente ossequiente al Vaticano e della Polonia, patria dell’attuale pontefice Woityla, non hanno avuto esito. Probabilmente la formula "radici religiose" non ha una grande forza evocativa però è sobria, esaustiva e soprattutto inclusiva. Nel senso che cosi’ vi sono incluse tutte le eventuali componenti senza distinzione, dal cattolicesimo all'animismo, mentre l'espressione "radici cristiane" sarebbe stata esclusiva, cioè avrebbe escluso religioni che non si rifanno al nostro credo. Affermazione che sarebbe tornata inopportuna soprattutto per l'lslam. Nonostante le tensioni attuali non va dimenticato che alla fine del primo millennio l'Europa ha maturato un debito verso l'lslam che i successivi secoli di conflitto non hanno potuto cancellare. La Spagna, l’Italia meridionale, i Balcani conservano ancora splendide tracce della civiltà musulmana per scienza, cultura, arte. Porre sotto silenzio questa religione sarebbe stato miope ed ingeneroso. Sbagliato soprattutto in questo periodo in cui è sempre in agguato il rischio di uno scontro fra civiltà, mentre si avvicina l’ingresso della Turchia islamica nell'Unione Europea. O riconoscerle tutte, come sostiene il comitato ebraico di Roma, per il quale fondamentale è stato il contributo ebraico nella formazione della coscienza europea, o non citarne nessuna. Ma anche all'interno dello stesso Cristianesimo, eccezione per la componente cattolica, la formula avrebbe incontrato resistenza. In effetti, riformati protestanti e ortodossi l'avrebbero considerata uno strumento in mano alla chiesa cattolica pigliatutto per attribuire a se stessa il merito anche dei contributi altrui. Preteso riconoscimento di superiorità da parte di un'istituzione che si ritiene garante quasi esclusiva dei valori cristiani. Indicativa per tutti ci sembra l'affermazione di Giulio Andreotti, cattolico doc politico di indiscussa cultura e intelligenza, che al Congresso di Comunione e Liberazione di Rimini il 28.8.03 ebbe a dire: "il termine radici cristiane avrebbe creato difficoltà nel dialogo con le altre culture".
                                Innegabile il contributo cristiano nella storia d’Europa
Certo, ma quale cristianesimo andrebbe preso come punto di riferimento se si vuole risalire alle radici? Quello delle crociate, delle guerre di religione, delle persecuzioni contro gli ebrei fino al recente olocausto, dell'inquisizione, della scomunica a Lutero, del rogo alle streghe, del Sillabo di Pio IX che pone il veto alle scienze moderne, del potere temporale del papa, del concordato con il regime dittatoriale fascista (1929) e nazista (1933), del militarismo anticristiano confortato dall'aspersorio? Ed ancora, quello contemporaneo del consolidamento delle invasioni coloniali, dell'economia libero mercato, dei monopoli multinazionali, della vendita d'armi, del debito-cappio al collo verso i paesi poveri, della legislazione sugli immigrati e rifugiati, del permanente danno inferto all’ambiente? E’ stato e sarà questo il Dio dell'Europa? Oppure facciamo riferimento all’altro cristianesimo? Cioè a quello disarmato di S. Francesco d'Assisi, di Pietro Valdo, degli ospedali, delle confraternite assistenziali del 500, della letteratura, poesia, arti figurative, delle giuste rivendicazioni operaie dell'800, del movimento emancipazione femminile, della libertà di coscienza patrocinata da Giovanni XXIII, della ricerca fra religioni di ciò che unisce anziché di ciò che divide, della teologia della liberazione e della terra nel Sudamerica,  delle  istanze delle comunità di base, della non violenza  contro le potenze e le prepotenze di turno, dello spendersi per i Poveri stile madre Teresa  di Calcutta e tanti altri missionari, dei preti della strada ,dei volontari laici nel terzo Mondo, ecc.? E' importante anche capirsi a quale cristianesimo Intendiamo riferirci, distinguere ombre luci, il bello dal brutto.
                                      L’Europa ha radici piu’ antiche di quelle cristiane
 L'obbiezione è nota e ci viene ripetuta in modo ossessionante:” le radici cristiane d'Europa sono un fatto storico e cancellare la Storia è un suicidio". Vista corta, perché le radici cristiane ne hanno altre di più antiche e precedenti cui sono in gran parte debitrici. Provengono dal pensiero orientale, dalla filosofia e scienza greca, dal diritto e dal costume romano in modo congiunto. Ad esempio la massima del Vangelo "fate agli altri ciò che desiderate gli altri facciano a voi". Antica di 2.000 anni già stata divulgata dal cinese Confucio 550 anni prima di Cristo. Con ciò non accusiamo qui di plagiato e di dipendenza di Gesù da Confucio.Se ne deduce solo che l’unico Dio lancia sempre gli stessi messaggi sia attraverso Gesù suo figlio, sia attraverso i vari profeti e fondatori di religioni, sia attraverso tutti gli illuminati che si pongono all'ascolto del suo Spirito.  Citiamo qualche altro esempio: il Cristianesimo ha portato i diritti dell'uomo e la democrazia? No, il primo fondatore della democrazia è stato il greco ateniese Clistene 509 prima di Cristo. Il cristianesimo ha portato scienza e sviluppo tecnico? No, dalle analisi sull’acqua alle cellule staminali odierne il fondatore è stato Talete, 600 anni prima di Gesù. E ci scoprì anche l’eclisse di Luna, per cui tutte le invenzioni degli astronomi cristiani Keplero, Galilei, ecc., altro non sono che sviluppo delle sue intuizioni. Il Cristianesimo ha portato la cultura? Cultura come dialogo con i discepoli (e non semplicemente come passivo indottrinamento e lavaggio del cervello del cliente) va attribuita a Socrate greco, 469 anni prima di Cristo. Il Cristianesimo ha portato filosofia e teologia? No, il padre di queste speculazioni è greco, Aristotele 348 anni prima di Cristo. Anzi è lui il padre dei nostri Sant’Agostino (4° secolo d.C.) e S. Tommaso (12° secolo) il cui impianto di pensiero è tutto ellenico. Anche le formulazioni dei nostri dogmi come la Trinità di Dio (3 persone, una natura), l’identità di Gesù (una persona, due nature), la transustanziazione nella messa (tutta la sostanza del pane si trasforma nella sostanza del Corpo del Signore, di quello restano solo gli accidenti). Gesù certo non avrebbe parlato cosi complicato. Ma la sua semplicità è stata schematizzata e ingabbiata nel pensiero cristiano, frutto della filosofia greca, da cui in questo caso sarebbe anche giusto liberarsi. Alla Roma precristiana, e non al Cristianesimo tout-court, L’Europa deve la propria organizzazione politica, giuridica, amministrativa. Il nostro attuale diritto civile, penale, commerciale, di famiglia erano già nelle leggi romane. Lo stesso abbigliamento della chiesa cattolica oggi nella messa e fuori di essa nelle vesti della gerarchia, la mitra-cilindro in testa ai vescovi, cardinali, titoli eminenti come vicario di Dio, tutto materiale usato dagli imperatori romani. Diciamo piuttosto che il pensiero cristiano si innesta in queste radici, cresce insieme, le influenza e ne è influenzato, magari attraverso lotte di potere, guerre impero-papato, arresti, ripartenze. Gli ordini monastici poco crearono di nuovo, ma salvarono filosofia e letteratura orientale, greca, romana dalle invasioni barbariche. Di qui la constatazione: l'Europa ha anche radici cristiane, ma soprattutto precristiane. Le radici cristiane esistono, ma come Cristo spesso sono cresciute e crescono fuori del tempio.
                                         Non nominare il nome di Dio invano.
 L'articolo 2° della Costituzione europea afferma che l’Unione si fonda sui valori del rispetto, della dignità umana, della democrazia.  Ecco un risultato positivo di mille anni di guerre, la prova evidente della reciproca integrazione fra valori laici e valori cristiani. E' Grazie a ciò l’Europa è progredita. Al Vaticano angosciato e a Papa Wojtyla comprensibilmente deluso, dopo che il 28.6.03 nella sua "Ecclesia in Europa" aveva ribadito che le radici cristiane hanno plasmato   nostro continente, basti l'articolo 51 in cui si dichiara dialogo aperto e trasparente con le chiese e organizzazioni religiose. Il Dio che protegge l’Europa del futuro non deve essere di parte. Dio lasciamolo in pace. Da 2.000 anni è stato strattonato da ogni dove, tirato in ballo per interessi di parte. Nome usato e abusato più per dividere che per unire. Lasciamo che egli viva di riflesso nel dettato di una Costituzione terrena senza la presunzione di sostenerne lo sguardo: non lo poterono né Mosè il grande profeta, né Dante il sommo poeta.

Autore:
Albino Michelin
25.06.2004

CONFESSIONE SACRAMENTALE E CONSULENZA MORALE

In data 5 gennaio 2005 tramite il Giornale di Vicenza il sign. Francesco Faresin mi diede il consenso di fare aperto dibattito sul tema confessione. Scrive:
«Chiedo ospitalità per domandare pubblicamente scusa ad una persona che involontariamente ho fatto soffrire (io insieme ad altri). La cosa risale a molti anni fa, gli anni di tangentopoli. Il Signor Lorenzo Munaretto della Democrazia cristiana veniva accusato di peculato (non sono un esperto di diritto, non so se il termine sia esatto). Un avviso di garanzia per il popolo ignorante di cui faccio parte equivale ad una sentenza di condanna. Di qui i commenti più malevoli, gli insulti, gli slogan e le scritte contro una persona che tanto aveva fatto per la nostra comunità e tanto aveva dato anche al nostro paese. Il benefattore di punto in bianco era diventato il malfattore. Scrivo questo non per rinvangare un passato doloroso, ma per domandare pubblicamente scusa a chi è stato messo alla gogna per tanto tempo. lo con tanti altri non sapevo come esattamente stessero le cose. E tuttavia pur senza sapere abbiamo giudicato e condannato. Abbiamo dato credito al «si dice» e dimenticato tutto quello che di positivo Lorenzo Munaretto aveva fatto. E questa è una colpa per la quale intendo chiedere perdono, sia pur tardivamente. La passione politica e il clima che si respirava in quegli anni ci hanno impedito di essere saggi ed emettere giudizi sommari che non sono mai giusti e tantomeno cristiani». (Francesco Faresin, Mason). E' questa un'occasione interessante per interrogarci sul significato della confessione privata dal prete, detta sacramentale, ma anche dei suoi limiti, e talvolta anche della sua ipocrisia.
                                      Sacramento, inflazione di un termine retorico.   
Sacramento, lo sanno tutti gli italiani cattolici, significa «gesto sacro», o meglio dal latino “giuramento   di fedeltà”.  Questa seconda accezione nessuno o pochi se la sono sentita dire. Ma restiamo pure sul gesto sacro. Tale non tanto perché viene fatto in chiesa, dentro ad un mobiletto esoterico o stanzetta mistica, o perché espresso davanti al prete officiante del culto. Ma gesto chiamato sacro perché scaturisce da una motivazione interiore profonda e veritiera, nella quale si riconosce di avere offeso la sacralità dei diritti umani, della dignità personale od altrui, sia esso Dio od un qualsiasi essere umano. Tale convinzione interiore, se autentica, conduce anche ad esprimersi in un gesto esteriore corrispondente, atto a riattaccare i cocci, ricostituire i rapporti, saldare i debiti. Orbene se il nostro interlocutore Faresin anziché pubblicare questa lettera fosse andato in qualche santuario, dal frate di turno con la manica più o meno larga, a recitare i suoi mea culpa, non avrebbe ricevuto nessun sacramento ma espletato una formalità di routine, con l'illusione di uscire purificato. Effetto placebo squisitamente fuorviante. Ecco perché molte confessioni sacramentali di Natale, Pasqua, quelle di obbligo la sera prima del matrimonio in genere non cambiano né i cristiani né il mondo. Se io mi litigo con il partner, prima di andare dal prete eventualmente per sentirmi assolto, debbo assolvermi da solo chiedendo scusa all'offeso. E si allarghi pure il discorso a tutti gli ambiti del comportamento morale, personale, pubblico, civile, politico nonché della malavita sociale, quale mafia, 'ndrangheta, camorra. Qui i protestanti non hanno tutti i torti allorché rifiutano questa «nostra». Confessione, sostenendo che se uno si confessa a se stesso seriamente o alla sua coscienza non può sfuggirsi e trovare alibi, ma farà attenzione a non prendersi in giro una seconda volta. La crisi della confessione cattolica si manifesta oggi come un fatto socio-culturale: cioè sorta in altri contesti mostra i suoi limiti. Per precisi motivi che qui elenchiamo
                                         Il perché di una disaffezione crescente  
Sta cambiando il senso del peccato. Più che come offesa a Dio esso viene visto come ferita all'uomo e all'ambiente in cui si vive. Certe trasgressioni al precetto (messa festiva ...) vengono avvertite sempre meno come peccati perché sembrano ferire proprio niente. Sta cambiando l'idea della mediazione. Cioè perché confessarsi ad un prete se è Dio che perdona? Sta cambiando il rapporto con l'autorità, in quanto essa non viene più considerata come privilegio divino e sede della divinità: l'unica autorità che si accetta è quella del carisma, della testimonianza, dell'amore. Si preferisce una Madre Teresa al prete in cotta e stola, tale solo perché giuridicamente a ciò deputato. Sta cambiando il concetto di libertà e quindi di responsabilità in quanto l'atto umano sarebbe limitato da una serie di condizionamenti. Sta cambiando infine il catalogo dei peccati. L'eros ed il sesso per esempio sono diventati oggetto di franca conversazione, quando non addirittura di pubblicità hard. Considerazioni tutte che hanno portato ad una disaffezione verso la confessione, detta sacramentale. Alcuni tentativi di ripensamento come le liturgie penitenziali con assoluzione comunitaria, anche all'inizio della messa, ed altre prospettate pure dall'episcopato e dal Sinodo svizzero 72 sono state bloccate nei cassetti dei dicasteri romani. Ci si augura ora un nuovo ripensamento: che la chiesa non neghi ciò che molti veri credenti desiderano e non imponga una istituzione storica che molti considerano forzatura di coscienza. Mentre però questo sacramento è in palese debito di ossigeno, aumenta il bisogno di sostituirlo con la cosiddetta consulenza morale. Mi si permetta di citare un caso, anche qui emblematico. Nell'ultima Pasqua una ragazza va a confessarsi dal prete dichiarando di trovarsi in costante lite con i genitori. Ama un ragazzo e quindi ferie insieme, svaghi, sport, discoteca, tempo libero. Tutto tranne che la pubblica convivenza.  I genitori entrano di brutto. Minacce, scenate, un inferno. L'interessata si chiede: il moroso non lo lascio neanche a morire, con la famiglia non mi sento di rompere.  Domanda al prete come comportarsi per ricevere l'assoluzione sacramentale. Conclusione: questa non è una confessione, questa è ricerca di consulenza morale. Se viene assolta da un peccato la ragazza se ne torna fuori con l'altro e viceversa.  Qui siamo di fronte ad una ricerca di consiglio, come avviene con uno psicologo, da farsi su appuntamento ed in una tranquilla conversazione.  Ma anche questo approccio è in crisi, pur essendo di estrema importanza a motivo del fatto che molti preti sono stati abituati soltanto a recitare assoluzioni, meno ad analizzare e cercare orientamenti illuminanti. A parte il fatto della insignificanza che qualche sacerdote attribuisce alla psicologia, nel senso che questa non cancellerebbe la colpa come la confessione sacramentale, ma disserterebbe solo sulle cause di essa. Affermazione troppo semplicistica. La gente oggi ha più bisogno di responsabilizzazione che di colpevolizzazione, più di soluzioni orientative che non di assoluzioni a buon mercato.

Autore:
Albino Michelin
08.04.2005 

CONSUMISMO RELIGIOSO

Che cosa significhi il consumismo materiale economico non c'è bisogno di spiegarlo in quanto lo conosciamo tutti, anzi è una esperienza   che ci accompagna e di cui è intessuto il nostro quotidiano. Si può così riassumere: produrre sempre, molto, dovunque allo scopo di cavarne profitto e consumare. Esaurito il ciclo si ricomincia a produrre e così in una spirale senza fine. Conclusione: l’economia cresce. Non vogliamo entrare nella discussione sul pensiero né sull'elica morale di questo consumismo. Ci interessa spostare l'attenzione su di un altro tipo, quello religioso. Significherebbe: compiere tante opere buone o ritenute tali, depositarle nella banca dati del paradiso per consumarle come sentimento gratificante nell’aldiquà, come premio eterno nell'aldilà. Nell'ambito economico la persona oggi tanto vale quanto produce, anzi la persona è il suo prodotto, cosi nel campo religioso una persona tanto assumerebbe di valore a seconda della quantità delle sue opere, da essa ritenute buone. Nel quadro di questa logica sarebbe da preferire la quantità alla qualità della fede. Ma di qui potrebbe nascere una serie di equivoci. Ad esempio la concorrenza anagrafica. Consultando diverse tabelle non si riesce ancora ad avere un'idea di quanti siano i cattolici nel mondo. Ogni censimento arrotonda il numero verso l'alto. In effetti chi parla di 800 milioni, chi di un miliardo ed oltre. In tutti i casi importante è il numero sia sempre e di molto superiore a quello dei protestanti e degli ortodossi. Cioè la preoccupazione dell’audience di appartenenza ci fa dimenticare che questa non coincide con la qualità, anzi la qualità fede in determinati comportamenti dei protestanti e ortodossi è spesso migliore sul mercato di quella dei cattolici. Altro aspetto e più profondo del consumismo religioso: si inventano e si divulgano anche ad arte luoghi di apparizioni, di visioni, di apocalissi, di celesti profezie per mobilitare la maggior quantità possibile di persone e convenire o con pellegrinaggi o pie forme d turismo in quei luoghi ritenuti sacri. Così si divulgano cifre di milioni di credenti che nei santuari si accostano alla confessione e alla comunione. E dal numerò dei consuma-particole si cantano alleluia di tripudio: "oh, quanta fede!". Non ci si interroga però sulla qualità di tale fede. Un terzo aspetto ancora più eclatante sarebbe lo sfruttamento della credulità popolare. Sentiamo circolare queste raccomandazioni: carissimo(a), compi opere buone, tante, recita preghiere, rosari, pie devozioni, tante, assisti a tutte le messe che ti è possibile, ricevi ogni benedizione, compi la pratica dei primi nove venerdì, dei primi sabati del mese e sarai prediletto dall’Altissimo, nell'ora della morte entrerai subito in paradiso senza scalfire il purgatorio. Recentemente una propaganda pubblicitaria emessa da Radio Maria, direttore L. Fanzaga, sollecitava il pubblico dei suoi 3 o 30 milioni di devoti nel mondo (il numero qui non ha importanza) a sostenere finanziariamente questa emittente, in quanto essa viene garantita non dalla pubblicità degli sponsor, ma dalla sensibilità dei suoi devoti, appunto. Fino a qui nulla da eccepire, anche le nostre associazioni culturali, sportive, del tempo libero sopravvivono con il contributo libero dei soci. Ma ecco la conclusione: "La Madonna vi contraccambierà con le sue copiose grazie e la sua protezione”. E qui casca l'asino, si ritorna all’equivoco: vorrebbe dire che chi non sostiene Radio Maria va incontro a disgrazie o viene abbandonato alla sua sorte? Secondo il messaggio del Vangelo   andrebbe   anzi rovesciato il rapporto. In effetti Gesù ci ha promesso che lui si danna l'anima per una sola pecora smarrita, lasciando le altre 99 al sicuro nell'ovile. Ci disturba sapere che i ritenuti da noi "peggiori e malvagi" sono da Dio i più ricercati e i privilegiati?                  
                                               Tariffario economico delle opere pie
 Questo è proprio il fior fiore all'occhiello del consumismo religioso. Ha fatto protestare Lutero nel 1500 e se i nostri cattolici oggi non protestano è perché spesso preferiscono viltà e omertà. Nelle Historie infatti del tempo si legge sul tariffario:” chi ha rubato un coniglio al vicino viene assolto tramite l'offerta di 10 ducati. Chi gli ha rubato l'asino ducati 20. Chi la moglie ducati 50. Chi compie un omicidio ducati 100 …” e avanti di questo passo. Importante, come si vede, era produrre opere buone tramite denaro. Ciò comportava assoluzione e paradiso. E qui ci si permetta una digressione: peccato che i nostri cattolici tutt’ora non abbiano ancora compreso il motivo di fondo della riforma protestante. Cadono sempre nelle solite rispostine periferiche: Lutero e i suoi seguaci non credono al papa, alla Madonna, ai santi. Falso, ci credeva e ci credono, ma nella dovuta gerarchia, nei confronti di Dio e Gesù Cristo. I protestanti ritenevano e ritengono, qui è il nucleo del contendere, che non sono le nostre opere buone a darci il diritto a Dio alla sua gratificazione, ma è la fedeltà di Dio nei nostri confronti. Cioè Dio ci giustifica e ci perdona non perché noi siamo buoni, ma perché lui è buono. E qui qualche garibaldino cattolico tirerà delle conclusioni libertine: “allora tanto vale, troppo comodo, ognuno può fare il trasgressivo a piacere, tanto viene da Dio amato e salvato ugualmente.” Non è vero, Lutero sostiene la necessità delle nostre opere buone, oneste, sante, però come dimostrazione che si ama Dio e il suo Vangelo e non perché così si accampa il diritto di prezzolare il Regno dei cieli. E questa è qualità di fede a 18 carati. Tant’è vero che a fine ottobre 1999 i cattolici si sono avvicinati al pensiero protestante in merito sottoscrivendo insieme il documento sulla "Giustificazione” così come ne parla Paolo nella lettera ai Galati(2,16). Che poi il tariffario fosse solo un andazzo del Medioevo viene smentito da modi di fare e di gestire il sacro ancora attuale ai nostri giorni. Impressione ad esempio abbastanza negativa fece ad alcuni nostri connazionali del sud la celebrazione della Cresima in una loro parrocchia (ma le altre non saranno da meno): ogni ragazzo doveva portare al Vescovo una busta con dentro relativa offerta in denaro. La risposta a queste tante, innumerevoli opere "buone “era la benedizione del Vescovo con la garanzia di copiose grazie celesti. Ma questa prassi non è solo del Sud, è un po' di tutta l'Italia, magari ampliata in altri settori devoti, come la celebrazione delle messe da morto e quant'altro.
                                                          Soluzione evangelica?
Nel caso in questione più opportuno sarebbe consigliare i ragazzi della Cresima a destinare essi stessi il loro contributo materiale a persone in stato di bisogno, direttamente e tramite il loro spirito di osservazione e la loro sensibilità. Non tanto per guadagnarsi il paradiso o per sentirsi la coscienza a posto con la solita retorica umanitaria, ma perché ogni bisognoso è un mio fratello, e in lui ci abita Dio. Un caso in cui dalla quantità della fede o delle opere buone, si   passerebbe alla qualità. Cioè nella direzione opposta al consumismo religioso, troppo spesso sottinteso nel nostro diffuso comportamento.

Autore:
Albino Michelin
01.10.2004

CATTOLICI E PROTESTANTI,UN RAPPORTO DOVUTO

Il 29 marzo mi scrive una lettera il Pastore della Chiesa Evangelica di lingua italiana di Zurigo, Matthias Rüesch. In considerazione del suo spirito ecumenico opportuno sembra farci una riflessione.

”È sempre con curiosità che apro Rinascita ... Quello che mi convince e leggo volentieri sono i tuoi articoli: Il tuo punto di vista mi è molto vicino, pure essendo, diciamo, della tua concorrenza. Anche se, horribile dictu, i tuoi colleghi ti hanno impedito di scrivere sotto questo titolo, sei l'unico missionario italiano che conosco che ha il cuore aperto a guardare anche oltre il proprio confine. Ti ringrazio per il tuo coraggio e di prendere sul serio anche noi protestanti al punto tale che siamo per te degli interlocutori, non dei fanatici eretici, increduli o cosa che siano, con cui meglio non scambiare le idee. Dell'ultimo articolo tuo che ho letto, quello sul film la Passione di Cristo di Mel Gibson, ti sono riconoscente. Secondo me hai trovato il punto, quello teologico. So che anche nel mondo evangelico fondamentalista (protestante n. d. r.), che su tante cose è molto vicino al mondo tradizionalista   cattolico, questa   "mattanza” come dici giustamente, viene purtroppo mistificata, se non divinizzata.  Teologicamente non possiamo negare il senso del sacrificio, neanche possiamo negare un certo valore educativo della sofferenza. Ma mistificarlo, mettendo in primo piano quello che viene dopo, mi pare blasfemo al punto tale che perdiamo di   vista. Il   centro   della nostra fede: l’amore divino che c’incontra In   Cristo.  Oltre alla teologia (medievale} del sacrificio del Figlio di Dio ci sono altre scie teologiche, molto più tenere, tranquille, sobrie. Insomma, teologicamente molto più vere. Siamo così sicuri che Dio voleva tutto questo?  Non lo volevano magari così solo gli uomini a cui piace tanto la "mattanza"? Nella brutalità di questo film (almeno così me lo spiegano i giornalisti), il sangue sparso a decine di litri come un torrente porta via il pensiero strettamente teologico che in Gesù di Nazareth c’incontra un Dio misericordioso che vuole la riconciliazione, il bene, l’amore. Se non mi sbaglio sono gli uomini a volere il sacrificio, non Dio. Magari è più semplice vivere così. Ma anche più triste. Ti saluto augurandoti buona Pasqua e a noi augurandoci ancora tanti articoli scritti con quello sguardo attento e quel pensiero libero. Con amicizia.“
(Matthias Rüesch)

Al di là del contenuto gratificante che ovviamente fa piacere e di cui a mia volta ringrazio, mi sembra che il punto centrale di quest'intervento sia quello teologico. Cioè, senz'altro la sofferenza e il dolore umano hanno un valore educativo, però metterlo al primo piano come ideale di vita significa spostare il baricentro del vangelo stesso. Per cui siamo d’accordo con Matthias sull’importanza del sacrificio allorché dà all'uomo il senso del limite e della provvisorietà e induce all'impegno di privarci anche del nostro per condividerlo con il prossimo. Però insistere come si fa ancora oggi in molti ambienti cattolici, insistenza rinnovata anche dal film su citato di Mel Gibson, sulla necessità del sacrificio per piacere a Gesù, sui fioretti e sulle rinunce personali per placare Dio Padre Onnipotente, per acquistarsi un po' di paradiso di qua e·di là, risulta chiaramente abuso di persona, ingenua cattura di benevolenza, religioso shopping compulsivo. In secondo luogo: questo pastore evangelico mi ringrazia per i.l. coraggio di prendere sul serio anche i protestanti e di considerarli come interlocutori. Penso però che un onesto rapporto di base cattolici protestanti non sia né una fuga dall'ovile, né un gesto eroico, ma solo un atto dovuto. Soprattutto per noi che lavoriamo alla base, in cui lo scambio di idee, spiegazioni, chiarificazioni storiche, iniziative pratiche deve precedere ogni documento del vertice, anzi ne deve costituire da stimolo. Perché purtroppo lassù ai vertici tutto è ritornato a retorica.  Conosciamo ed apprezziamo il documento papale di fine maggio 1995 "Ut sint unum" (affinché siano una sola cosa), in cui si augura un nuovo metodo di esprimere, partecipare, condividere l'autorità nella chiesa e nelle chiese. E si sa che il nodo principale per l'unità delle chiese cattolica-protestante-ortodossa è proprio il primato del papa. Finché i cattolici considerano il papato come monarchia centralizzata ed assoluta e gli altri (protestanti e ortodossi) un servizio frutto di sinoda lità e condivisione, dall'impasse non si esce. E non è vero sostenere nemmeno che i protestanti non credono al papa. Ci credono si’, ma con un ruolo meno dogmatico e più comunitario. Quindi si lascino le disquisizioni in alto e si tenti di operare nel basso con interlocutori fratelli. Un modesto esempio anche nell’ambiente locale: da qualche tempo le feste annuali dei popoli indette dalla Chiesa cattolica svizzera vengono organizzate in forma ecumenica e plurilingue. Se la festa dei popoli si riduce ai quattro cattolici nelle mura domestiche che senso di apertura e di. universalità si sta predicando? Però si sa che la resistenza della base italiana rimane ancora zoccolo duro. Noi ci portiamo dietro un’eredità dalla nostra Patria dove. Il protestante è ancora considerato come l'orso nero. Irritante risultò una trasmissione di Radio Maria, pulpito ufficiale rappresentativo della devozione   religiosa nostrana, allorché il suo direttore, certo Padre Livio Fanzaga, quello che al 25 di ogni mese riceve celesti messaggi dalla Madonna (Via Medjugorye)  si permise di bestemmiare in questi termini: "cari giovani, altro che dare credito alle cretinate di Lutero e di Calvino ...". Signor Fanzaga, controllare per piacere il tabulato di venerdì 15 agosto 2003 ore 22.1O. Mi chiedo come le autorità religiose italiane gli permettano e gli sostengano simili crociate offensive contro altri fratelli cristiani. Questa non è una scuola di devozione, di conversione, ma di perversione. E fatto inaccettabile è costatare come nessun vero credente si costituisca parte civile a difesa della dignità dei protestanti riformati, strapazzati in modo tanto maleducato. Per non dire poi dello spazio culturale che la TV pubblica italiana riserva alla Rubrica "Protestantesimo“, un’ora alla domenica, ma a notte fonda. In un'alluvione di cerimonie cattoliche, come dire le bricciole dalla tavola del padrone. Una ulteriore dimostrazione dell’arretratezza culturale italiana e della sua attuale incapacità di dialogare con culture e religioni diverse.  Difficile e lento dunque alla base il processo di convivenza e di collaborazione fra cattolici e protestanti.

Autore:
Albino Michelin
23.04.2004

CELIBATO E DONNE PRETI, IL SINODO DI LUCERNA NON DEMORDE

In tutti molti settimanali, anche se a scadenza diversa, sono apparsi negli ultimi mesi del 2003 articoli concernenti la mancanza di clero, il celibato dei preti, il sacerdozio della donna. Ragion per cui vale la pena di accedere alla completa documentazione sul Sinodo della chiesa cattolica di Lucerna, che unitamente al Consiglio Pastorale ha pubblicato in data 5 novembre una dichiarazione "Sul libero celibato dei preti, sulla reintegrazione negli uffici ecclesiastici di preti sposati, sull'ordinazione femminile". Il procedimento seguito appare molto serio. Non sono state raccolte le solite firme con cappello e bussolotto alle porte delle chiese per una plateale protesta emotiva, ma dopo lungo e dettagliato dibattimento alla base, consigli pastorali, decanati, ecc. il tutto venne messo a votazione nel plenum. Il risultato è più che sorprendente. Su 90 componenti il parlamento di chiesa 73 votarono a favore, 7 contro, 9 astenuti. La responsabile della commissione dr. Paola Beck alla domanda se in questa consultazione fossero state coinvolte anche le missioni cattoliche italiane del territorio mi rispose che la loro inclusione era considerata ovvia però non era in grado di quantificare il loro apporto. La conseguente richiesta ufficiale è stata inviata al vescovo di Basilea Koch affinché si facesse portavoce presso la Conferenza episcopale svizzera e affrettasse una risposta Per conoscenza venne pure diramata a tutti i vescovi e a tutte le istanze pastorali elvetiche. Dichiarazione e richiesta in merito è stata corredata da motivazioni di carattere biblico e storico che tutti conoscono. Ma qui val la pena riassumerli per tentare una certa interpretazione.
                                         Il sacerdozio femminile, un arricchimento per tutti.
Testo:”'Ci sentiamo impegnati in questa chiesa e quindi riteniamo necessario esprimere la nostra posizione. E' noto che il celibato sacerdotale divenne obbligatorio solo a partire dal secolo XlI mentre nella Bibbia e nella chiesa delle origini non risulta fosse una condizione essenziale connessa con l'esercizio di questo ministero. Molti preti per paura di perdere il posto o per solitudine si compensano con l'alcool o altre dipendenze. Spesso una doppia vita e una doppia morale davanti alle quali l'autorità religiosa preferisce chiudere un occhio. La vita di coppia può essere anche per un prete un aiuto inestimabile. Il celibato è un carisma che non si può imporre a tuti, né per sempre. In quanto alle donne sappiamo che esse espletano compiti importanti nella catechesi e nella liturgia. Dalle indicazioni papali ci viene detto che la chiesa non ha nessun potere di ordinare donne preti e che la cosa è definitiva. La Congregazione della Fede ha poi ristretto il senso del pronunciamento definendolo infallibile. Invece noi siamo convinti che qui la chiesa può cambiare, non vi è nessuna legge divina a proibirlo. Il sacerdozio femminile rappresenta per tutti un arricchimento. In una chiesa come da Gesù pensata e da noi recepita l'uguaglianza uomo-donna è di diritto naturale. Ancorché noi siamo parte della chiesa universale non c'è motivo a che i nostri vescovi proibiscano o rallentino riforme urgenti. Le necessità di un territorio non possono per noi allo stesso tempo essere uguali a quelle di un altro territorio. La Svizzera al riguardo potrebbe rappresentare un ruolo precursore di battistrada. L'essenziale della nostra fede, cioè la sequela di Gesù resta intatta nonostante queste riforme". Fino a qui la dichiarazione del Sinodo, cui poi il Consiglio Pastorale cantonale aggiunse una postilla: "incoraggiamo il vescovo Koch a non perdersi d'animo. Ciascuno di noi a contatto con gli episcopati di altri continenti è al corrente che questa non è in nessun modo una specifica preoccupazione della sola chiesa svizzera". Ai due organismi rappresentativi della cattolicità lucernese la Conferenza episcopale recapitò la seguente risposta: "i vescovi svizzeri condividono la preoccupazione del Sinodo, ma le questioni sollevate vanno risolte in seno alla chiesa universale".  Qualcuno ne approfittò per cantar vittoria, che i sostenitori di queste riforme hanno perso la battaglia e che si doveva rientrare nei ranghi. Strano modo di concepire la chiesa codesto, proprio come un ring in cui i sedicenti “progressisti conservatori” si azzuffano per stendere ko l’avversano. Per chi crede nella chiesa quale segno dei tempi i problemi su accennati rappresentano un cammino da intraprendere, un processo da maturare, un traguardo da raggiungere con la logica del “c'è più tempo che vita”. Questi ed altri movimenti di pressione nella chiesa servono a mettere in movimento la chiesa stéssa, diversamente essa rimane un bel museo o una potenza mondana.
                                               A necessità differenti, risposte differenziate
Per quanto la risposta dell'episcopato svizzero fosse scontata, essa lascia il campo aperto ad ulteriori passi. Scontata nel senso che i vescovi devono fare giuramento di fedeltà al Papa, non tanto di pensare come lui, ma senz'altro come lui parlare e ripeterne i dettami. E l’attuale Pontefice Wojtyla su questi temi ha posto i suoi paletti. Indubbiamente un futuro successore puo’ sfoltire il fogliame secco dall’albero delia chiesa e rinverdirlo, come inaspettatamente fece nel 1958-03 Giovanni XXIII   su un'infinità di altre riforme ben più importanti. Comunque un primo aspetto da approfondire è quello dell’unità della chiesa universale. Significa chiesa aperta a tutti oppure uguale ed uniforme per tutti sino al menu in tavola? In quest'ultima accezione essa non potrà mai essere universale. Esempio: noi asseriamo di vivere oggi in una civiltà postmoderna. Per chi lo è? Per alcuni: USA. Europa, Giappone...non certo per la Papuasia, il Burundi, ecc. che vivono po' su po' giù come all'età della pietra. In base a ciò varia anche il nostro rapporto nei loro confronti. Cosi è per la chiesa. Essa ha da essere "una-universale " per quanto concerne i contenuti essenziali del Vangelo, per il resto si dovrebbe rapportare secondo usi, costumi, esigenze locali. Di conseguenza presso alcuni popoli preti sposati e sacerdotesse non vengono digeriti, presso altri invece, vedi la Svizzera, vengono desiderati. Un secondo aspetto: distinguere bene lo stato di necessità dallo stato di diritto. Non perché in Svizzera vi sono 650 parrocchie scoperte, prive di preti celibi, come strategia provvisoria si invoca il ricorso a preti coniugati e donne all'altare. Tale diritto esisterebbe anche se i preti celibi fossero in esubero. L'ultimo aspetto: la crisi di Dio. Non farsi illusioni: libero matrimonio ai preti e ministero alle donne non risolverebbero la penuria di vocazioni, in calo anche presso le chiese riformate in cui non esiste questo divieto. Nel senso che oggi la vera crisi è nel nostro Dna: Dio è morto, la fede spenta, il consumismo con la dolce vita è imperante. Il 2005 probabilmente verrà dedicato quale "anno delle vocazioni”. Certamente saremo invitati a pregare affinché il Signore mandi operai (preti celibi) nella sua vigna. Secondo il tenore del Sinodo di Lucerna, di tante altre istanze, nonché di varie componenti il popolo di Dio ci sia però permesso di pregare perché in futuro vengano arruolati nella vigna del Signore anche preti sposati e sacerdotesse. Per intanto la nostra soluzione intermedia in Svizzera è: 153 diaconi permanenti, molti laici teologi e teologhe coniugati o meno. Fra il clero italiano invece e in Ticino la nebbia è fitta. Come ebbe a scrivere E. Morresi. direttore di Dialoghi, si ha l'impressione che "il sistema clericale resista a questa innovazione per timore della concorrenza”.

Autore:
Albino Michelin
30.01.2004