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mercoledì 6 gennaio 2016

LA GUERRA DEI PRESEPI: CRISTIANESIMO IDENTITA’ CERCASI.

Domenica 12 dicembre 2004 al posto della messa è stata organizzato nella comunità cattolica di Affoltem, dove il sottoscritto opera, il presepio vivente degli adulti con angeli, pastori, re Magi, Sacra Famiglia, Giuseppe, Maria, Gesù (ultimo nato nell'anno) seguito dalla recita dei bambini, dal titolo “Natale senza confini", cioè senza pregiudizi verso i popoli di altro colore, di etnie diverse. Al posto del Babbo Natale si è presentato al pranzo S. Nicolao, onde evitare il degrado di Gesù a mero oggetto commerciale e consumistico. Tento di mettere subito le mani avanti in quanto qualche lettore (lettrice) mi potrebbe accusare di prendermela anche contro i presepi, contro Gesù Bambino e le nostre tradizioni cristiane, come ebbe a scrivere una estimatrice di Buttiglione Melisenda Guido Ramstein che nell'ultimo numero di "Rinascita" sballò denunciandomi di preferire Confucio a Gesù. Ciò premesso è d'obbligo riprendere una breve cronaca della buriana presepi in atto in Italia (non è uscire dal seminato) per metterla a confronto con la nostra auspicata vendita d'armi alla Cina in onore o disonore al cantico angelico: "Pace in terra agli uomini di buona volontà" incollato a tutte le capanne di Betlemme costruite nelle nostre chiese e in molte scuole. Dunque a Vicenza per sensibilità ai bambini di confessione diversa le direzioni didattiche hanno deciso di abolire il presepio in classe. A Treviso presso le elementari "Ciardi" al posto del presepe l'insegnante Gigliola Zanalla appronta la favola di Perrault "Cappuccetto rosso". A Viareggio, elementari Politi, il canto "Tu scendi dalle stelle" viene sostituito con la canzone di Venditti "Stella" risalente agli anni 80. A Como presso l'Istituto Fogazzaro nei canti natalizi al posto della parola "Gesù viene cantato "virtù". In materia furiosi contrasti compaiono nella trasmissione "Porta a Porta" di giovedì 9 dicembre 2004. A Cagliari i bambini di una scuola materna accanto alla stanza del presepio danno vita anche a Babbo Natale, pupazzo in gomma piuma, barba di lana, cappuccio e manto rosso. Seguono minacce in interpellanze parlamentari. A Napoli, Istituto Bovi Colletta, presepio sì, ma multietnico con pastorelli e angeli dalla pelle di diversi colori. Alla scuola 'Pavoni" di Roma il 14 novembre venne festeggiata la fine del Ramadam islamico al quale i bambini musulmani hanno invitato e spiegato la cosa agli amichetti cattolici, mentre più tardi saranno i cattolici a presentare il presepio ai fedeli di Maometto. Infine, sparo con il botto, la Lega Nord della Regione Lombardia intende creare un fondo in favore degli istituti che continueranno a preparare la grotta di Gesù Bambino, mentre magari a Betlemme accanto alle caverne della nascita bambini stanno morendo di fame e di freddo!
                                   Capro espiatorio sempre gli immigrati.
Come abitualmente accade, in Italia c'è chi ha interesse di strumentalizzare tutto e creare confusione. Anche in questo caso si è trovato l'alibi degli immigrati se il nostro presepio corre pericoli di estinzione. Ora è la volta di una samba attorno ad un altro simulacro, come qualche anno fa attorno al crocefisso. Va chiarito subito che tutto il bailamme sorto sul crocefisso è stato causato da un islamico che ne chiedeva la rimozione dall'aula frequentata da suo figlio. L'accanimento invece pro o contro il presepio è nato in seno al mondo cattolico stesso, merito o colpa nostra, e non tanto per l'aggressione degli islamici. Nostro conflitto interno, destinato a crescere, che qualche cattolico miope ha interesse ad eludere. Qualcuno per la circostanza ha predicato che la chiesa deve essere custode eterna della verità e perciò battersi per il presepio. Fanfaluche. La verità è una cosa, le sue espressioni storiche un'altra. La verità ha l'età di Dio, il presepio solo 8 secoli, quella di San Francesco. In pratica è spaccatura ormai aperta a tutto campo tra il fronte dei veri battezzati (sempre in minor numero) che privilegiano i contenuti del Vangelo ad onta dei nominalismi e dei vocaboli sacri, e l'altro fronte che si accontenta di sbandierare questi ultimi ad onta dei contenuti essenziali del messaggio cristiano. In effetti anche Gesù disse: "Non chi dirà Signore Signore entrerà nel Regno dei cieli, ma chi avrà fatto la volontà del Padre mio". Forse o senz'altro qui Gesù fa intendere di preferire gli atei e laici di comportamento corretto, anziché i "religiosi" di comportamento ambiguo e ondivago.                     “Sta guerra del presepio in Italia non ha creato un problema, ma l'ha evidenziato come ritorno di un neofondamentalismo cattolico”. Dobbiamo sinceramente riconoscere che il nostro è in parte un cristianesimo postcristiano, che si ripara e si maschera sul Bambinello Gesù in cartone e in terracotta, ma in fondo è un cristianesimo senza il Gesù del Vangelo. Quindi una religione ridotta ad una identità geopolitica.
                             Il Buon Natale del Presidente Ciampi alla Cina. 
Che queste affermazioni non siano solo degli slogan pubblicitari lo dimostra il contenuto di alcune risposte acquisite dalle sedi scolastiche indicate. Quelle più ripetute si ricollegano alla visita del nostro presidente Ciampi in Cina. Egli il 6 dicembre accanto alla statua di Confucio (quello che 5 secoli prima di Cristo raccomandò di non fare agli altri quello che tu non vorresti gli altri facessero a te) perorava l’abolizione dell'embargo di armi, cioè si augurò che l'Italia e l'Europa ritornino a vendere al più presto possibile ordigni bellici a quel popolo. Indubbiamente il nostro primo cittadino tiene tutta la libertà di esprimersi e di promettere quanto crede opportuno, ma meraviglia che nessun partito né di Governo né dell'opposizione, di destra o di sinistra, abbia posto un interrogativo. Scandalizza anzi che nessun rappresentante dei media d'ispirazione e cultura cristiana (in Italia lo si autodefiniscono tutti), abbia sollevato obbiezioni. Silenzio totale, unanime concordia. Evviva il Presepio ... Pace in terra, angioletti cari, e armi destinazione Cina! Qualche connazionale ebbe a dire che questa faccenda dell'embargo non risponde a verità, e che dalla Tv non ebbe a sentire nulla. Si può rispondere che la Tv divulga l'informazione che interessa al manovratore e che l'embargo in Cina è stato storicamente imposto nel 1989 dopo che l'esercito di quel Paese aveva soffocato nel sangue la protesta degli studenti di Pechino (notte del 3-4 maggio), nota come massacro della Piazza di Tiennamen. E per aggiornare meglio i telespettatori, laureati in storia e geografia alI’Isola dei Famosi, va ricordato che la nostra legge 185 del 1990 suona così:"divieto di espatrio di armi dove si violano i diritti umani". Ora ogni anno la Cina esegue 5000 condanne a morte con situazioni a rischio sul Tibet. Ma non diciamo in faccia ai cinesi che sono cattivi con i tibetani altrimenti addio affari. L'industria bellica è in questo Natale il felice presagio di diventare il volano per lo sviluppo e le relazioni internazionali. Questa è la nostra cooperazione italiana con il Terzo mondo e con quello del Sol Levante. E così mentre in superficie si ciancia e ci si accapiglia sui presepi e si decanta la cultura della pace in sostanza si svendono i nostri valori umani. Sì, vi è stata qualche reazione soprattutto da parte delle organizzazioni di base della nostra chiesa. Per esempio "Beati i Costruttori di pace". In effetti al pronunciamento del Cardinale Ruini rappresentante della cattolicità italiana, che predica: "gli italiani si oppongano all'abolizione della tradizione dei presepi nelle scuole”, tali organismi minoritari hanno raccolto domenica 12 dicembre a Caserta unitamente al Vescovo Mons. Nogaro un migliaio di firme per inviarle al Cardinale Ruini affinché si faccia portavoce presso il Governo Italiano della contraddizione: "Cultura del presepio-Commercio delle armi". E che quest’ultimo, quale cultura della morte, venga bloccato immediatamente. E’ l’utopia Natale 2004 di una parte sana del nostro cattolicesimo e protestantesimo italiano che noi vorremmo si trasformasse in realtà.         

Autore:
Albino Michelin
17.12.2004

IN SVIZZERA PRESTO SEMINARI PER GLI IMAN ISLAMICI?

Sappiamo che i rapporti fra il popolo svizzero e gIi immigrati arabi qui da noi sono abbastanza ondivaghi e fluttuanti nel senso che le reazioni alla reciproca convivenza non sono uniformi. Oltre che dalla diversità di cultura e di mentalità ciò dipende anche dalle radici religiose. In fondo italiani e svizzeri sono di tradizione cristiana, gli arabi invece di tradizione islamica. Quindi l'appartenenza religiosa gioca pure il suo peso. Inserito poi nell'attuale contesto generale dell'incontro fra le due civiltà la lettura del fenomeno diventa ancora più fluida e provvisoria. Anche il caso di quell'artista ucciso in Olanda da un fondamentalista, oppure quello della Moschea vallesana dove tre predicatori lman sono stati perseguiti penalmente in quanto istigatori alla violenza e all'odio razziale, sono casi che gettano benzina al fuoco. Di qui probabilmente si spiegano certi risultati dei referendum cantonali e nazionali. Ad esempio il 24.11.02 il popolo zurighese ha respinto il progetto che prevedeva il riconoscimento giuridico a tutte le religioni, oltre a quelle già riconosciute da tempo, come la riformata, la cattolica, l'ortodossa, ecc. e questo per la paura di portarsi in casa il cavallo di Troia, cioè l'Islam. E anche nelle votazioni del 26 settembre u.s. il progetto naturalizzazione facilitata ed automatica è stato bocciato soprattutto per il timore dell'invasione araba, sia pure nel ristretto margine degli sfavorevoli fra il 54-51%. Specie nei cantoni tedeschi e italiani, mentre invece il progetto sarebbe stato accolto in quelli francesi e romandi. Ln effetti ciò lo si costata in questi ultimi ambienti anche riferendoci ad alcune aperture di collaborazione cristiano- islamica, impensabili altrove. Ad esempio sembra stia facendosi strada l'idea di formare degli lman o preti islamici nelle università svizzere. Idea non tanto peregrina se è stata espressa e caldeggiata sulla stampa anche dal prof. Libanese Tarek Mitri, docente all'Università di Ginevra, sostenendo che anche in Svizzera la via mediana fra integrismo identitario e integrazione nell'ambiente locale è possibile. Certo la questione cruciale è di sapere come. Si può tentare una previsione ed un'analisi. Anzitutto di che tipo di "Iman" ha bisogno l'Europa e la Svizzera. Ovvio un tipo che abbia buona conoscenza della cultura islamica e della cultura occidentale, uomo ponte fra due civiltà.
                                   A Ginevra il vescovo preferisce il bistro
A facilitare il progetto è il fatto che in Svizzera vi sono diverse università che possiedono un dipartimento islamico. Queste potrebbero mettersi in rapporto con delle istituzioni del mondo musulmano in Egitto, Tunisia, Malesia, Marocco, Turchia e ospitare insegnati di tate provenienza. Certo insegnanti "inclusivi", capaci cioè di creare un dialogo fra le componenti occidentali svizzere e quelle musulmane, comprese le residenti in territorio elvetico. Il sovvenzionamento di tali seminari potrebbe essere garantito dall'Arabia Saudita, che ha tutto l'interesse di riscattarsi anche all'estero. Veramente esiste già un modello sufficientemente credibile nei Paesi Bassi, Rotterdam, dove degli universitari olandesi unitamente a quelli turchi, hanno fondato una università islamica autofinanziata. Sul nostro progetto forse un po' di ottimismo non guasta. A Ginevra esistono due moschee dove tutto procede correttamente come (ci si permetta il paragone) presso la locale missione cattolica italiana. Né questa né quelle sono riconosciute dallo Stato in quanto religioni, ma in quanto associazioni private. Non bisogna lasciarsi bloccare solo dalla paura e dai fantasmi. Bisogna superare gli impasse come quello delle ragazze che portano il velo quando vanno alla Migros, come dei rari preti cattolici che portano la tonaca quando vanno alla TV o per le strade.  Un esempio di rapporto a livello umano, degno di rilievo, mi sembra quello del Vescovo di Friburgo-Losanna Ginevra, B. Genoud. Come noto questo uomo di chiesa frequenta i diversi bistro del suo territorio per incontrare spontaneamente i fedeli che desiderano porre domande e ricevere risposte, senza il sussiego del predicatore e senza la ricerca dell’ossequio dovuto ai prelati di categoria. A Ginevra appunto si è incontrato per tre lunedì della primavera 2003 al bistro “ Au Jardin d'Eden” gestito dal giovane turco musulmano Ercan Kahraman. Entrambi gioirono della reciproca accoglienza. Non è certo il modello Iraq della democrazia imposta con le bombe e martello in testa che può preparare un mondo nuovo, ma solo con i semplici atteggiamenti di vita quotidiana. Mi sembra perciò che il modello "Mitri-Genoud" sia più efficace per una convivenza islamico-cristiana promettente. Certo una rondine non fa primavera, ma annuncia che la primavera potrebbe non essere poi così lontana.

Autore:
Albino Michelin
10.12.2004

DAL SENSO DI COLPA AL SENSO DI RESPONSABILITÀ

In genere si dice oggi che il senso di colpa non esiste più specie nei giovani. Esisterebbe solo l'arroganza. Non si accetta né si riconosce di aver sbagliato o di sbagliare. Tutti assistiamo a dibattiti televisivi su crimini e delitti quotidiani, nonché a vari contributi provenienti da esperti in psicologia, psicoterapia e religione. La tendenza pare sia la seguente: l'uomo non ha colpa o colpe. Esistono solo delle cause che ti inducono a determinati comportamenti e delle quali siamo solo delle conseguenze. C’è chi si spinge oltre più nel profondo e sostiene che l’unica colpa è quella di "non vivere", pur essendo vivi fisicamente. Quella cioè di essere statici, immutevoli, fissi, morti. Quella di non sviluppare la vita che c’è in noi. Quella di non entrare in contatto con gli altri, con il cosmo, con l'universo. Tuttavia all'interno di questo dibattito non si può negare che noi siamo figli di una lunga tradizione cattolica che ha fatto molto leva sul senso di colpa, usando e abusando talvolta della strategia colpevolizzazione. Il senso di colpa può generare due reazioni contrastanti: frustrazione o inibizione. Ti porta all'inutilità di intraprendere il vecchio od un nuovo cammino oppure ti rinchiude nel tuo bunker creando rabbia, aggressività, rancore. Le conseguenze di questo stato interiore non sono né preventivabili né di facile analisi. In definitiva però i sensi di colpa hanno solo lo scopo di farci del male. A parte chi li subisce, non va dimenticato d'altro canto chi li causa negli altri come strumento per giudicarli, denigrarli, dominarli. È classico l'esempio del coniuge che continua a ricordare all'altro una scappatella del passato, ad esempio l'aver accettato un mazzo di fiori dall'amico, rispettivamente amica dell'ufficio in occasione del compleanno. Continuerà a ricordarglielo per punirlo e farlo continuamente sentire in colpa, affinché si possa sentire più pulito di lui, superiore a lui. Gli toglie fiducia, lo tiene nelle sue mani, lo domina. Spesso la gelosia fa questi brutti scherzi. E più in generale il senso di colpa è un'arma usata dagli insicuri, dai cattivi per danneggiare, per farci del male, per non lasciarci crescere, vivere. È un'arma contro la vita: non vogliono che voi abbiate una buona opinione di voi stessi. Vi odiano. Sono gelosi della vita che vedono in voi. Usano tutti i modi per incrinare la fiducia che voi avete in voi stessi. Non ce l'hanno in sé stessi e vorrebbero che gli altri fossero come loro.
                                              Responsabilità delle religioni
 È indubbio che anche le religioni sono in molta parte responsabili di creare negli adepti il senso di colpa. Personalmente mi fa riflettere quel monito di Gesù (Matteo, 23,2): "Sulla cattedra di Mosè siedono scribi e farisei. Fate quello che vi dicono, ma non fate quello che fanno. Impongono infatti sulle spalle della gente pesanti fardelli, ma loro non muovono nemmeno un dito". Gesù qui non attacca solo la cattedra, ma anche coloro che sopra vi siedono in quanto soggiogano i deboli con il senso di colpa, la iniettano a tutti e ovunque. Loro compito è quello di esistere come struttura di potere. Possono anche gridare pace e condannare l'ingiustizia e la violenza. Importante per loro è star li a sancire la colpa e a dispensare il perdono. Ed anche il così detto "Potere delle chiavi", di legare e sciogliere le colpe, di salvare per l'eternità ciò che era perduto, cioè di salvare tutto l’uomo, se superficialmente assunto diventa strumento di potere attraverso la logica della colpevolizzazione. Potere delle chiavi in atto nel Cattolicesimo non libera dal senso di colpa, anzi lo acuisce col sistema del perdono. “Caro figlio prodigo, pecora smarrita, quanto sono grandi le mie braccia, perfino il peccatore più abbietto come lo sei tu fu accolto e salvato". Espressione che ci fa sentire un po' meno disgraziati, ma sempre peccatori senza speranza. Il buttarti addosso continuamente il senso di colpa ti disarma dall’intimo, abbassa le tue difese interiori, s'impadronisce della tua capacità critica, annulla il senso della tua dignità, ti paralizza, t'induce a ripiegarti, a cercare sedativi.  Recentemente un connazionale mi diceva che da tempo non va più alla messa perché si sente in continuazione bersagliato a ritenersi peccatore e a battersi il petto “mea culpa, Signore pietà, Agnello di Dio che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi”. Mi viene tolto totalmente il senso dell'autostima e sostituito con il senso di colpa.  Pensandoci bene un po' di ragione questo interlocutore ce l'ha. In effetti alla messa viene troppo insistito sul sacrificio in espiazione dei nostri peccati, un continuo martellamento e richiamo alla propria nullità. Aggiungi poi il fatto che in tante chiese a tale liturgia si aggiunge anche l'invito di andarsi contemporaneamente a confessare per prendere la comunione, così la collocazione del mio essere "colpevole" diventa emergente.
                        Gesù non venne a colpevolizzare, ma a proclamare beatitudini
Indubbiamente la struttura dell'ultima cena (o prima messa) istituita da Gesù era più centrata sull'invito all'amore che non sulla autoaccusa delle proprie colpe. Ci si è accorti che nel prosieguo dei secoli la struttura di questa celebrazione è stata corredata da tante richieste di perdono. Nella messa attuale da 10 a 12. L'obbiezione del connazionale di cui sopra forse ha anche il suo peso motivazionale nel poco interesse odierno alla frequenza della messa: qualcuno oltre che ripetitiva e noiosa la trova anche deprimente.  A questo punto è ovvia l'obbiezione: ma se adesso aboliamo dalla gente anche il senso di colpa si va a finire nel caos morale e sociale. Direi di no, basta però spostare il discorso. Più che al senso di colpa adoperarsi per educare al senso di responsabilità. Allora un equilibrato senso di colpa da patologico può diventare curativo. Non è covando e rinnovando a sproposito il senso di colpa che si può maturare il senso di responsabilità, ma sottolineando il bisogno di liberarsi attraverso la luce. C'è fra di noi chi ha identificato il Vangelo con questo tipo di processo: constatazione del male morale nel singolo e nella società, quindi peccato, quindi bisogno di espiarlo col sacrificio, quindi richiesta di perdono, alla fine salvezza proveniente dall'alto. Invece andrebbe tenuta viva un'altra sequenza: presa di coscienza del nostro male morale, necessita di far luce dentro di noi, assunzione di responsabilità, quindi salvezza che viene dall’interno, dal profondo del nostro io. Non il divino proveniente dall'alto o dall'esterno, ma quello che vive dentro di noi, certo totalmente altro e diverso, ma che preme per venire alla luce. Questa identificazione interiore ha tutto il vantaggio di inserirsi nella logica del Vangelo di Gesù, il quale non è venuto a colpevolizzare la gente o a distribuirci un codice di colpe e di pene, ma delle beatitudini proclamandoci: "beati voi quando riuscirete a...". Fuori dubbio, conclusione implicita, in questo contesto andrebbe anche rivisto e rifondato l'istituto della confessione privata. Gesù come ogni onesto psicologo e terapeuta del nostro tempo, non insiste sulle colpe passate, ma sull’ideale che ci sta davanti, di vita vera. La fissazione sul passato è negativa. Una cosa è ricordare per non sbagliare, altra cosa è restare prigionieri del passato con sensi di colpa. Sentimento autodistruttivo, paralizza il presente, non aiuta a crescere e tanto meno a vivere.

Autore:
Albino Michelin
12.11.2004 

IPOTESI DI PACE: UCCIDERE CERTI CAPI DI GOVERNO?

Da più parti oggi si sente muovere l’obbiezione suggestiva del cosiddetto tirannicidio, cioè l’esecuzione sommaria del tiranno o dei tiranni di turno. Questo soprattutto in riferimento dall’annosa questione palestinese, cecena, mediorientale, all’attuale Iraq, senza parlare di tanti conflitti nel continente africano. Dal momento che il terrorismo non potrà mai essere interamente debellato e che rimuovere le sue cause storiche, politiche, sociali comporta secoli, dal momento che chiedere ai terroristi di smetterla sarebbe tanto ingenuo quanto inutile, perché non pagare questi uomini e donne kamikaze di tornare alle più circoscritte pratiche del tirannicio, regicidio, presidenticidio o come altro lo vogliamo chiamare? Se non altro per distogliere le loro armi dalla gente comune, dai tifosi del calcio, dai passeggeri delle metropolitane, ecc. e puntare verso ministri, generali, manager delle multinazionali? In fondo rappresentare un paese o una montagna di dollari è un mestiere che comporta l’accettazione di rischi oltre che dei vantaggi. E loro lo sanno e accettano la sfida. Quando oltre mezzo secolo fa De Gaulle diceva “La Francia sono io” diventava perciò stesso bersaglio di innumerevoli attentati. Eliminati a causa di attentanti sono stati nel passato diversi capi di governo: Re Umberto, Carraio, Bianco, Sadat, Rabin di Indira, Gandhi, ecc. Dopo l’orrore di Bestlan con oltre 300 bambini massacrati questa richiesta sembra più che giustificata e anche matura. Catturiamo come ostaggi le poche teste del potere e non andiamo a prendere la povera gente a casaccio e nel mucchio. Perché non prendersela direttamente con chi decide e dispone? Si risparmierebbe tanto sangue innocente. Se al posto di migliaia di americani l’11 settembre 2001 fosse morto solo Bush non sarebbe stato un male minore? Il messaggio suonerebbe: cari terroristi, colpite i grandi e lasciate stare i piccoli. Come detto questa ipotesi si presenta molto suggestiva, però si presta anche ad alcune controindicazioni. La prima: chi l’ha detto e chi lo dice che coloro i quali oggi usano il terrore vogliono veramente un mondo più giusto più libero, più democratico, meno peggiore di quello attuale? E che quindi per raggiungere questo obbiettivo sarebbero disposti a cambiare strategia? O invece il loro obbiettivo sia un male peggiore? Spettacolarità, visibilità, pubblicità, sadismo del crimine, sete di sangue, brivido della distruzione e il nulla totale? La seconda controindicazione dal punto di vista personale è che a molti di noi darebbe fastidio e comporterebbe reazione negativa uccidere un dittatore o sperare venga ucciso un qualche potente o dittatore del mondo. Molti non sarebbero stati d’accordo né felici se Saddam Hussein fosse stato ucciso nella sua tana, né se Bush venisse fatto fuori con una schioppettata. Le ragioni profonde potrebbero essere diverse: debolezza caratteriale, moderatismo politico, senso umanitario, coscienza religiosa. Comunque a molti questa soluzione ripugna.
                                            Alla morte fisica preferire la morte politica.
È la terza controindicazione. Sarebbe più facile eliminare politicamente i potenti del mondo che ucciderli, e questo seguendo le leggi della democrazia. Il problema è che uno, due, cento tirannicidi non portano a nulla. Morto un Billaden, un Saddam Hussein, un Bush, un Putin, un Berlusconi (completiamo il quadro) se ne fa un altro. I poteri che sono istituzioni, enti, burocrazie, apparati, imprese, interessi, ecc. sono composti e gestiti da esseri umani, i quali non scompaiono se scompare o muore il loro capo. Questi scompaiono o almeno escono per un certo tempo di scena dai loro posti i comando solo se vengono sconfitti politicamente. È qui che abbiamo un abbozzo di soluzione. Bisogna adoperarsi per la loro morte politica mettendo a nudo le contraddizioni, la doppia morale, le responsabilità dell’attuale caos mondiale, nell’avere in passato utilizzato ed oggi alimentato il terrorismo. Senza dimenticare che se il mondo è diventato un inferno la colpa è soprattutto loro ma anche di chi li ha eletti. In fondo se la rappresentanza ha ancora un senso i nostri tanto odiati potenti altro non sono che la faccia pubblica di altri milioni di facce, magari anche peggiori, che non conosciamo o facciamo finta di non conoscere. Chi ha eletto in oriente o in occidente i nostri tanto discussi capi voleva che costoro facessero quello che stanno facendo? In linea di massima sì. E non ostante ciò che è stato fatto o visto, la maggior parte di questi elettori non ha cambiato idea. Rivoterebbero oggi come hanno votato ieri. E mica possiamo metterci là a uccidere tiranni, vicetiranni e tutti quelli che i tiranni li hanno più o meno eletti. Vogliamo ancora inserire un’ennesima riflessione sull’Iraq? Bene, in quell’ambiente coesistono e si intrecciano ben quattro guerre. L’invasione esterna dell’America e degli occidentali. La seconda quella dei miliziani e ribelli locali. La terza quella religiosa tra i fedeli del Corano e gli infedeli del Vangelo e viceversa. La quarta infine fatta di lotte continue fra bande armate da tempo formatesi nel territorio e recentemente immigrate da tutto il mondo, stante il terreno propizio. Conclusione: tagliamo la testa a tutti i capi? Chi sono e quali sono? Certo un cambiamento ci potrà essere: cioè in mano ad una quota minima ma decisiva che può cambiare opinione e quindi rovesciare certi governi col voto. Specialmente in considerazione di ciò che loro è caduto direttamente sulla testa. Non solo in Iraq, ma in tutto il mondo. Oggi uno è il modo accettabile per evitare il caos totale:” l’uccisione politica „del dittatore e del clan che lo sostiene. Ma questo è un discorso lungo, peccato che ci manchi la pazienza. Perché richiede di passare dall’istinto di potere e di invasione a quello della solidarietà e della condivisione, dalla dittatura al dialogo, dall’accaparramento delle materie prime al rispetto verso i poveri. Oggi invece specie nel Medioriente abbiamo scelto la soluzione militare: ci siamo messi in un ginepraio, ci siamo tirati addosso un mare di guai. Eliminare i capi serve poco o nulla. Per l’ipotesi pace anzi è controproducente.

Autore:
Albino Michelin
24.09.2004

INSEGNANTE DI RELIGIONE, LICENZIATA PERCHÉ RAGAZZA MADRE

Il fatto anche se risale alla fine febbraio 2004 si presta a molte riflessioni perché è ancora e chissà per quanto tempo di attualità: appartiene ad una mentalità e ad un costume tipicamente italo-cattolico. È successo a Firenze: Simonetta è una ragazza laureata, un buon rapporto con la fede, è credente, non semplicemente cattolica per caso, per convenienza ambientale, o pressione sociale. Desidera insegnare agli adolescenti delle medie, trasmettere e vivere con loro il senso di Dio e della vita, convinta che insegnare religione non è come dare lezioni di matematica o di archeologia. Non è sposata, è ancora nubile, rimane incinta. Non si rapporta al nascituro come ad un intruso da cui liberarsi, ma come vita nuova da difendere, far crescere, crescere insieme. La pancia di Simonetta con il tempo ovviamente diventa sempre più visibile, però la ragazza non si mette ad esibirsi con l'orgoglio donna, quello di avere sfidato delle leggi morali, dei tabù, e tanto meno come paladina di sfrontatezza, oggi si direbbe donna contro. Vive in attesa i suoi momenti nella poesia di una felice premamma. La faccenda però non sfugge all'occhialuta autorità ecclesiastica locale. In effetti, dal detto al fatto l'allora Cardinale Piovanelli di Firenze la fece licenziare perché inidonea. Simonetta vorrebbe affidarsi al sindacato per la tutela del posto di lavoro, ma questo non è competente in materia, sono faccende di chiesa. Inoltra ricorso alla Corte di Cassazione, viene respinto con la motivazione anche qui che l'unica autorità legittima per un insegnante di religione è il Vescovo che può procedere alla delegittimazione del ruolo senza tante causali. Eh sì, tutto fila nella logica perché in Italia dopo il Concordato Craxi-Vaticano del 1984 lo Stato non è competente per la selezione e presentazione degli insegnanti di religione nella scuola pubblica. Si formano due fronti contrapposti. Da una parte quello della chiesa fiorentina che cosi dichiarò: un diritto non può essere invocato a spese di un altro diritto. Cioè il diritto alla tutela della maternità di avere, allevare, educare un bambino deve cedere o venire dopo il diritto dei ragazzi, della scuola, delle loro famiglie. Un'insegnante ragazza madre predica bene ma razzola male. Come può una persona del genere, in situazione irregolare, insegnare la teologia cattolica sul matrimonio? Che fa? Evita l'argomento? Ne parla? Allora è costretta a denunciare la sua irregolarità. In pratica una nubile incinta mancherebbe di coerenza a scuola, guasterebbe tutto, uno scandalo, emanazione di satana. Quindi va ripudiata.
                                       Situazione paradossale: o aborto o ipocrisia.
Dal fronte opposto invece sorge tutt'altra reazione. L’interessata indirizza alla chiesa il rimprovero di sessuofobia, immoralità, che punisce e mortifica ingiustamente una ragazza madre. Una chiesa che vorrebbe salvare i poveri dalla guerra, ma non dall’Aids, che non vuole vedere morire di fame i bambini, ma proibisce il controllo delle nascite, impone alle donne la maternità come fosse un destino e non una libera scelta, mette sul lastrico una ragazza onesta che vuole tenersi il suo bambino e non ha marito. Il secondo appunto è sulla doppia morale della chiesa. È vero che gli uomini quando peccano non ingrassano e non fanno il pancione, ma il vescovo o cardinale sarebbe stato altrettanto severo con il fornicatore maschio? Magari a mettere incinta Simonetta potrebbe essere stato anche un sagrestano, un sanluigino, un confratello del SS. Sacramento. Ma questo non ha importanza, peccato non visto peccato non addebitato. La chiesa per tradizione non indaga oltre se le apparenze sono salve. Infine Simonetta contesta alla chiesa fiorentina l'ipocrisia. Cioè se lei invece di prendersi il bel pargoletto che poi chiamerà Giovanni, senza dar sull'occhio se ne fosse liberata, oppure avesse sposato un signor qualsiasi, avrebbe potuto continuare ad insegnare. Ma lei ha rifiutato questa ipocrisia ed ogni rassegnazione strumentale. Per inciso va detto che molte sono in Italia le e gli insegnanti laici di religione che in quanto conviventi o divorziati segnalano all'autorità ecclesiastica un doppio indirizzo fasullo e cosi dribblano l'ostacolo. Ma Simonetta rifiuta il doppio gioco, non decide di emigrare e neppure perde la fede, ci vuole ben altro per lei. Resta a Firenze, si sottopone ad un altro concorso, lo supera e ottiene la cattedra di lettere. lnidonea ad insegnare religione la ragazza madre insegnerà storia, di cui pure la religione rappresenta un aspetto, ma di fronte alla quale ora lei sarà giustamente più critica, più vera. Che conclusione tirare? A doppia uscita, a seconda che ci si riferisca alla chiesa italiana o ad una extra italiana. In Italia per quanto concerne la religione nelle scuole siamo di fronte ad un bell'inciuccio. E come potrebbe essere altrimenti? Cioè il Concordato, come sopra accennato, equipara la religione cattolica a religione di Stato e ne impone l'applicazione alla magistratura italiana. Nulla di più anacronistico. Già S. Paolo ai suoi tempi affermava che la nostra fede non va sostenuta con la potenza di questo mondo. Il patto fra due poteri (Chiesa-Stato) rappresenta una debolezza per la nostra fede. Significa che abbiamo ancora bisogno del potere civile per convincere le coscienze e per credere in Gesù Cristo. Onestamente è medioevo riveduto e corretto. Soluzione più rispettosa della libertà di coscienza sarebbe quella pure adottata in Svizzera e che molti preferiscono. Cioè nella scuola pubblica sostituire la religione con la storia delle religioni, consolidare scientificamente l’insegnamento   religioso, potenziare la dimensione culturale e il rapporto con le altre religioni, dispensando la diocesi dalla valutazione morale e dalla scelta di professori. Destinare invece la cultura, formazione cattolica e catechismo alle comunità e parrocchie locali, ma all’infuori dell’orario e dei locali scolastici.  E purtroppo nel caso avremmo delle grosse differenze. Che in Italia bambini e adolescenti verrebbero consegnati ad un vuoto precettismo, ad un incomprensibile dogmatismo, ad un pioso devozionalismo da parte di suore, religiose, dame di S.Vincenzo. In Svizzera avremmo invece, come da tempo abbiamo, insegnanti preparati adeguatamente e laureati in teologia, che vanno ed educano all'essenziale. Non dimentichiamo che in Italia il 76% degli insegnanti di religione sono laici. Quel poco che circola nella testa dei nostri cattolici viene appreso dai media e dalla Tv, quindi parziale e privato di una vera anima evangelica. Purtroppo a noi italiani lungo la storia è mancato lo stimolo ed un confronto da parte dei fratelli protestanti. Continuiamo cosi a correre in riserva di carburante. Ma con scadenza inevitabile e forse già segnata.

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Albino Michelin
17.09.2004

METTETE FIORI NEI VOSTRI CANNONI

Sono parole di una vecchia canzone e vengono in mente perché anche oggi qualche volta anziché fiori nei cannoni si versa acqua santa, come in una paradossale circostanza che mi permetto qui sotto di citare. Si sa che il popolo italiano è molto ghiotto di benedizioni, come del sugo negli spaghetti, del cacio sui maccheroni, dei fagioli nel minestrone.  Benedizioni dagli oggetti più laici a quelli più sacrali. Ferri di cavallo, anelli, borchie, catene e catenelle, tatuaggi, canili, porcili, pollai, stalle, banche, istituti di credito, bar, piscine, automobili, infine (e qui nulla da eccepire) sacelli, cappelle, chiese, cattedrali. E poi benedizioni sul tempo: se piove si impetra il sole, se salta fuori un calore come l'estate 2003 allora ci si rivolge ad Eolo, re dei venti, e a Giove pluvio. E benedizioni sulle persone: in occasione della nascita, del battesimo, del matrimonio, dell'estrema unzione (o unzione degli infermi). Nonché prima e dopo i pasti, nelle cerimonie di culto, al termine della messa. Ho tentato di elencare le più note, però dal punto di vista del senso vanno fatte le debite distinzioni.  Ad esempio la benedizione delle moto, delle autovetture lasciano una strana sensazione: indubbiamente servono a rimpinguare le casse di qualche prete zelante, ma se non si cambia la capoccia del conducente, se non gli si innocula il senso della responsabilità, il rispetto della vita, d'acqua santa possiamo gettarne anche un mastello, ma è lavare la testa all'asino. Gli incidenti sulle strade aumenteranno sempre di più. E la beffa del sacro continua. Benedire significa "dire bene" delle cose nell'uso adeguato, dire bene delle persone nelle relazioni e della tecnica sociale, dire bene anche del Dio in cui si crede, testimoniandone il messaggio con la vita. Pensare che l’acqua normale dopo la benedizione del prete muti le sue componenti e da idrogeno-ossigeno divenga sciroppo contro la bronchite è ritornare ad una mentalità prescientifica. Ovvio invece che l'acqua di fonte diventa oggetto di preghiera attraverso un rito sacro e può indurre la mia attenzione e la mia coscienza ad un'inversione di tendenza, quella che si chiama conversione del cuore. Questo è un sentimento diffuso in tutte le religioni, anche in quelle naturali, non si pensi sia una prerogativa del Cattolicesimo. Persino le antiche civiltà, come l'induista, molto prima del cristianesimo usavano croci, benedizioni con acqua lustrale e relativi simbolismi. 
                                       La benedizione della portaerei Cavour
Ciò premesso ci si permetta di citare un caso di attualità, non sfuggito a gente laica sensibile e magari osannato dai cattolici senza battere ciglio. Si sa che negli ultimi anni si è spesso contestato la nostra chiesa perché benediceva armi, eserciti e cannoni. E così si assisteva allo spettacolo di un clero italiano che benediceva mortai tricolori, quello tedesco i suoi panzer, quello francese le sue carabine per uccidersi a vicenda. Credenti nello stesso Dio, in nome suo, per meritarci il suo paradiso.  Aggiungiamo i mea culpa papali del passato: eravamo convinti non fossero un promemoria decorativo ma chiara condanna e presa di posizione per il presente a darci l'immagine di certa chiesa meno bellicosa. Ma in Italia non è ancora così. In effetti il 20 luglio 2004 a Genova alla presenza del Presidente della Repubblica Ciampi, del Ministro della Difesa Martino è stata inaugurata la nuova portaerei Cavour, la più grande della flotta militare italiana. Può caricare materiale per 27.000 tonnellate, ospitare 1.200 persone e trasportare velivoli a decollo verticale, caccia intelligenti, una sottostiva missilistica, cannoni e mitragliatrici. Al momento del varo il costo si aggira sui 900 milioni di euro. Alla dovuta inaugurazione è stata ricoperta di una bandiera tricolore di 700 mq. La retorica del cerimoniale ha inoltre previsto la benedizione della nave da parte dell'arcivescovo di Genova, Cardinale T. Bertone, già presidente della Commissione episcopale italiana Giustizia e pace. l cattolici che amano la religione spettacolo hanno applaudito e bene accolto l'accoppiata dignitario politico con quello ecclesiastico. Eh sì, perché in Italia dovunque compare un onorevole non deve mancare il porporato, come se Gesù non ci avesse messo in guardia dalla ricerca della visibilità e dei primi posti nella tavola del banchetto. Però questo ritorno a benedire le armi non lascia del tutto né tutti indifferenti. Non ricorriamo ai soliti discorsi proletari, che cioè un'opera del genere avrebbe potuto sfamare mezzo popolo burundo o sistemare meglio lo stato sociale e i pensionati italiani.  Una domanda però è consentita, proprio perché coerente con il vangelo (si benedice una portaerei anche se destinata a recare morte e distruzione, altro che a lanciare fiori ai bimbi del mondo) mentre ci si rifiuterebbe (e qui siamo d’accordo) di benedire una sala ospedaliera in cui si pratica l'aborto. No, non si dovrebbero mai benedire strumenti di morte. Tutte le vite sono uguali, sia di feti nell’utero materno, sia degli adulti indifesi. ll comandamento “non uccidere” esclude strategie. La solita obbiezione che la Cavour uccide solo per legittima difesa convince poco. Nel senso che anche certe donne incinte, piombate magari ingiustamente o per violenza nella disperazione potrebbero invocare la legittima difesa. Si sa che l'aborto è una delle ossessioni di certa componente ecclesiastica e talvolta a scapito di altri capitoli della morale in cui si dovrebbe essere più rigidi. Anche se la soppressione di un inizio di vita resta grave, è però meno grave dell’uccisione di una vita compiuta e vissuta come succede nelle guerre e come succederà con le armi del Conte di Cavour, più deleterie dei pur deplorevoli bisturi che interrompono una gravidanza. Un augurio dunque: mettete fiori (non acqua santa) nei vostri cannoni! Lo canta una vecchia canzone, ma è vangelo attuale.

Autore:
Albino Michelin
10.09.2004

lunedì 14 dicembre 2015

DALLA FORZA DELLA RAGIONE ALLA VIOLENZA DELL'INSULTO: ORIANA FALLACI

Oriana Fallaci, fiorentina da anni residente a New York, è attualmente una degli italiani più celebri dell’occidente. Dopo il libro "La rabbia e l'orgoglio" del 2001, dal 5 aprile 2004 ne ha messo in circolazione un altro: "La Forza della Ragione”. Record assoluto perché in tre mesi ne sono state vendute un milione di copie all'incirca. Il Columbia College di Chicago le conferì la laurea ad honorem in letteratura e la definì uno degli scrittori più letti ed amati nel mondo. Questo bestseller però andrebbe considerato a tre livelli, sempre che si desideri orientare il lettore in merito: la forma letteraria, il contenuto, la persona. Anche l'ultimo aspetto non è irrilevante nel senso che ognuno scrive sempre se stesso. L'opera aiuta a capire l'uomo e l'uomo aiuta a capire il suo prodotto. Orbene sul piano letterario nulla da eccepire, si fa leggere d'un fiato, humour irresistibile, stile immediato, colorato, diretto, ti prende per lo stomaco, sublima le realtà più banali in godimento estetico, rende olezzante di profumo persino gli escrementi. Qui non ci piove e di qui il segreto del suo successo, unito però ad un contenuto intessuto da principio alla fine di "j'accuse" senza pietà e pure senza discernimento. Sostanzialmente una rassegna di offese gratuite. Insulta i cristiani perché rompono le scatole con i vangeli, le donne in chador perché sono minchione, i comunisti perché sono preti rossi e viceversa, gli italiani perché sono tutti voltagabbana che si vergognano di fare gli operai e richiamano una marea di stranieri, le femministe perché sono tutte galline che sognano uno stupro da Bin Laden, i laureati perché sono degli ignoranti che prima o poi vanno ai comizi del papa, i gay perché odiano la propria madre dalla rabbia di non essere nati donne. I messaggi e i toni messianici uniti all'odio dell'lslam hanno stregato molti cattolici specie nel Veneto e nel trevisano, terra di sindaci sceriffo, supportati anche dai bollettini parrocchiali.
                                               L’Europa è diventata Eurabia.
L'Europa è una colonia dell'lslam e l'Italia ne è un caposaldo. È su questo argomento che la nostra si scanna più lungamente ed intensamente. L'Europa è venduta come una sgualdrina ai sultani, ai califfi, ai visir lanzichenecchi del nuovo impero ottomano. Non esiste un lslam buono ed un lslam cattivo, no, c'è un solo lslam tutto stagno puzzolente e miasmatico. Tutto l'lslam alla sbarra, dall'origine ai nostri giorni, passando per Marcantonio Bragadino, Patrizio Veneziano, spellato di sana pianta a Cipro cinque secoli fa da quella gentaglia. Non si salva nessuno, sia che si tratti di arabo od occidentale amico degli arabi. Oggi si installano a casa nostra e ti impongono le loro idee. La loro vittoria e il loro futuro sta nel ventre della donna, fare figli, e fargliene fare tanti, così si moltiplicano come i topi. La politica del ventre è la strategia da loro usata per sottomettere tutti alla causa di Allah. Nelle scuole i bambini loro rifiutano di parlare con le nostre maestre perché sono donne. L'articolo 19 della Costituzione che dice "tutti hanno il diritto di professare la propria religione" viene da loro interpretato "tutti gli islamici, eccetto gli italiani". I nostri paternoster sono stati sostituiti dai berci dei loro muezzin. Cominciano col pretendere il riconoscimento delle loro feste e un domani ti prenderanno anche i musei. Per la Fallaci tutto è un complotto di sudiciume morale. Sudiciume è l'Europa dei banchieri che hanno inventato la farsa dell'Unione Europea, l'Europa dei papi che hanno inventato la fiaba dell'ecumenismo, l'Europa dei facinorosi che hanno inventato la bugia del pacifismo. Non scendiamo poi nei particolari: Andreotti occulto filoarabo, Alessandra Mussolini cicciuta nipote del "Partito der Nonno", Fini come Togliatti che sembra intelligente invece è furbastro, Prodi mortadella, dopo Pulcinella, Brighella e Tartaglia ci mancava solo quella. Agnoletto, il più lercio rappresentante del moderno nazifascismo arcobalenato. L missionari comboniani pseudo rivoluzionari, Raffaele Nogaro vescovo di Caserta ignobile scugnizzo no global, cui Gesù Cristo sarebbe saltato addosso a pedate sul culo (sic'). 
                                             Ragionare con la propria testa.
Quello della libertà di pensiero, dell'autonomia della propria coscienza, dell'utilizzo della propria ragione è a mio avviso l'intuizione positiva e più interessante della Fallaci. Peccato che l'autrice vi riservi solo una trentina di pagine di quasi 300.  Oggi si dichiara (parole sue) contro la pena di morte e contro le torture del corpo perché si preferisce quelle dell'anima. Una nuova inquisizione che invece di usare tenaglie e mannaie ricorre a ordigni incruenti, giornali, radio Tv. Ha cambiato volto, ma non l'anima. Se scrivi che la terra è rotonda sta certo diventi subito un fuori legge. Oriana si definisce atea-cristiana, perché di Gesù Nazzareno ammira due aspetti. Primo "sono venuto a portare non la pace, ma la spada". E così anche lei può maneggiarla contro gli islamici. Secondo e qui ci interessa: "Gesù rivendica dall'uomo la propria coscienza, ci rende responsabili delle nostre azioni, padroni del nostro destino". Un inno alla ragione e al raziocinio. Oggi tutto è frutto di deduzione. lnvece del ragionamento si usa il sentimento. Si accantona la logica e ci si mette al suo posto la pietà finanziata e di circostanza. Toccando sempre e solo il cuore si neutralizza le difese della logica stessa. Oggi non si ragiona più con la propria testa perché anche nelle cose piccole e quotidiane la società ti vuole fornire le sue soluzioni già pronte all'uso come cibo precotto. "Stiamo pensando per te, così tu non devi farlo". Il cervello è un muscolo e come tale ha bisogno di essere tenuto in esercizio; diversamente impigrisce, si atrofizza, come le gambe di chi sta sempre seduto. E così diventa meno intelligente, anzi stupido, si consegna al Pensiero altro, alle formulette preconfezionate: pietismo, buonismo, pacifismo, imperialismo. Che poi è tutto conformismo, la ricetta della viltà. E in un cervello che non se ne rende conto puoi ficcarci dentro di tutto: dal credere, obbedire, combattere, a Gesù Cristo morto di raffreddore all'età di 80 anni. 
                           Troppi sputi sul Corano, sulla Bibbia, sul Capitale di Marx.
 Oriana Fallaci si dimostra assolutista, massifica tutto, tutto accomuna nell'insulto. Con ciò dimostra poco, vuole solo scaricare la sua rabbia ancora una volta. Il fatto del milione di copie vendute non significa molto dal punto di vista dei contenuto. Anche Patrick del Grande Fratello quando si ubriacava e vomitata alzava l’ascolto, l'auditel, l'indice di gradimento. Almeno quello non offendeva però. E qui forse la Fallaci, anche se non scusata, andrebbe capita: vita amorosa molto travagliata, ed un tumore che si porta dietro da anni. Anche questo forse limita la serenità interiore. Per chi leggerà questo libro buona lettura ed una iniezione di discernimento per non svendere la propria intelligenza.

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Albino Michelin
03.09.2004

IL PAPA IN SVIZZERA: SUCCESSORE DI PIETRO O DI PAOLO?

Si è detto e si è scritto in abbondanza che sabato e domenica 5 e 6 giungo 2004 la Svizzera cattolica ha conosciuto il più grande avvenimento storico: la venuta del Papa con un bagno di folla giovanile al Palaghiaccio di Berna ed una marea di partecipanti alla messa nella distesa erbosa dell'Almend. Ora ammainati i gonfaloni della festa si possono trarre alcune conclusioni provvisorie, scevre anche dall'emozione del momento sul tema: ”ruolo del papato nella bibbia, nella storia, nella società attuale”. Anzitutto il popolo svizzero è rimasto per la circostanza un po' freddino ed estraneo. All'aeroporto l'accoglienza al pontefice si è ridotta al lumicino, Il presidente della Confederazione Joseph Deiss, qualche accompagnatore, nessuna fanfara, nessuna scuola materna con suore e bimbi bianco vestiti da angioletti. Per le strade di Berna nessun striscione, nessun manifesto murale, né traccia di volantinaggio al benvenuto. Qualche timido segno lo ha dato solo un gruppo di 150 giovani con slogan e stendardi a contestare il fanatismo e dogmatismo papale. Senza nulla togliere all'interiore emozione dei partecipanti va ricordato che 70.000 persone alla messa rappresentano 1'1 % della popolazione, che la maggioranza delle bandiere che sventolavano al sole era di provenienza croata, polacca, albanese, portoghese, italiana. E resta ancora un interrogativo: la simpatia verso questo papa superstar, fuori classe, atleta-boy nasce dal feeling verso la persona, verso il personaggio, verso il simbolo rappresentato, verso il fascinoso, o verso il divo mediatico? Certo ideale fulgente sarebbe che tutto ciò fosse dato dalla sete di Dio nei giovani interpellati. Ma potremmo anche illuderci.
                                            Viaggi papali anche per ascoltare
In questo articolo interessa porre una domanda che forse TV e media non si son mai sognati: il Papa è venuto in Svizzera quale successore di Pietro o di Paolo? Per nulla peregrina perché comporta delle conseguenze concrete e stringenti sul piano pratico. In effetti, nel 1980 al suo primo viaggio ih terra d'Africa il nostro Pontefice dichiarò di voler essere anche un erede di Paolo, apostolo sempre in cammino. Quindi guardare, osservare, costatare, prendere in considerazione, ritenere. Per dirla con lo scrittore prete ticinese Alessandro Pronzato, qualcuno osserva a Papa Wojtyla una gestione troppo spettacolare dei suoi viaggi, poco propenso all'ascolto. L'opinione pubblica della chiesa risulta sovente trascurata. È vero che il Papa è assistito dallo Spirito Santo (come anche altri credenti attenti al suo soffio), però dallo Spirito Santo non è informato. L'informazione il Pontefice la riceve dal popolo di Dio in tutte le sue componenti e nella varietà delle sue espressioni, anche quelle rispettosamente critiche. Non venir filtrate e addomesticate dai rapporti diplomatici. Le voci dello Spirito di Dio talvolta possono salire anche dalla piazza e non sempre e solo scendere dai sacri palazzi. Così si comportava Paolo. Sapeva ascoltare e spesso adattare metodi alle circostanze locali, ovviamente salva la sostanza del messaggio evangelico. Se in una comunità le matrone prendevano eccessivo sopravvento proibiva "loro di aprire becco nelle assemblee". Ma dove tale pericolo non esisteva concedeva loro pure l'animazione e la direzione delle varie chiese. Le teologhe svizzere in confronto colf sarebbero.
Cattolici svizzeri dal complesso antiromano?
Quando si descrivono i cattolici svizzeri affetti da un complesso antiromano in parte ci si azzecca. ma forse non si devono ignorare  le cause di tale atteggiamento. Che, come faceva Paolo, andrebbero anche ascoltate, prese in considerazione e non solo moralizzate a sermoncino e penalizzate. Cioè la Svizzera è un popolo che vive la democrazia da 7 secoli, quindi è sì popolo lento, che vuole rendersi ragione di tutto, che non vuole vedersi calare dall'alto dogmi indiscutibili, e quindi guai a schiaffargli interventi papali dietro la schiena. Non che per lui Dio, le verità di fede e della morale vadano sottoposti alla democrazia del numero, ma i metodi per arrivarci si. Il 23 aprile 2004 è uscita l'istruzione vaticana contro gli abusi nella messa "I laici non possono leggere il vangelo, fare la predica, distribuire la comunione in presenza del prete". Una quarantina di divieti. Il fatto si è che gli operatori pastorali di qui e d’Europa non sono un mondo supino come il clero italiano. Si sono riuniti, ne hanno discusso e i vari decani hanno emanato una circolare in cui raccomandano a tutti di continuare nell'impegno pastorale di prima, con relativa modalità per dare a tutti un messaggio evangelico adeguato. Si domanda: è la· chiesa zurighese scismatica? Questo intervento rinvia a tutta quella vasta azione ecclesiale di oltre 10 anni or sono in cui i cattolici di questa diocesi hanno indotto le congregazioni romane a trasferire il vescovo Haas in quanto non si era sufficientemente rispettata la consultazione di base del popolo di Dio. Questa non è turbolenza ma volontà di partecipazione nella chiesa. Sempre in questo contesto si colloca la lettera aperta, sottoscritta da 41 docenti universitari, preti, assistenti pastorali, nel giorno stesso del 84.mo compleanno del Papa divulgata al pubblico e richiedente le dimissioni del Papa stesso per superati limiti di età. In essa non si tratta tanto di un giudizio sulla persona, ma sul ruolo che, causa malferma salute, non potrebbe più venire esercitato. La si contestò per rischi di manipolazione dell'entourage con erosione della autorità papale stessa. Argomento poi dibattuto anche alla TV di lingua tedesca con dovizia di opinioni martedì 25 maggio. La coincidenza è stata inopportuna, si doveva evitarla, ma evidenzia l'importanza dell'argomento. Che Radio Vaticana abbia minimizzato il fatto sostenendo che 41 "bastian contrari" nulla sono di fronte a 70.000 credenti non deve negare l'opportunità di stare pure in ascolto delle minoranze. Che se qualcuno le definisce provocazioni di cattivo gusto altri le preferiscono al servilismo di peggior gusto. Questo è lo spirito della democrazia elvetica. Come l'altro dei diritti della donna. In cui non si tratta tanto del solito sacerdozio femminile, ma di una realtà più profonda. In effetti la docente universitaria Denise Buser invitò l'attuale pontefice a chiedersi come mai 170 Stati firmarono la Convenzione Onu 1979 sull'abolizione discriminazione fra le donne, mentre il Vaticano deve ancora sottoscrivere. Perché non porsi anche qui in stato d'ascolto?  Da ultimo il rapporto con i protestanti. In svizzera sono un 40% e oltre. Forse una celebrazione un po' più ecumenica alla domenica 6 giugno come da loro richiesta non sarebbe stata inopportuna. Ma il sentirsi ripetere che l'unica vera chiesa è quella cattolica mentre le altre sono solo comunità (o chiesuole) li ha decisi a disertare. Anzi S. Lutz della Federazione Protestante di Berna ha usato espressamente la parola "boicottaggio". Difficile ricucire lo strappo durante questo papato.
                                             Missionari sì, bandane no
Nel settembre scorso alcuni si erano permessi di proporre ai Missionari italiani in Svizzera a preparare questo evento anche invitando tutte le missioni e consigli pastorali ad organizzare pubblici incontri di riflessione sul ruolo del papato oggi. Un po' di cultura biblica e storica in materia non guasta, anzi aiuta a rendersi ragione della nostra fede. Silenzio tombale fino ad un mese prima allorché riceviamo una circolare in cui si raccomanda vivamente di acquistare bandane, foulard e quanto altro per il folklore papale. Allegato un vaglia di Fr.100 per contributo spese. Sembrava di ritornare indietro di 5 secoli quando si commerciavano santini e indulgenze per le costruzione della Basilica di S. Pietro. Non si vorrebbe che Papa Wojtyla si fosse portato a Roma solo questo ricordo dalla Svizzera, sarebbe una Svizzera fittizia. A tutti coloro però che spiritualmente sono grati a Giovanni Paolo Il per la sua visita un augurio di portare avanti i problemi sollevati e da risolvere con la collaborazione di tutti.

Autore:
Albino Michelin
18.06.2004

POLITICA GRADITA NELLE CHIESE, PROIBITA NELLE MOSCHEE

Sollevare in Italia il discorso Chiesa-Politica è toccare un nervo scoperto. In effetti tanti reagiscono con forme di chiara protesta allorché sentono nelle chiese parlare di Politica. C'è stato un periodo, anni 70-90, in cui il partito della DC costituiva una cinghia di trasmissione in materia, un laicato cattolico specie con Andreotti che riusciva a prendersi una certa autonomia, vero soggetto politico, che non permetteva alla gerarchia intromissioni dirette. Ma una volta sparita la DC e convogliatasi in tante piccole frazioni, la chiesa è rientrata, autorizzandosi a ridiventare essa stessa nuovo soggetto politico e a trattare la politica italiana spesso e volentieri in prima persona. È talmente invasiva anche nei media che tutti i nostri politici da Bertinotti a Fini si sentono in dovere persino di tirare per la giacca il Papa, citandolo ad ogni piè sospinto, per arruolare clienti al proprio partito, convinti, come sono, che stare oggi in idillio con la chiesa gerarchica porta bene. Di qui niente di meglio per quest'ultima, ritornata come subito dopo guerra a servirsi anche dei luoghi di culto per far politica. Indubbiamente per una certa politica, a senso unico. Molti ricordano ancora i sermoni di fuoco pronunciati dai pulpiti contro i comunisti, la scomunica, l'interdetto ai sacramenti e alla benedizione delle case, nonché al funerale religioso. Non sappiamo che fine hanno fatto quelle grida poste in atto da Pio XII. Ovviamente all'avvento di Papa Giovanni (1958-63) saranno cadute in prescrizione. Intanto però l'Italia cattolica si era spaccata in due, in uno scontro frontale. Facciamo un salto storico in avanti per costatare che la musica torna al liscio di Romagna. Oggi la Chiesa italiana nelle sue istituzioni e leve di comando è tornata ancora a parlare di politica nelle chiese, oltre che a pilotarla al di fuori di esse. Ripeto, però a senso unico. Là dove molti, senza tanti peli sulla lingua, la ritengono filogovernativa, filooccidentale, filoamericana. Registro le situazioni, lasciando ad altri a verificarne l'assetto. Cito alcuni casi visti da destra e da sinistra, cosi non parteggiamo per nessun schieramento partitico.
                                                          Interventi di destra
Domenica 9 maggio, festa patronale di S. Nicola da Bari, il sindaco uscente di quella città Simeone Di Cagno Abbrescia, fascia tricolore al petto, durante la messa in cattedrale, sale all'ambone, elenca tutte le opere buone compiute dalla sua amministrazione, dalle fognature al lampioni della luce con straripamenti di chiaro carattere propagandistico Forza Italia. Alla faccia di tutti i divieti papali nell'istruzione ' Redemptionis Sacramentum' del 23.4.04. Che questo intervento non fosse un infortunio ma un vero comizio elettorale lo dimostra il volantinaggio a tappeto eseguito contemporaneamente al di fuori della chiesa con tanto di santini recanti la foto dell'Abbrescia, candidato questa volta al parlamento europeo. Le gerarchie? Non so se compiacenti, certo mute come un pesce di fronte a nuova alleanza trono - altare di Pio IX memoria. Altro caso. Il 15 aprile a Venezia viene inaugurata la sede di Forza Italia con tanto di benedizione religiosa impartita da Monsignore, come investitura ufficiale a Cesare Campa, probabile prossimo sindaco della città lagunare.  Il prete operaio G. Manziga inoltra contestazione: la chiesa non deve manifestare attraverso gesti di fede le sue preferenze di partito, le sue simpatie politiche. Gli organizzatori lo mandano a quel paese con l'etichetta di comunista taroccato. A convalida dei due casi aggiungiamo anche quello dei funerali dei nostri morti a Nassiriya, ormai alla noia per la sua ripetitività. Nell'omelia il Cardinal Ruini pronunciò il 18.11.03: "non fuggiremo di fronte ai terroristi assassini, anzi li fronteggeremo”. Fortuna che non gli è sfuggito di bocca in mondovisione anche se l'aveva nel cuore: "Dio benedica l'America". Non mi si consideri di qui un ingenuo pacifista. Solo si costata che cerimonie religiose e luoghi di culto ritornano di nuovo a servire per una politica a senso unico.
                                                         Interventi di sinistra
 A metà aprile 2004 il giovane parroco di Forcella Napoli, anni 32, Luigi Media celebra i funerali della quattordicenne Annalisa Durante, uccisa per caso in una sparatoria fra bande camorriste rivali. Nell'omelia esorta il quartiere a difendere la giustizia contro ogni sopruso, a scrollarsi di dosso il giogo della violenza per ricuperare la propria libertà. Il Cardinale di Napoli, Michele Giordano, già alla ribalta e chiacchierato anni or sono per dubbie parentele con potentati bancari locali, memore del messaggio dell'attuale nostro ministro in materia (laggiù con la mafia-camorra bisogna convivere) richiama il parroco ricordandogli che compito del prete è quello di formare i giovani, le famiglie, le coscienze, non di fare il poliziotto. E che la camorra va combattuta nella distinzione dei ruoli, non nell'invadenza delle competenze altrui. Cioè gli ha ricordato che in chiesa non si fa "quella" politica. E per penitenza lo mandò una settimana in montagna a fare gli esercizi spirituali. Ultimo caso del settore. Tutti conosciamo il Crac Parmalat. Orbene la domenica 15 febbraio don Luigi Scaccaglia, parroco della chiesa di S. Cristina di Parma, fa una riflessione durante la messa su questo tenore "la famiglia Tanzi fu molto prodiga con le sue offerte e donazioni in favore dei luoghi di culto, ma oggi si parla di quattrini rubati. Dobbiamo cambiare rotta e noi uomini di chiesa trovare il modo di restituirli". Si vide addosso i fulmini di buona parte del clero perché si era permesso di fare nella messa "Politica eversiva". Siamo arrivati a queste mistificazioni: chi in Italia fa in chiesa una denuncia sociale viene considerato di sinistra, comunista, manipola il sacro a scopo di partito. Questo discorso poi si aggancia e si amplia sul recente divieto ecclesiastico di prestare locali delle parrocchie agli islamici per le loro riunioni e preghiere perché li trasformerebbero in moschee e cellule politiche. Che in alcuni casi ciò sia verificabile, quindi da porre sotto controllo, d'accordo, ma generalizzare è offensivo e partigianeria. Non dimentichiamo che anche le chiese polacche, Carol Wojtyla Cardinale di Cracovia compiacente, erano autentiche moschee. Non in senso deteriore, in effetti nulla a che fare con covi armati ma senz'altro laboratori di strategia politica contro il comunismo sovietico. Un po' di chiarezza non nuoce. Noi cristiani non dobbiamo usare sempre il metodo dei due pesi e due misure: credibilità esigesi! Certo nell'Italia attuale la tentazione di svendersi per un piatto di lenticchie è molto sottile. In effetti avendo la chiesa ottenuto da questo Governo privilegi indubbi, come la sovvenzione alle sue scuole private, il riconoscimento degli insegnanti di religione equiparandoli a quelli di ruolo e quindi spiazzando in parte questi ultimi, si vede costretta ad ossequiare l'attuale politica governativa rinunciando ad essere voce evangelica, critica e profetica. In un certo senso per paradosso ritorna a diventare la chiesa del silenzio. 

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Albino Michelin
11.06.2004 

FEDE OGGI: CONVERTIRSI ALLA GIOIA

È questo uno di quegli argomenti che aprono un po' il cuore all'ottimismo. Spesso qualcuno si chiede il perché di un cristianesimo a volte così pessimista, il perché di una chiesa cattolica così spesso solo poliziotta e guardiana di precetti e divieti, di un apparato clericale che esercita il suo potere con il giudicare e condannare. Ha un bel parlare Gesù di Vangelo come lieto annuncio e gli angeli di Betlemme un bel cantare "pace in terra".  Fra i tanti aspetti che coinvolgono questo messaggio preferisco soffermarmi soltanto su uno: colpa, colpevolizzazione, confessione. In pratica sulla confessione privata sottoposta al prete. Lutero già al suo tempo sosteneva che questa prassi può diventare una tortura della coscienza anziché una sua terapia. Vivere in mezzo alla gente e lasciarla parlare diventa un osservatorio privilegiato e sperimentale in materia. Molti lamentano il fatto che quando vanno in chiesa si sentono subito allontanati con quel ripetuto invito a riflettere sui propri peccati, a chiedere perdono a Dio e ai fratelli, a battersi il petto. Insomma nessun senso dell'autostima, tutto nero, totale svalutazione dell'essere umano. Altro che gioia, è una sensazione di gelo. Poco tempo fa un contadino che non frequentava assiduamente la messa sentì apostrofarsi dal suo prete: "la tua anima è più sporca della gerla del letame che porti sulle spalle" con l'ingiunzione di andarsi a confessare al più presto. Recentemente un ex emigrato, residente in Abruzzo, mi diceva che il giorno peggiore, o fra i peggiori della sua vita era stato quello della prima comunione, perché non aveva avuto il coraggio all'età di nove anni di confessare un peccato al prete. E nella foto di quella festa appare ancora oggi cupo ed emaciato a perenne memoria del grande giorno. Ma da allora un addio definitivo ai preti e ai loro confessionali. Indubbiamente l'educazione al senso di colpa è sempre pedagogico e salutare per ciascun uomo in via di sviluppo e in età matura. Sbaglia e si fa del male colui che sostiene essere oggi tutto lecito e che niente è peccato. Ma il senso morboso di colpa, come spesso inculcato da certa chiesa, conduce solo a brutte nevrosi o a totale abbandono della prassi penitenziale.
                              Confessione privata: pagare dazio, una umiliazione.
E qui vale la pena essere chiari: nulla oggi è posto tanto in discussione come la confessione privata. In un mondo in cui patrizi e plebei sentono il bisogno dr confessarsi pubblicamente in Tv, nelle parrocchie invece si riscontra un calo, una diserzione, tutt’al più un formalismo. E non è che l'emorragia si ristagna ingiungendo ai preti tramite circolari dall'alto di mettersi a disposizione dei penitenti (quali?), di ricuperare questo sacramento perché esso va rivisto, riletto, rifuso alla base. Ma molti preti si guardano bene dal sollecitare tale rifondazione: sembra di perdere tutto Il loro potere. Però le dispute e divergenze fra il clero stesso sono enormi: basta aprire gli occhi in ogni nostra parrocchia svizzera. Ma ovunque teoria e prassi, interpretazioni storiche e tradizioni devozionali si mescolano e si confondono in un autentico ginepraio. C'è chi ti viene a dire: "la sera prima del matrimonio il parroco del mio paese ha obbligato me e il fidanzato a confessarci privatamente. Ho detto quello che ho voluto, tanto dovevo pagare dazio ma che ho fatto l'amore prima del matrimonio non gliel’ho detto.” (Eh, no figliolo, questa reticenza è sacrilegio ti potrebbero rispondere). C'è invece chi all'inizio della messa nuziale invita sposi novelli e comunità ad un esame di coscienza e poi impartisce la dichiarazione di assoluzione comune. C'è chi fra i preti consiglia di utilizzare la messa domenicale con relative preghiere come valida confessione sacramentale, e chi invece durante la messa ti invita una serie di frati confessori nell'apposito abitacolo per impartire l'assoluzione a scopo comunione, squalificando così la serietà della messa, e affibbiandoci accanto un doppione di indebita concorrenza. Ci sono pastori d'anime che obbligano la gente a confessarsi una volta l'anno, oppure ogni tre mesi, oppure per ottenere la remissione dal peccato mortale, salvo poi a non essere d'accordo sul significato dello stesso. C'è in effetti chi lo ravvisa nell'ammazzare una persona, e chi nel tralasciare la messa festiva. Fra i cristiani c'è chi va alla confessione frequente per recitare il menù dei peccati e continuare poi bellamente nella vita a ripeterli e chi ci va per sentirsi umile ed umiliato, perché solo così si sente cristiano. Che rispondere? Che anzitutto è importante confessarsi a Dio. Non è una burla, né scappatoia di comodo. Solo Dio può rimettere peccati (Luca 5,21). Sì, perché la confessione è prima di tutto dire onestamente a se stessi e riconoscere davanti a Dio che le cose dentro di noi non vanno molto bene e bisogna darsi una mossa. Questo processo si chiama conversione. Ma poiché noi siamo anche persone di relazione dovremmo esprimere tale conversione interiore con un gesto esteriore impegnato e sincero, si chiama sacramento. Ora se compio una carognata col mio prossimo non ha senso dirlo al prete in confessionale, ma è doveroso riappacificarmi con una scusa od un saluto presso l'offeso. Questo gesto esteriore, frutto di convinzione interiore è già sacramento. Ampliamo il discorso? Il proprietario di Parmalat, dopo il Crac con truffe e truffati, non ha senso vada a prendersi il suo confessore in privacy e gli racconti la bancarotta, ma deve chiedere scusa e restituire ai risparmiatori, ai nuovi poveri. Solo questo è sacramento attraverso cui riceverà il perdono di Dio. In tal senso vale e bisogna ritornare a quanto si dice in materia nel Nuovo Testamento e nei Vangeli. “Confessatevi a vicenda i vostri peccati” (Giacomo 5,16), oppure l'altra espressione di Gesù che sta a fondamento legittimo della cosiddetta confessione comunitaria attuale: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome là ci sono io" (Matteo 20,20)
                                   Confessione privata, data di fondazione 1215
Molti ripetono come dei robot il brano di Giovanni (20,22) manipolandolo e clericalizzandolo. Gesù dice ai discepoli (quindi non solo agli apostoli, ma a tutti i componenti) della sua comunità credente: "pace a voi, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti". Accanto alla modalità di confessione all'apostolo, e quindi al prete di oggi (Matteo 16,19) Gesù ne sottolinea un'altra, forse la principale, fatta ai laici ed espressa in comunità. Spostare l'accento di questo passo di Giovanni or citato sulla remissione dei peccati e fondare su di esso il sacramento della Penitenza (o confessione privata), come istituito da Gesù Cristo non è corretto. Storicamente nel primo millennio la confessione privata veniva effettuata anche ai singoli laici e ai monaci, poi nel 1215 Papa Innocenzo la rese obbligatoria, auricolare, solo al prete, una volta l'anno. E nel 1560 il Concilio di Trento vi aggiunse il precetto di rivelare al prete ogni peccato mortale, numero, quantità e specie sotto pena di sacrilegio. Tutto questo discorso per sottolineare non tanto che la confessione non esiste più, ma che va riproposta con diversi modelli, e non solo con quello privato. Ma anche in tal caso essa va rifondata non tanto come obbligo, ma come un bisogno per l'uomo. Solo così questa componente della fede sarà un convertirsi alla gioia.

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Albino Michelin
07.05.2004

LE INQUIETUDINI MORALI DEL NOSTRO TEMPO

Oggi anziché di morale si preferisce parlare di moralizzazione. Si evita la parola "morale" allorquando va riferita a se stessi. In effetti, ciascuno di noi se la cava dicendo "io ho la mia morale, la mia coscienza, i miei principi e so come comportarmi. Non amo ingerenze". Si preferisce invece riferirsi alla moralizzazione, in quanto non tocca me ma gli altri. Per questo invochiamo la moralizzazione della politica, degli affari, del calcio, della globalizzazione, del mercato, della pedofilia e quant'altro mai. Un tempo la morale o il senso morale veniva passato ai figli e alle nuove generazioni mediante le tre categorie classiche di potere: la famiglia, la chiesa lo stato. Questi trasmettevano dei precetti attorno ai quali si creava un'etica civile, cioè di costume, una serie di comportamenti, la cui accettazione diventava ovvia. Nessuno reagiva, e chi apriva bocca veniva sistemato e all'occorrenza anche mandato al rogo, vedi gli eretici. Oggi invece l'autorità, la fonte morale del bene e del male è passata da queste categorie al singolo individuo, all'io. Ognuno di noi è agenzia morale per se stesso, autoreferenziale selfservice, fai da te. Nessun riferimento più ad altre componenti sociali o religiose, Sono io che decido ciò che è bene o male, ciò che è giusto o ingiusto ciò che è da farsi o meno. Il soggetto, portatore di diritto, che va rispettato per le opzioni scelte sono io, piacciano o non piacciano agli altri. lo sono il soggetto libero, il mio giudizio è sovrano e non ammette turbative di sorta da parte del super io, cioè della famiglia, della Chiesa, della società. Si scopre poi ad un primo esame superficiale che questo giudizio sovrano è molto poco libero, anzi è succube e smaccatamente schiavo di un conformismo acritico, dell'occhio sociale, del fan tutti cosi. Giudizio privo di convinzioni interiori, riflettute, maturate, soltanto frutto acerbo di convenzioni alla moda. Se poi ci si analizza in profondità si trova che questo "io, principio morale" s'identifica con il proprio desiderio, con l'erba voglio, quella che un tempo esisteva solo nel giardino del re. Cioè è morale, giusto, sacrosanto tutto ciò che io desidero. Il mio desiderio diventa un diritto dovuto alla mia dignità. Cartesio qualche secolo fa diceva: "penso, quindi esisto". Oggi l'uomo moderno grida: "desidero, voglio perciò esisto". Di qui nasce tutto un circolo vizioso: desiderio-tecnologia-prodotto, consumo-desiderio, e avanti all'infinito. Il ragazzino desidera il telefonino, la tecnologia glielo produce, il piccolo utente lo consuma, si stanca. Rinasce il desiderio del videofono e avanti nella spirale. Inoltre non ci si accorge che questa mentalità nasconde interpretazioni e decisioni pratiche radicalmente diverse: in effetti, che significa dignità? Ogni mio desiderio deve essere soddisfatto in nome della mia dignità? Una persona oggi è degna perché e bella, giovane, sa parlare, è siliconata, liftata, ha memoria, ha soldi, carisma, fa carriera? Allora non ha dignità e diritto chi fra di noi è anziano, brutto, rugoso in fronte, chi ha perso la memoria, con il morbo di Alzheimer, il disabile? Ha fatto impressione qualche tempo fa un caso accaduto in Francia allorché un figlio handicappato ha citato in tribunale i genitori per averlo messo al mondo in quel modo.
                                                    Diritti propri e diritti altrui.
 Qui gli esempi si moltiplicano. Se morale è tutto ciò che coincide con il desiderio di ciascuno come la mettiamo con l'educazione dei figli? Un genitore che si permette una sculacciata al bambino perché combina un sacco di pasticci potrebbe essere dal pargoletto denunciato per lesione ai diritti del fanciullo. D'altra parte il padre non potrebbe invocare il diritto all'educazione del minore? Altro esempio: io donna single desidero un figlio. Diritto sacrosanto. Poiché non voglio maschi tra i piedi, mi vado a cercare uno di avventura che me lo faccia e poi lo licenzio. Domanda: ma non ha pure il bambino di diritto ad un padre, a delle relazioni affettive normali con un'autorità paterna? E' il bimbo solo fufi, cagnolino di mamma? Altro caso: io signora x mi trovo incinta, per motivi personali non voglio un figlio, desidero abortire. Il mio desiderio è l'unico giudizio morale. Quindi abortisco, è un mio diritto, sono io responsabile della mia pancia. Domanda: non esiste per caso anche il diritto del marito, del compagno, del convivente, ecc.? Non esiste anche il diritto del bambino, cioè dell'altro non voluto e rimasto indifeso? Certo il bambino è nella tua pancia, ma non è più la tua pancia! Esempio sull'economia: io soggetto libero desidero ottenere il massimo profitto dalla mia azienda. Quindi il mio desiderio è un diritto e va rispettato. Di conseguenza lavoro in nero, non fatturo la produzione, addomestico i bilanci. Domanda: non esiste anche il diritto altrui a non venir danneggiato dalle tue evasioni fiscali? Gli esempi si potrebbero moltiplicare all'infinito sino ad includere il desiderio-diritto di una civiltà ad armarsi, di inventare guerre per armarsi, sino a creare un mondo invivibile. Qui purtroppo risiede l'inquietudine morale del nostro tempo: ognuno è principio morale di per se stesso, alla società ci si rivolge solo per proteggere i supposti propri diritti. Per cui tutti pensando e comportandoci così abbiamo una rissa di querelanti, con codazzo di giudici e di avvocati, con dovizia di tribunali. E questa è diventata la convivenza umana: il risultato di aver posto l'io, il soggetto come unica fonte di moralità, principio di dignità.
                                                     Possibili vie d’uscita
Forse non sarebbe male ribadire un principio: il desiderio proprio è sacrosanto, il diritto proprio ancor di più. Però va rispettata anche la verità dell'uomo in tutte le sue dimensioni, che sono orizzontali e di relazione con gli altri, che sono anche trascendenti di relazione con Dio. Ma non voliamo troppo in alto su nel cielo, restiamo sulla terra. Cioè la morale, che un mio comportamento sia giusto o sbagliato, che un mio desiderio sia legittimo o meno dipende anche dagli altri. La moralità di un'azione è frutto anche di una solidarietà costruttiva con la realtà umana che mi sta attorno. In effetti, io non mi appartengo, o non appartengo solo a me stesso, ma anche agli altri. Lo dimostra il fatto che io degli altri ho pure bisogno. Del panettiere, del barbiere, del dottore, dell'agricoltore, del banchiere, ecc. Nella problematica in questione entrano in conto quindi il confronto con la storia, le tradizioni, le motivazioni, i fondamenti esistenziali, il contributo delle varie religioni, il messaggio dei vari fondatori delle stesse. Superare gli steccati e i recinti dell'erba voglio, andare oltre. In questo senso oggi le chiese in quanto comunità di fede e di retto comportamento possono giocare un ruolo importante. Ricordando però che nulla è più controproducente delle imposizioni esteriori e pianificatrici. E per noi cattolici proporre il vangelo con i suoi messaggi come realtà desiderabile, come un bisogno per l'uomo e benefico a tutti i suoi livelli. Sottolineando che ogni gioco, anche quello di briscola, ha le sue regole. Le regole sono essenziali al singolo e alla collettività. Come dice il grande striscione autostradale, passata la frontiera svizzera verso Milano, di benvenuto in Italia: “rispetta le regole, ama la vita". 

Autore:
Albino Michelin
02.04.2004

domenica 13 dicembre 2015

HA SENSO PARLARE ANCORA DI FAMIGLIA?

Sabato 20 marzo 2004 ha avuto luogo allo Stadtheater di Olten il Convegno nazionale Acli sul tema in collaborazione con la Delegazione nazionale missioni cattoliche italiane. Partecipanti del Movimento in numero mediamente discreto. Primo responsabile dell'incontro il dott. Luigi Zanolli, presidente nazionale Svizzera, e fra gli altri la signora Emilia Margelisch-Sena, presidente Acli Svizzera Centro Orientale. Inoltre un pullman con rappresentanza ticinese. Tutti gli argomenti furono di indubbio interesse. Quello della dott.ssa Lepori che ha analizzato il tipo di aiuto di cui la famiglia oggi necessita, quello del dottor Giovanni Longu. Nell'insieme fu tratteggiata anche la tipologia della famiglia di oggi: tradizionale, quella dei separati, divorziati, conviventi, quella del week- end, quella degli omosessuali, ecc. Su quest'ultima contraria si è espressa la signora Margelisch poiché solo nella coppia naturale è garantita una sana relazione padre-madre-figli. Spazio fu poi dato anche alla testimonianza di tre coppie: Bruno e Vanna rispettivamente di anni 82 e 80, con oltre mezzo secolo di vita matrimoniale alle spalle. Ammirazione perché erba rara al nostro tempo, ma fortunatamente più presente di quanto la pubblicità non dica. Quindi una coppia mista, Peter svizzero e Maria Grazia italiana a dimostrare come anche le due civiltà diverse possano costruire un ménage felice. Fu il turno quindi di una coppia divorziata, lui risposato, lei nubile. Gino legato da un precedente matrimonio, padre di due bambini passato a seconde nozze con Tina, da cui un terzo figlio. Tutti e tre questi figli si sentono ugualmente accettati ed amati e soprattutto i primi due hanno ricuperato una famiglia precedentemente (si fa per dire) carente. Entrambi i nuovi coniugi religiosi praticanti, lei appartenente ad un movimento di spiritualità, attivi nelle iniziative di missione. Ma nella nostra società esistono altri due tipi di famiglia verso cui la chiesa potrebbe chinarsi con più attenzione.
                                                       Le famiglie di sventura
Sono quelle dei preti sposati e di coloro che pur esercitando il ministero tengono rapporti affettivi con una donna. Va detto per la cronaca che l'associazione Zoefra (Zoelibat Frauen, donne per un libero celibato dei preti) tramite la signora Friedli (vedi mio articolo su Rinascita 6.6.03) ha pubblicato un rapporto in cui oltre 300 risultano in Svizzera i casi di sacerdoti in questa situazione, in pratica uno su due. In Italia esiste anche una consistente associazione chiamata Vocativo (vocazione) costituita da famiglie in cui il marito-padre è un ex sacerdote. Vivono cristianamente la loro fede e si battono per una legittimazione della loro scelta. Positiva risonanza ha lasciato Papa Wojtyla, in occasione della visita al Parlamento italiano (14.11 .02) quando implorò indulto, che poi divenne indultino, per i detenuti italiani micro o macrocriminali non importa, ma responsabili di azioni illegali. Ma grati saremmo un giorno alle supreme autorità allorché non un indultino in casa altrui, ma pieno riconoscimento in casa nostra si desse alle famiglie di questi ex preti, anche riaffidando loro l'esercizio della professione. Ho presente a tutt'oggi i casi di due sacerdoti sulla trentina o poco oltre che vorrebbero sposarsi pure uscendo coerentemente dall'esercizio del ministero, ma la gerarchia romana non concede loro licenza. Se ne riparla dopo i quarant'anni, con probabilità di domanda respinta.  
                                             Le famiglie di rifondazione coniugale 
Il secondo tipo di famiglia che io chiamerei "di frustrazione" viene qui, dietro correttivo di alcuni, ridefinita di rifondazione. Sarebbero le coppie passate a seconde nozze dopo un precedente primo matrimonio di chiesa. Anche Gino e Tina non si sentono frustrati ma rifondati, ricreati. Orbene per queste coppie non c'è pietà, non c'è misericordia. Niente comunione, padrinato, madrinato ecc. Ostracismo più assoluto. La chiesa con le sue relative liturgie, a mio avviso, non va considerata come un Grand Hotel, con saloni di splendore, gente fastosa e festosa, look Hollywood, ma andrebbe considerata come una "Sanitas", una casa di accoglienza, un ospedale da campo, un pronto soccorso in cui trovano il primo posto gli incidentati di percorso, i malati, cronici, i candidati alla morte. Non ha molto senso continuare a parlare dì pastorale della famiglia facendo della retorica sul casto coniugio, sull'amore trinitario ecc. Queste famiglie rifondate vanno meglio accompagnate e supportate. Qui non mi sono mancate esperienze. Da anni diverse coppie divorziate provenienti da altri territori di missione si rivolgono al sottoscritto per un rito di accoglienza nella chiesa in occasione di una rifondazione familiare. Conosco abbastanza bene la distinzione fra tale gesto e il matrimonio ecclesiastico, che rimane irrepetibile (almeno stante alla legge vigente). Indubbiamente venivo incontro ai richiedenti, premesso un verace colloquio, non si trattasse di palco, di teatro, di convenienza, di pressione da parte dell'occhio sociale. Ciò costatato, ero preso dal forte sentimento di solidarietà, che cioè Dio non si può proibire e negare a nessuno. E che in una società non più massificata e cristiana, non va sprecata nemmeno una fiammella di fede. Tanto meno spenta. Amici sacerdoti mi hanno chiacchierato come trasgressivo, che simula e falsifica i sacramenti, che confonde la buona gente. Ovviamente con la seconda intenzione di deferirmi all'autorità superiore e porre freno all’abuso. Ad evitare tali lungaggini ho preferito inviare tutte queste coppie a sacerdoti svizzeri, che fanno riti di accoglienza in stato interiore meno ansioso del mio. Ma non si può eludere la domanda: conoscono queste situazioni i preti italiani? Si può accettare che nello stesso paese a volte piccolino il sacerdote italiano neghi la comunione ai divorziati, risposati, conviventi e il confinante porta a porta prete svizzero invece sia di tutt'altro vangelo? Collaborazione e integrazione pastorale significa anche capirsi e accordarsi sulle scelte di fondo. Dovremmo prendere maggiormente atto di queste emorragie del nostro tessuto sociale, di famiglie che vanno altrove, che prendono la strada del nomadismo religioso perché in loco all'italiana considerate bastardine. Anche quest'aspetto, come il primo da me citato, potrebbero costituire un pacchetto di richieste, che composte con altre urgenti, potrebbero venire sottoposte al papa Wojtyla nel suo prossimo viaggio a Berna il 6 giugno 2004.  Che tutto non finisca in suono di fanfare, in melodie jodler, in cioccolata multinazionale Nestlé. Grazie a Dio con movimenti svizzeri stiamo lavorando in questo senso. Non cellule di Al Quaeda, ma gruppi di fermento a matrice Vangelo. Anche le Acli è giusto che vengono di ciò informate.
                                                  Reazioni a queste proposte
 Di consenso le ripercussioni provenienti dall'assemblea: un buon correttivo è venuto dalla coppia Gino­ Tina che sottolineò la fortuna di trovarsi in una missione in cui il sacerdote fa crescere queste coppie: la chiesa rischia di perdere sempre più famiglie. Soprattutto a causa delle differenze e contraddizioni palesi e pubbliche offerte dal clero in materia. E la signora Cinzia (residente in Ticino), ribatte il chiodo:” sono praticante, mi confesso per fare la comunione, vado a Lourdes, sono quarantenne, prego il signore di poter incontrare un altro uomo che faccia da padre affettuoso alla mia bambina, sono divorziata. Qualche prete mi dà l'assoluzione, qualche altro me la nega. Talvolta trovo chi mi colpevolizza in modo cosi arrogante che mi sento non tanto frustrata, ma addirittura una 'donna sporca'. Ma io faccio la comunione lo stesso perché penso che anche il Signore è felice della mia e della nostra felicità. Però mi stupisce che per tutti ci sia perdono, mafiosi, camorristi, criminali, pedofili, bancarottieri.  Per noi divorziati no". A questa testimonianza si aggiunge subito dopo quella di alcuni del pullman del Ticino: "Grazie, Signore. Lei ha toccato giusto. In un paese il nostro parroco dopo la messa invita i divorziati a fare la comunione separatamente in sagrestia o nella cappella accanto. Bella anche questa, penso. La messa che diventa da riunione fraterna a luogo di discriminazione fra pecore e capre, i buoni alla destra e i cattivi alla sinistra. Se guardiamo la realtà dal punto di vista nostro di missionari la situazione è drammatica, la gente invece giudica il tutto un teatro ridolini e si fa la sua strada. L'insieme del dibattimento è caduto a pennello, tant'è vero che il dott. Zanolli, pure definitosi pubblicamente uno di quelli (cioè un divorziato) ha proposto un Convegno per il prossimo anno sul tema: "Amore senza famiglia o famiglia senza amore?" con esplicito voto che si abbia un'idea precisa e comune sulla pastorale dei divorziati e risposati. Ottima idea, c’è da augurarsi che si premetta in questo lasso di tempo un'ampia inchiesta sulla situazione del nostro argomento in questione. È così che grazie al Convegno Acli 2004 si potrà garantire un servizio più globale alla famiglia emigrata in situazione di imprevista e imprevedibile evoluzione. 

Autore:
Albino Michelin
26.03.2004