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giovedì 11 febbraio 2016

QUANTI I POPOLI DISTRUTTI DALL’EUROPA CRISTIANA? UNA RECENSIONE.

Novembre è in Svizzera il mese dedicato alla "Festa dei popoli" sorta già ormai da un trentennio ad opera del mondo cattolico allo scopo di sensibilizzare le diverse etnie alla convivenza. Iniziativa diffusasi poi pure in Italia ed altrove. L'occasione ci porta a rispondere ad una domanda spesso ricorrente: ma l'Europa che continua a sbandierare le proprie radici cristiane come ha contribuito al progresso dei popoli? O non li ha piuttosto sfruttati? Partiamo dal 1500 e veniamo avanti. America Centrale e Meridionale: allorché Cristoforo Colombo arrivò nella Bahama la popolazione indigena del nuovo Mondo contava 50 milioni di abitanti. Un secolo dopo meno di 20 milioni. Messico: in trent'anni da 10 milioni si calò ad un milione. Distrutte le civiltà degli Aztechi. Perù: da 8 milioni ad un milione, perché gli Indios sotto gli spagnoli si rifiutarono di procreare. Distrutta la civiltà degli Incas. Antille: scomparsi 2 milioni in vent'anni. Amazzonia: indigeni sterminati ancora oggi. Argentina: l'ultimo indio della Patagonia è morto nel 1996. L’Europa cristiana è stata assai poco umana nei confronti di quei popoli. Africa: nel 1500 è iniziata la tratta dei negri per ripopolare le Americhe distrutte dalle conquiste spagnole e portoghesi e per garantire le piantagioni. Una deportazione violenta aggirantesi sui 10-15 milioni di esseri umani. La traversata atlantica durava più di un mese, con una mortalità del 50%. Su due persone una moriva per strada. In 300 anni 50 milioni di vittime L'odierna miseria africana, l'arretratezza, le guerre senza fine affondano le radici in quell'olocausto, cui sono seguite le dominazioni coloniali, saccheggi, lavori forzati, devastazioni ecologiche. Congo: nella seconda metà del 1800 divenne una colonia belga. Al tempo la popolazione arrivava a 10 milioni di abitanti. Dopo 30 anni sopravvissero meno della metà. La polizia belga tagliava le mani agli africani che non riuscivano a consegnare la quantità di caucciù imposta. Anche in questo continente l'Europa cristiana si comportò più selvaggia dei selvaggi. Asia: le cose non andarono meglio. Culla di antiche civiltà distrutte dai colonialismi europei. India: favolosa nel 1600, ridotta alla miseria dagli inglesi. Il raffinato mausoleo costruito nel '600 a Taj Mahal simboleggia il culmine delle civiltà considerate inferiori. Distrutte dal colonialismo sistematicamente nei secoli a seguire. Verso il 1500 gli indiani, pellirossa, trasferiti nell'America del Nord arrivavano a 6-7 milioni. Alla fine dell'800 ridotti a meno di mezzo milione. Cina: cultura egemone nel 1700, saccheggiata dall'Europa che nel 1890 dominava col sistema delle concessioni più di metà del territorio. Le guerre per l'oppio provocarono in quel tempo una decennale carestia, causa la quale morirono per fame oltre 10 milioni di persone. Non andò meglio all'Indonesia, alla Malesia, all'Indocina. Si salvò solo il Giappone perché riuscì ad imitare nel suo assetto produttivo e militare le strutture imperialistiche degli stranieri "dal naso lungo che puzzavano di cadavere". L'Oceania: alla civiltà occidentale ci pagò un prezzo altissimo. Gli Aborigeni dell’Australia: all'inizio del 1800 erano mezzo milione, in cento anni si ridussero a 30 mila. Anche oggi ai genitori vengono sottratti i figli per farli crescere come servi domestici. Così dicasi della Nuova Zelanda dove nel 1800 guerre ed epidemie portarono i Maori in un secolo da 300 a 40 mila. Così per gli Hawaiani, da 300 mila a 20 mila pure nello spazio di un secolo. In Oceania e in Polinesia per giustificare ogni sorta di genocidi gli europei cristiani divulgavano favole sui selvaggi che rifiutavano civiltà e religione bianca. Europa: ci siamo fatti male da soli, cristiani contro cristiani, cattolici contro protestanti. Dimezzata la popolazione tedesca nella guerra dei trent'anni (1618-48). E nelle due guerre mondiali (1914-45. Italiani, austriaci, tedeschi, inglesi, francesi, tutti contro tutti)) 60 milioni di morti. E oggi? Quasi 40 mila morti di fame e di stenti ogni giorno sono dai ricchi satrapi occidentali lasciati o fatti perire. Dai 10 ai 15 milioni di esseri umani all'anno nel terzo mondo e paesi a suo tempo dagli europei depredati. Teniamoci stretta la nostra civiltà cristiana, ma come con la Shoah ebraica non fingiamo di ignorare gli orrori del passato. Storia senza gloria. Un libro nero, non del comunismo ateo, ma del capitalismo cristiano. Anche qui vale l’ormai noto proverbio: ricordare per non dimenticare. E oggi tutta la canea contro gli extracomunitari, i profughi, terroristi compresi: che magari molti non ci vengano addosso ad esigere restituzione o per vendetta? Vale la pena porsi la domanda e dubitare: la vendetta è un piatto che si consuma a freddo.

Autore:
Albino Michelin
24.10.2008 

NELLA CIVILTÀ DEL BEN-ESSERE. PORTARE LA PROPRIA CROCE?

Siamo tutti d’accordo che il corpo è il bene più prezioso ricevuto e abbiamo il dovere di rispettarlo in tutti i modi e in tutti i sensi. Un sentimento generalmente diffuso che non concerne solo il corpo fisico, ma tutto l'habitat in cui esso è collocato, tutti gli strumenti di cui necessita, tutti i beni di cui ha bisogno, e tutte le esigenze che attorno ci si crea. La ricerca del confort, la casa-villetta con il caminetto, il riscaldamento, l'aria condizionata, il sofà, i tappeti. L'auto con tutti i suoi optional, la roulotte, le ferie nei paesi più esotici. Ben-essere! E specificatamente rispetto al corpo alcune delle nostre preoccupazioni sono: scegliere il cibo senza sentirlo nemico, i tests kineseologici per la ricerca dell'intolleranza alimentare, già perché un menù sbagliato può alterare il nostro fisico e coinvolgere anche il nostro psichico. I tests kineseologici emozionali, la cromoterapia, la fitoterapia (con le piante), l'ippoterapia (con il cavallo), la cinoterapia (con il cane), la micioterapia (con il gatto), ecc. E poi chi non ha mai sentito parlare dei messaggi emozionali con i fiori di Bach? Una fisioterapia abbastanza recente che cura i nostri aspetti emozionali, in quanto a lungo andare potrebbero diventare un pericolo. I suoi rimedi arrivano a 38, ma saranno destinati ad aumentare, e stabiliscono positivi rapporti fra l'anima e la nostra personalità. Si raggiunge così, o assai spesso, l'equilibrio: corpo-mente-spirito. Disintossicazione, tonicità. Insomma una vera magia. Chi pensa più alle sofferenze di Gesù sulla Croce? Essa 2000 anni fa strumento della passione e morte del Signore, della sofferenza come parte integrante del vivere. In effetti anche Gesù disse: "Ognuno prenda la sua croce e mi segua". E siccome storicamente essa è stata l'asse portante della nostra civiltà cristiana occidentale giova farsi qualche domanda in merito.
                                    L’abuso della Croce e dei suoi simboli.
Non ritorniamo o non cominciamo sempre dalle crociate. Ma si sa che in nome della croce ne hanno combinato di tutti i colori. Per liberare il Santo Sepolcro, o per ammazzare i saraceni e nemici del nostro Dio. La croce posta su molte bandiere del medioevo per farsi guerra le signorie le une contro le altre. La croce messa sulle labbra ai condannati a morte prima delle esecuzioni capitali o delle impiccagioni o dei roghi: punizione contro chi non voleva convertirsi alla fede cattolica. Croce, ridotta a simbolo di partito. In effetti bisogna chiedersi se tutta questa attuale polemica del si o no al crocefisso nelle scuole sia dovuta alla fede verso Gesù, oppure alla rivalsa contro gli islamici o altri nemici dei secoli passati. Croce banalizzata: che ci sta a fare il crocefisso nei bar dove volano bestemmie di fuoco, nei tribunali dove la legge sta al servizio di chi ha soldi per comprarsela, nelle scuole dove si può insegnare l'ateismo più radicale, nei campi di calcio dove giocatori si fanno uno sghiribizzo a guisa di scaccia pensieri. Croce enfatizzata: tipo la croce pettorale d'oro sulla pancia dei prelati, contrassegno onorifico, che ribalta la verità di Gesù nato povero e morto nudo. Croce drammatizzata: si pensi al film di Mel Gibson in cui si esalta l'orgia del sangue o alla “Rana crocefissa” dell'artista Martin Kippenberger in una mostra di Bolzano di qualche anno. Ogni cosa al suo posto. E quello più adatto per croce e crocefisso sarebbe il luogo di culto, o il cuore del credente. E ampliamolo forse anche nell'abbigliamento, sobrietà permettendo. Comunque al di là di questi usi o abusi della croce è legittimo porsi una seconda domanda: se noi cioè con tutta questa nostra richiesta del ben-essere siamo dentro o fuori del messaggio cristiano e del Vangelo cui l'occidente spesso si appella.
                       Dalla ricerca della sofferenza alla lotta contro la sofferenza
Si potrebbe dividere la nostra risposta in tre epoche storiche. La prima riguarda la fuga dal mondo e dai suoi piaceri. Già verso il terzo-quarto secolo molti si ritiravano nel deserto, si cibavano di erbe e cavallette, altri si assestavano sopra una colonna per non vedere le bruttezze di questa terra, altri si flagellavano e digiunavano per partecipare alle sofferenze di Gesù. In effetti il corpo veniva chiamato "frate asino" e come un asino lo si doveva trattare e flagellare. Altri non facevano mai il bagno e si lasciavano vivere nei pidocchi e tutto l’ambiente impestavano con ogni sorta di fetore. Si pensi ad un Santo, certo Benedetto Labre (1748-83), un tipo non tanto medioevale. E sempre in quei primi periodi nacquero canti della Passione: “Gesù mio con dure funi chi crudele ti flagello? Sono stati i miei peccati, Gesù mio perdon pietà.” E si laceravano le membra, si facevano insanguinare gambe e schiene per appropriarsi delle sofferenze di Gesù condannato a morte. E ovviamente si acquistava il Paradiso. Alcune devozioni sono sopravvissute fino a pochi anni or sono. Pensiamo ai primi 9 venerdì del mese. Comunione e confessione per alleviare le sofferenze del Cuore di Gesù causate dai peccati degli uomini: paradiso garantito come venne informata in una visione Santa Maria Margherita Alacoque (+1690). Questa prima epoca storica non è circoscritta solo al Medioevo ma ha pure dei residuati nel nostro tempo. Vedasi ad esempio le piaghe di P. Pio da Pietralcina e relative spiegazioni che vengono date. La seconda epoca riguarda non più la ricerca, ma l'accettazione della sofferenza. E' già un passo in avanti, periodo nel quale non si parla più del corpo come "frate asino", ma di questa terra come valle di lacrime. Cioè sopportare per amore di Dio e per guadagnarsi meriti in cielo, data la situazione da cui non ci si può cavar fuori. Pure oggi però abbiamo qualche atteggiamento del genere. I devoti di Radio Maria si dilettano lo spirito quando il veggente Padre Livio Fanzaga fa l'elogio della sofferenza umana, in quanto chi soffre sarebbe un prediletto dalla Madonna. Il nostro tempo comunque, e qui possiamo definirlo terza epoca, si caratterizza per la lotta contro la sofferenza. Terapie, anestesie, pronto soccorso, analgesici, medici di famiglia. Persino il problema tanto dibattuto sull'eutanasia ci rivela che oggi il dolore e la sofferenza spaventano. Significativo il caso che divise l'Italia qualche anno fa: Eluana, una giovane ragazza friulana, da oltre quindici anni in coma, vita vegetativa, il padre che per pietà desidera togliere la spina. Per contro invece gente che gli espone in piazza Duomo di Milano "Bottiglie per la vita", a significare che Eluana va alimentata nonostante tutto. Al di là però di questi casi limite bisogna affermare che la lotta contro il dolore, la ricerca del ben-essere è un grande cammino fatto nella storia a favore della dignità dell'uomo. Tutto ciò non ha nulla contro croce e cristianesimo, il cui messaggio fondamentale è l’amore del prossimo come di se stessi.
                              La messa quale partecipazione al sacrificio di Cristo?
Ogni esagerazione di una realtà può essere peggiore di una menzogna. Nessuno nega che la morte di Gesù in Croce sia stata una vera e grande sofferenza. Però ci sia permesso di dire che oggi Gesù non soffre più. E quindi accentuare il significato della messa sostenendo essere questa il rinnovamento del sacrificio della Croce si arrischia l'equivoco. Come il consigliare di andare alla messa per partecipare alla croce del Signore. Perché in questo modo pure noi placheremmo l'ira di Dio per i peccati del mondo. Un Dio il nostro sempre con il broncio? In debito e in attesa di risarcimento? Indubbiamente sia Paolo come Giovanni nel Nuovo Testamento hanno usato modelli del loro tempo per avvicinarci a questa realtà. E poi un certo Anselmo di Cantorbery agli inizi del secondo millennio schematizzò il sacrificio di Gesù secondo la mentalità giuridica romana. Ragionò così: "Dio Padre è stato offeso dal peccato di Adamo e dei suoi discendenti. Dio è infinito. Quindi c'era bisogno di una riparazione infinita. Gli uomini come avrebbero fatto essendo essi persone limitate? Ecco: ci voleva il Figlio di Dio per ottenere il perdono del Padre. Così iI Padre programmò la morte di Gesù, questi accettò ed in tal modo pagò il riscatto a nome di tutti "Do ut des: O Padre, io Figlio tuo do la mia vita sulla croce e tu mi dai il perdono a tutte l'umanità". Un modello di ragionamento che rispecchia la mentalità antica, in cui allorché il re o il faraone veniva offeso, chiedeva per risarcimento che l'offensore vendesse o mandasse alla morte un figlio. E nelle civiltà antiche i quando si fondava una città, allo scopo di ottenere la benedizione degli dei si uccideva un figlio o un essere umano e con il suo sangue si aspergevano le fondamenta della futura città stessa. Il fatto di Abramo che dopo di aver udito l'invito di Dio a sacrificare suo figlio sul monte sentì una mano che gli fermò il braccio del genocidio, indicandogli di sostituire la vittima umana con un montone, sta a significare un cammino verso la civilizzazione e verso il rispetto dell'uomo. Allora non andare più a messa? Anche questa è una toppa peggiore dello sbrego. Senz'altro però una conclusione in bocca a Gesù va nel caso ripetuta: "Misericordia voglio e non sacrifici". La nostra ricerca di ben-essere non ha nulla da eccepire sulla Messa, né tanto meno sul messaggio cristiano. Perciò la lotta contro il dolore, le malattie, l'Aids, ecc. resta oggi un impegno primario e costante della nostra società.

Autore:
Albino Michelin
09.10.2008

COMPIE PIÙ DI 60 ANNI LA CARTA DEI DIRITTI UMANI

Le espressioni che oggi circolano con più frequenza nei media, nei programmi politici, nei dibattiti culturali sono "pace, libertà, amore" cui si aggiunge sempre più anche "diritto". La diffusione di quest'ultimo vocabolo è piuttosto recente in quanto avevamo anche nei secoli passati dei codici sul diritto, diritto romano, diritto germanico, diritto feudale, diritto ecclesiastico o canonico, diritto di proprietà, ma in genere si trattava di un diritto confezionato a favore delle gerarchie e delle autorità varie. Molto meno si aveva a che fare con un diritto che nascesse dal basso, cioè per la protezione del debole e dell'indifeso. Oggi invece abbiamo in materia una dovizia di nomenclature: diritto dell'embrione, del feto, del nascituro, del bambino, dell'anziano, del lavoratore, del disoccupato, del disabile, del malato, del morente, dell'indigeno, dello straniero, ecc. Persino il diritto degli animali. Diremmo che la prima codificazione ufficiale sul diritto a livello europeo l'abbiamo avuto in Francia nel 1779, a ridosso della Rivoluzione, in cui i tre messaggi di fondo sono stati, "Liberté, fraternité, egalité" (libertà, fraternità, uguaglianza). Questa rivoluzione, sotto un certo aspetto pure provvidenziale, ancorché abbia visto violenze, sangue e decapitazioni contro il potere politico, il potere clericale, il potere economico della borghesia, rappresenta uno spartiacque storico, sociale e morale. Una fine ed un principio. La fine delle, teorie sul diritto e delle oppressioni pratiche di massa. Ed un principio, un inizio a che l'esercizio dei diritti divenisse ubiquitario ed universale, a garanzia di ogni uomo in quanto tale. Non è detto che dopo tale rivoluzione si abbia goduto il paradiso terrestre, ci mancherebbe. Però si è aperto un nuovo dibattito, una nuova finestra sul mondo, sia pure fra resistenze comprensibili e ingiustizie inaccettabili. La Costituzione sui diritti umani del 1779 contiene 17 articoli ed inizia "Sotto gli auspici dell'Essere supremo" in quanto non si rivolge solo ai cattolici dell'unico Dio, ma anche agli atei e liberi pensatori. Cosa che irritò il Papa di allora Pio VI, cui non rimaneva altro, purtroppo come spesso avvenne, che condannarla. Degni di rilievo il primo il quarto, il decimo articolo: "Gli uomini nascono, vivono liberi e con uguali diritti. Libertà è tutto ciò che non nuoce agli altri. Nessuno va molestato per le sue opinioni religiose, purché non si turbi l'ordine pubblico". 169 anni più tardi, il 10.12.1948, cioè esattamente oltre 60 anni fa, nacque la "Carta dei Diritti", la quale altro non è che lo sviluppo e l'applicazione di quelli della rivoluzione francese. Questa Magna Carta è un po' più estesa e comprende 30 articoli, fra cui i più significativi sono: Nessuna distinzione fra gli uomini a causa della razza, colore, sesso, lingua (2). Condanna di ogni schiavitù (4), la quale, si sa era, già stata definitiva nel 1926. Diritto al libero pensiero, alla religione, e di cambiare religione (8). Diritto all'istruzione per ogni ceto sociale (26).
                              Quale contributo dal versante del Cristianesimo?
Indubbiamente già nell'Ebraismo antico, radice del cristianesimo, noi troviamo accenni ed impulsi ai diritti o, se non altro, all'attenzione verso i deboli o le fasce deboli della società. Non in forma organica ma con interventi mirati già nei profeti del Vecchio Testamento si difendono i diritti del povero, delle vedove, degli orfani e pure dello straniero. E per quanto riguarda il diritto al riposo nel giorno di festa si comanda: "non lavorare né tu, né il tuo servo, ne il tuo asino". Anche se in negativo tutti, animali compresi, sono posti allo stesso livello. Nei Vangeli poi, messaggio biblico del Nuovo Testamento, si delinea un Gesù molto più esplicito ed esigente. Prende la difesa dell'adultera perché anche chi sbaglia ha la stessa dignità di chi si vanta innocente. E quando vuole instaurare un giudizio di valore, di fondo, o finale su ogni persona, proclama: "ero povero e mi avete dato da mangiare, nudo e mi avete rivestito, carcerato e mi avete visitato.'' Non fa né privilegi, né ricatti, perché tutti sono suoi fratelli, figli di Dio, ovviamente riferendosi al primo libro della Genesi in cui si definisce ogni uomo immagine di Dio E nonostante Gesù fosse un ebreo e come tale si sentisse nei confronti degli altri popoli, allorché una donna straniera con fede gli chiese la guarigione della figlia si meravigliò: "non ho mai trovato tanta fede tra i miei connazionali e correligionari israeliti". Come dire che anche lei pur appartenendo ad un altro popolo aveva il diritto di sentirsi felice. E Gesù glielo riconobbe. Per quanto riguarda le lettere di Paolo, organizzatore della chiesa delle origini, l'atteggiamento non cambia. Certo come i Vangeli, nemmeno i suoi scritti contengono un trattato ad hoc sui diritti dell'uomo. Però in più di una circostanza apre una finestra sul mondo. Sia pure con due passi avanti e uno indietro. Per esempio nella lettera agli Efesini asserisce: "mogli, obbedite ai vostri mariti, come a Cristo, perché come Cristo è capo della chiesa, così l'uomo è capo della donna in tutto". Certo questo brano fa sorridere o infuriare le nostre donne oggi, però nella lettera ai Gaiati professò: "non c'è né uomo né donna perché tutti siamo uguali in Cristo". Va dato atto esserci un certo cammino a seconda delle circostanze e l'evoluzione del tempo.
             Perché lungo i secoli la chiesa parlò più di doveri che non di diritti?
La domanda è legittima ed in parte la risposta non può essere che sì. Per chiarezza qui ci riferiamo alla chiesa del post-Costantino (313 d.C.), quella che prese in consegna l'impero romano e dal quale in parte ereditò leggi, comportamenti, abbigliamento, ed altre inutili dignità e pesantezze. Dal punto di vista religioso essa si ancorava ai 10 Comandamenti dell'Esodo e dal punto di vista sociale al timore che la libertà di pensiero minacciasse l'unità della barca di Pietro. E così si radicò il principio (durato fino a qualche decennio fa): "proibito capire, obbligati ad obbedire”. Si passa da un impero ad un altro. Alcuni cenni storici giova qui ricordarli anche per dare atto alla chiesa stessa degli sforzi compiuti per arrivare al 1963, con Papa Giovanni XXIII che nell'Enciclica "Pacem im terris" proclama il riconoscimento ufficiale nella Chiesa dei diritti umani. Cammino lungo e laborioso. Verso il 380-90 d.C. l'imperatore Teodosio ci mette del suo: "Chi rifiuta di essere cristiano o è un demente o un sovversivo. Perciò oltre che con la Giustizia di Dio dovrà fare i conti anche con la nostra". Nemmeno sognarsi dunque il diritto di scegliere una propria religione. La Chiesa da perseguitata fino al 313 minaccia di diventare persecutrice. Sant’ Agostino qualche anno più tardi: "la schiavitù è necessaria per l'equilibrio sociale". Si dovrà attendere 14 secoli perché (non la chiesa, ma) la società laica abolisca questa inaccettabile discriminazione definitivamente nel 1926. Nel 1199 Innocenzo pone sotto controllo il Vangelo e Giulio III nel 1553 proibisce la divulgazione del Vangelo in italiano. Incatenata la parola di Dio, tolto un diritto al popolo credente con la motivazione "se la gente mette a confronto il Vangelo con il nostro modo di vivere potrebbe scandalizzarsi". Nel 1823, 30 anni dopo la Rivoluzione Francese con l'introduzione della "Carta dell'uomo" Gregorio XVI chiama delirio la libertà di ricerca. Sei anni più tardi il suo successore Leone XII: "il vaiolo è un castigo di Dio, chi si vaccina non è più figlio di Dio". Come dire oggi: "il malato terminale che inserisce la spina per sopravvivere non è più figlio di Dio". In discussione, come si vede; anche il diritto alla salute. E nel 1878 Leone XIII: "in quanto alla fede tutti siamo uguali e figli di Dio. Ma per il resto è diritto di natura che esistano le disuguaglianze”. Le ultime storiche chiusure in merito le abbiamo nel 1950 (due anni dopo la fondazione dell'Onu, quando nell'enciclopedia cattolica si legge: "oggi abbiamo un nuovo idolo, l'individualismo. Non ha senso il diritto di cambiare religione". Come si diceva sopra, fino al 1963 con Papa Giovanni XXIII quando affermò che alla base della convivenza vanno posti i diritti dell'uomo. Da aggiungere per completezza a questo volo storico che dal 1948 lo Stato della Chiesa (Vaticano) è pure membro dell'ONU, ma non ha sottoscritto la carta dei Diritti in quanto si afferma l'uguaglianza uomo-donna. Per il timore che la donna si arroghi ad esempio il diritto all'aborto, oppure il diritto di esigere pari dignità del maschio per quanto concerne il sacerdozio.
                       Chiesa a rimorchio della storia e della società laica.
Premettiamo che alla chiesa non sono mai piaciuti i diritti umani, però dobbiamo dare atto che in parte così fu in quanto la sua prudenza non le permise di esporsi troppo per poi non dover ritirare affermazioni di principio. Dall'altra parte però molti cattolici disinformati e recalcitranti ad ogni informazione opposta e ad ogni rilettura storica scivolano nell'anacronismo di pensare che la chiesa "sempre" abbia difeso i diritti umani, "sempre” abbia sostenuto gli organismi di mediazione internazionale, "sempre" abbia lavorato a favore della pace. Si riscontra smentita pure oggi nel Nuovo Catechismo di Ratzinger 1992, dove si ribadisce la liceità della pena di morte e della guerra giusta. Dobbiamo pure avere l'onestà di ammettere che i diritti dell'uomo sono il risultato di un tortuoso cammino nel quale mai, o quasi, la gerarchia ecclesiastica è stata alla guida del cambiamento, andando a rimorchio della lungimirante ricerca e attività dei singoli credenti, gruppi, minoranze, Ordini, Congregazioni, spesso invise ai guardiani dell'ortodossia e spesso anche a rimorchio della cultura laica e di quegli istituti secolari condannati e costantemente avversati. Certe conquiste in questo ambito sono avvenute non per merito ma nonostante la chiesa, ancorché si deve ammettere che rivoluzioni come quella francese, sviluppo delle scienze, rivendicazioni sociali ecc. sono sorte su terreno inconsciamente fertilizzato per 16 secoli dal messaggio cristiano. Sul loro modo poi di procedere si potrà discutere, ma su certi messaggi di fondo no. Non serve molto aver un conto in banca (cioè il Vangelo) se poi non lo si utilizza. Gesù ci ha raccomandato di fare anche attenzione ai segni dei tempi e che lui ci manderà il suo Spirito il quale insegnerà cose ancora sconosciute, in quanto il tempo potrebbe non essere maturo a comprenderle. In base a questo messaggio di Gesù la Chiesa oggi dovrebbe essere più coraggiosa e procedere un po' più spedita: fare attenzione alle voci della storia, della scienza, della laicità. Dio parla anche attraverso questi canali e non soltanto attraverso Tv Sat 2000 o dalla cattedra di Pietro.

Autore:
Albino Michelin
25.09.2008

OGNI SEI ORE NEL MONDO UN LIBRO SU GESU’ CRISTO

Oggi siamo di fronte ad una crisi delle istituzioni religiose e la chiesa cattolica forse ne risente più di tutte le altre. La figura di Gesù invece fondatore del cristianesimo, gode ottima salute. In effetti l'attenzione verso la sua persona straordinaria è costante. Che cosa può avere di attraente un maestro ebreo, un rabbino del primo secolo, vissuto quasi sempre nel piccolo mondo della Galilea e fatto fuori con una fine tragica a Gerusalemme? Come mai Gesù risveglia un così grande interesse se 30 anni della sua vita ci sono praticamente sconosciuti e se negli ultimi tre si è mosso soltanto nell’ambito del popolo ebraico? Avesse pure fatto qualche viaggio di studio verso l’est e verso l’Asia non aggiungerebbe molto al suo sito web internet assai modesto. Gli esperti del Nuovo Testamento e delle religioni antiche hanno iniziato specialmente negli ultimi 20-30 anni una ricerca storica per rendere conto delle domande che Gesù suscita. L’operazione culturale coinvolge studiosi di varie confessioni e credenze, cristiani, ebrei, perfino agnostici e atei. Non tanto per negare la sua esistenza quanto per entrare nel profondo della sua identità. Il successo del “Codice da Vinci”, circa 4 milioni di copie, e di alcuni bestseller italiani, tipo quello di Corrado Augias ”Inchiesta su Gesù. Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo?”, denotano il desiderio di conoscere la sua umanità, la sua divinità, il suo mondo, i suoi amici e i suoi nemici, i suoi enigmi, la sua luce. Reportage e scoperte archeologiche aumentano sempre più. Si fatica a riempire le chiese, ma Gesù da solo riempie centinaia di opere. Si può parlare di lui oggi partendo come ieri dall’alto dei suoi titoli onorifici (Figlio di Davide, Messia, Signore, Cristo, Figlio di Dio) oppure partendo dal basso (figlio di Maria, figlio del carpentiere, figlio dell’uomo). Oggi fra gli studiosi cattolici, rovesciando l’approccio, si preferisce incontrare in Gesù un uomo, che senza il vantaggio di posizioni privilegiate, soffre il prezzo delle sue convinzioni, fatica per tenere fede ai suoi ideali e per essi sacrifica la vita. Teologi e biblisti oggi trovano che parlare della sua divinità sa un po’ troppo di monofisismo astorico, di mitologismo nell’immaginario popolare. ”Un essere divino che sceso dal cielo passa sulla terra per salire di nuovo in cielo“. Se è così, ogni indagine diventa inutile e ogni porta si chiude.
                                                         Gesù è storicamente esistito?
Vale la pensa porsi questa domanda e cominciare da lontano. Documenti al di fuori del Vangelo di quel periodo non ne esistono tanti. Solo due, ma sufficienti se non altro per non doverci consegnare soltanto alla fede. Giuseppe Flavio, storico ebraico della Palestina (37-102 d.C.) versi gli anni 90 scrive: „Ci fu in quegli anni Gesù che attirò a sé molta gente. E nonostante Pilato l’avesse punito di croce, coloro che da principio lo avevano amato non cessarono di amarlo”. Qualche anno più tardi Tacito (55-117), celebre storico romano, scrive: “il fondatore di questa setta detto Cristo aveva sofferto il supplizio sotto il regno di Tiberio per ordine del procuratore Ponzio Pilato. Momentaneamente soppressa la funesta superstizione si scatenò di nuovo non solo nella Giudea, ma nella Roma stessa.” E poi abbiamo i Vangeli, le lettere di Paolo e gli scritti del Nuovo Testamento che per quanto discutibili nei vari contenuti (anche se ci vogliamo avvicinare da un punto di vista neutrale), però non possono mettere in dubbio l'esistenza di questo personaggio, anagraficamente e geneticamente totalmente ebreo. Ed è ovvio che come noi diamo credito all'esistenza di Giulio Cesare basandoci su documenti storici, così non c'è motivo di negargliela a Gesù di Nazareth tenendo in considerazione gli scritti su citati. Ma a questo punto una domanda si fa urgente Che cosa veramente e storicamente Gesù ha detto di sé stesso? Qual è il Gesù storico che emerge dai Vangeli? Dal momento che i Vangeli sono stati scritti da 30 a 70 anni ed oltre dopo la morte di Gesù non potrebbero essi contenere adattamenti, brani poetici, slanci devozionali? Ed è in base a questa seconda domanda che oggi si distingue nei Vangeli: ‘Il Gesù della Fede“. E tralasciamo, perché qui non ci interessa, un terzo Gesù, o meglio un terzo aspetto della sua personalità, cioè i dogmi, principi o proposizioni teologiche, forgiate dopo il 4°-5° secolo sino ai nostri giorni. Dunque un Gesù a tre livelli, che non avrebbero giustificazione se mancasse il primo, il fondamento. Predicare Gesù quale Figlio di Dio è cominciare dal tetto. Da un punto di vista del metodo diventa laborioso e per molti utopico, un arrampicarsi sui vetri.
                                    Che cosa storicamente Gesù ha detto di se stesso?
Qui bisogna mettere le mani avanti perché alcuni cattolici praticanti potrebbero stracciarsi le vesti e mandarci all'inquisizione. Oppure entrare essi stessi in stato di confusione. Fra gli altri riferimenti mi avvalgo di una registrazione, frutto di conversazioni tenute dal Prof Romano Penna, docente alla Pontifica Università Laterano d Roma, mandata in onda alla Sat 2000 TV della chiesa italiana, il 24.12.07. Ma Romano Penna non è una mosca bianca, è rappresentativo degli studiosi del nostro tempo. Quindi aperto ad ogni pubblico, a quello colto, a quello dei fedeli fermatisi al catechismo dell’infanzia. Senza tema di seminare confusione in chicchessia. Possiamo iniziare dal negativo, cioè che cosa Gesù non ha detto di se stesso. Gesù personalmente non ha mai detto "io sono il Figlio di Dio". Anche perché al tempo rappresentava un titolo concorrenziale con i pagani. Figli di Dio erano gli imperatori, i faraoni d'Egitto, ecc. Linguaggio aulico che Gesù non poteva usare per sé stesso. Ed ancora Gesù non ha mai detto: "Io sono la seconda persona della Santissima Trinità", oppure una persona in due nature, umana e divina.” Non ha mai detto: "io sono figlio di Maria Vergine". Tutto ciò ed innumerevoli altre espressioni gli sono state attribuite o nel periodo della stesura dei Vangeli (decine d'anni dopo la morte), oppure dal concilio di Nicea (325 d.C.), Efeso (431), Calcedonia (451) ecc. Turbati ci si chiederà se allora siamo davanti ad un personaggio costruito per interesse di una causa, di un ideologia, di una religione. A ciò rispondiamo negativamente. Cioè sono degli attributi riferiti a Gesù dalla fede della Chiesa delle origini, dopo la sua morte, e nei primi secoli. Attributi non solo elogiativi, non solo decorativi, non solo apologetici (per difendere Gesù dagli attacchi degli avversari di turno), ma identificativi. Cioè quest'uomo è stato storicamente, così eccezionale che non poteva non possedere tali connotati. Ma qui il discorso deve farsi positivo. Allora che cosa Gesù ha detto di sé stesso, qual è la sua carta d'identità, il suo passaporto, la sua attitudine professionale? Lo troviamo nel Vangelo di Matteo 12,28: "E' giunto a voi il Regno di Dio". Ed altrove: "Il Regno di Dio è in mezzo a voi" (Luca 17,20). Ed ancora: "Padre nostro, venga il tuo Regno" (Matteo 6,10). Gesù è colui che ha predicato il Regno di Dio, l'ha identificato con se stesso, ha dato la vita per instaurarlo. E per Regno di Dio non dobbiamo intendere quello che intendeva l'apostolo Pietro, primo Papa, fraintendendo tutto. Cioè ha pensato ad un Regno politico, alla rivalsa d'Israele contro i romani e, gettando lo sguardo attraverso i secoli, ai Regni eredi dell'Impero romano, agli Stati Pontifici, territori vaticani ecc. Per tale fraintendimento Gesù lo "rampognò: "vai indietro da me Satana”. Sfasato e falsato tutto. Per Gesù il Regno di Dio era e sarà un mondo diverso, una logica diversa nel rapporto fra gli uomini. La Buona Novella, la salute agli infermi, la vista ai ciechi, la libertà agli schiavi, la grazia e la misericordia per tutti (Luca 4,16-20) Gesù dirà di fronte a Pilato: "il mio Regno non è di quaggiù" (Giovanni 18,36), cioè non è basato sulla menzogna, sulla sopraffazione, sul l'odio, sullo sfruttamento degli ultimi. Talvolta Gesù usa l'espressione "Regno dei cieli" al posto di "Regno di Dio", a seconda anche del pubblico, degli ascoltatori. In effetti allo scopo di non nominare il nome di Dio invano (secondo comandamento Esodo 20,9) lo sostituiva con Regno dei cieli. E di qui si comprendono tutte le sue parabole quando le inizia dicendo: "Il Regno dei cieli è simile ad un grano di semente, ad una perla, ad un tesoro nascosto nel campo, ecc.". E terminava sempre con la promessa: "e il Padre mio vi darà la ricompensa". Per Gesù Dio era il "Padre", cioè Abbà, confidenzialmente "pappi". A ribadire ancora che il "Regno di Dio" non è il dominio di lui sul mondo, ma un progetto d'amore. Questa è storicamente la prima autopresentazione e il primo messaggio di Gesù alla sua gente.
                                         In che rapporto sta la chiesa con il Regno di Dio
Si è ripetuto spesso che fuori della chiesa cattolica non c'è salvezza. Il detto va ampliato in "fuori del Regno di Dio" non c'è salvezza. La chiesa non si identifica con il Regno di Dio, questo è molto più vasto di quella. Uno di noi va classificato come cristiano non secondo la sua appartenenza alla chiesa, ma al Regno. Cioè non secondo le sue pratiche di culto, ma secondo la sua onestà ed etica umana. La chiesa è o dovrebbe essere uno strumento per diffondere il regno di Dio, cioè per portare gli uomini verso un autentico umanesimo. In effetti Gesù fa una grossa distinzione fra le due realtà. "Non chi dirà Signore Signore entrerà nel Regno dei cieli ma chi farà la volontà del Padre mio" (Matteo 7,21). In pratica, chi costruirà e diffonderà un mondo dal cuore nuovo verso i propri simili. Che Gesù ci tenga a questa distinzione lo dimostra nella parabola del Samaritano (Luca 10,31.), allorché accanto ad un uomo caduto nel fosso perché aggredito dai briganti ci fa passare anche un sacerdote. E lo fa tirar diritto. Anticlericale un po' troppo questo Gesù. Ci vorrebbe dire: ·"ma a che serve essere uomini del tempio, dei sacramenti, della preghiera, dei pellegrinaggi se poi ignorate il fratello nella difficoltà". Cito sull’argomento due esempi, casi successi, emblematici. Sabato 19 luglio 2008 sul litorale di Tor Vergata (Napoli) due ragazzine "rom", Viola di 16 e Cristina di 14 anni stese sulla sabbia annegate. Centinaia di turisti in bermuda e bikini fantasia passano indifferenti accanto alle adolescenti prive di vita. Sono tutti cattolici, devoti di San Gennaro e di P. Pio, senza umanità. Questi appartengono sì alla chiesa cattolica, ma non al Regno di Dio. Secondo caso, più lontano ma sempre di attualità. Il 14 agosto 2004 un senegalese, Chiekh Sarr, si tuffa in mare in quel di Grosseto per trarre in in salvo un bagnante italiano in pericolo di annegare. Disgrazia volle che l'africano perse la vita inghiottito dai flutti, lasciando in patria la giovane moglie e una bambina di 10 mesi. II salvato invece se la svignò senza nemmeno dire grazie. Il Senegalese non era cattolico, ma musulmano. Non apparteneva alla nostra chiesa. Per contro appartiene in pieno al Regno di Dio. Questo è Gesù, questo ha insegnato e praticato. Gesù si rivela talmente umano che solo un Dio poteva essere così umano. Perciò noi lo chiamiamo Figlio di Dio. Un giorno un grande teologo chiese ad un povero agricoltore chi fosse per lui Gesù. Questi rispose: “per me Gesù è un uomo buono". Ed è forse per questa nostalgia del bene nel profondo dell'inconscio popolare che oggi nel mondo ogni sei ore viene pubblicato un libro su Gesù.


Autore:
Albino Michelin
01.09.2008

IL CARDINAL MARTINI SULLA VANITA’ DELLA CHIESA

"Vanità delle vanità, tutto è vanità" dice un libro della Bibbia. Però secondo il Card. Martini questa predica la si fa alla gente del popolo, ma non alle gerarchie della chiesa. Questa personalità di spicco, invece fa il punto. Col fascino del suo carisma egli ha da sempre espresso l'importanza che la chiesa si metta in dialogo con il mondo moderno, uscendo dalla sua torre d'avorio, e ponga con chiarezza sul tappeto tutti i problemi, li sottoponga ad un nuovo Concilio Universale. Conscio della chiusura totale di fronte a questa prospettiva Martini parte da solo, esce allo scoperto, come i profeti di ogni tempo, quelli con i quali la verità della storia deve fare i conti. L'ultimo caso eclatante è apparso           su "Repubblica” del 5.6.08, organo di stampa fra i più diffusi e in Italia fra i più apprezzati culturalmente. Esso riferisce di una settimana di studio (5-10. Maggio) condotta dal Cardinale biblista su un tema della lettera di Paolo ai Romani "Il peccato". Ecco un estratto del contenuto. "Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi anche nella storia della chiesa. Dai laici, ma anche dai preti, religiosi, suore, vescovi, cardinali, e anche papi. Ci sono cose che devo dire alla chiesa. Quante bramosie segrete ci sono dentro di noi. In primo luogo l'invidia, vizio ecclesiastico clericale per eccellenza che ci fa dire perché un altro ha avuto quel posto che spettava a me? Che cosa ho fatto io di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no? È il vanto del carrierismo, causa di gravi mali all'interno della chiesa. Purtroppo ci sono preti che si pongono punto di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo perché impedisce di dire la verità. San Paolo parla della vanità di fare gruppo, di coloro che credono di fare molti proseliti perché così si conta di più. Difetto grave, molto presente anche nella chiesa di oggi, come il vizio di vantarsi. Ci piace di più l'applauso che non il fischio, l'accoglienza che non, la resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità della chiesa, quella che si mostra negli abiti, ornamenti inutili. E poi c'è l'inganno, che per me è anche fingere una religiosità che non c'è. Fare le cose come se si fosse perfettamente osservanti, ma senza interiorità".
                                              Il Cardinale non smentisce.
Ci sono un po' dappertutto oggi preti che si permettono osservazioni su questi aspetti penosi della chiesa, ma vengono in genere emarginati quali esibizionisti, maniaci di protagonismo, showman, alla ricerca di pubblicità e di un posto al sole. Che però nel loro genere da una parte dei cattolici vengono anche apprezzati per la ripetitività, continuità, coerenza del loro "esserci anche per questo". Che vi sia però un cardinale, e di che stazza, della santa chiesa che parli in tal maniera, non ci può che far piacere, anche perché si ha l'evidenza di non remare da soli in quella direzione. Sotto il suo ombrello ci sentiamo al riparo di ogni tempesta. E anche questo conta. Ovvio che subito la stampa cattolica abbia reagito contro "Repubblica", rea di aver travisato il discorso di Martini. L'Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, in prima fila. Altri giornali invece, di corrente diversa, hanno ringraziato il Cardinale perché ha gettato un fascio di luce a chi oggi nella chiesa è profondamente deluso da una dirigenza chiusa e blindata nei suoi privilegi e nella sua intoccabilità. Ci si aspettava una smentita oppure una correzione da parte dell'interessato. Come in genere avviene fra le persone d'onore "vilmente" bacchettate. È la tipica filosofia del berlusconismo vigente: "voi non mi avete capito, mi avete frainteso, mi avete strumentalizzato, e io quindi vi devo rispiegare". Qui ho detto, e qui disdico. Questo tipo di filosofia è entrata anche nella chiesa. Basti pensare quanto è successo dopo il discorso di Ratzinger all'Università di Ratisbona (2006) quando ha tirato in campo Maometto, oppure dopo la rinuncia dello stesso Pontefice all'Università "La Sapienza" di Roma (inizi 2008). Subito si è arruolato tutto il suo staff per riformulare la sua posizione e dare un po' del pretestuoso a tutti coloro che invece avevano interpretato obbiettivamente le vicende. Il Cardinal Martini però quello che ha detto non ha disdetto con le solite piroette diplomatiche, così poco edificanti qualora avvengano all'interno della chiesa. "Sia il Vostro parlare si si, no no".
                      Le sue osservazioni nascono dall’amore verso la Chiesa.
Ci auguriamo che la chiesa prenda atto di queste osservazioni senza sdegnosità e sussiego, perché alla fine renderebbero un servizio alla credibilità. Non bisogna vedere dappertutto macchinazioni degli atei, dei laicisti, dei mangiapreti per gettare fango alle sue istituzioni divine, e non si dovrebbe sempre invocare l’onore di Dio, come se chi parla così disonorasse Dio stesso. In quanto poi alla vanità della chiesa, (anche qui cerchiamo di interpretare Martini), si deve pur far sapere che l’istituzione chiesa non si identifica con la gloria di Dio, concetto palesemente antievangelico. L’istituzione chiesa è solo strumento al servizio del Regno di Dio. Ma su tutte le osservazioni poste da Martini ci si potrebbe soffermare sull’abbigliamento dei prelati e delle più alte gerarchie ecclesiastiche. Tutti sappiamo che Gesù circolava secondo il costume, foggia di vestito del tempo. Come San Francesco che fece portare ai suoi frati il saio, vestito abituale dei contadini del suo tempo. Ci si domanda se nel 2000 con due terzi di abitanti che soffrono fame e miseria abbia senso fare sfoggio di tutti questi paramenti imperiali da esibire in mondovisione nelle cerimonie sacre. Qualcuno ricorda che nella notte di Natale del 2007 molte persone sono state colpite dal fatto che da una parte il papa parlasse sulla povertà del divin bambinello, nato in una grotta al freddo e al gelo, e dall’altra lo si celebrasse esibendo ori e diamanti, vescovi e cardinali ammantati di pirotecnici abiti, tube in testa secondo lo stile di Tiberio Cesare, sgargianti zucchetti a copricapo in contraddizione con la verità profonda del messaggio di povertà che si stava predicando e celebrando. Sfarzo per dare gloria a Dio o pompa a se stessi? Fuori discussione che la celebrazione dell’eucarestia richiede dignità anche nell’abbigliamento. Mica si può celebrare la messa in mezzo alla gente in maniche di camicia e in ciabatte. Ma fra i due estremi ci sta la sobrietà. E questa sobrietà nei viaggi papali, nelle liturgie pontificali, nelle visite pastorali dei vescovi, viene poco presa in considerazione. Non viene consigliata e tanto meno imposta con una vera riforma radicale, lasciando al mondo le sue sfilate di moda. In effetti molti cattolici a guardare queste celebrazioni in TV più che considerazioni di fede ci fanno elogi e apprezzamenti di lusso, sui vestiti e relativi investimenti.
                    Gesù ai discepoli: “voi non siate come i capi di questo mondo”.
E l'abbigliamento quotidiano delle gerarchie? Mai visto un Papa, un Cardinale, un vescovo viaggiare in abito civile, o raramente. Vi sono molti momenti nella vita in cui ciascuno di noi deve prima di tutto sentirsi e presentarsi come uomo, quindi con tutti i pregi e i rischi dell'umanità. Non possiamo sentirci o farci passare come Dio in terra. Un vescovo è sempre ben gradito nel visitare la sua gente, ma non c'è bisogno si sieda a tavola con i collaboratori e rappresentanti della comunità locale con tanto di maxitunica svolazzante, rossa, violacea, paonazza o a lapislazzuli. Un antico adagio, forse di Papa Stefano, diceva che gli ecclesiastici non vanno riconosciuti dal loro tipo di abbigliamento, ma dal loro comportamento.
C'è gente che si domanda se era proprio opportuno che Papa Ratzinger accettasse di essere vestito tutto punto secondo gli stilisti del mondo, che accettasse scarpe di mocassino o babbucce rosse segnate Prada, costose al limite, oppure abiti griffati Gattinoni. Non si possono in futuro evangelizzare questi donatori eccellenti che strumentalizzano il sacro al loro scopo profano commerciale affinché devolvano l'equivalente agli indigenti? Che serve predicare che il successore di Pietro è il più povero fra i poveri e il servo dei servi di Dio? Ma fra di noi, specie fra cattolici, abbiamo sempre a che fare con paragoni e parallelismi fuori luogo. E si dice: come ogni stato ha bisogno delle sue parate, dei suoi fulgori, dei suoi folclori, così ha da essere anche con la chiesa, e con i rappresentanti della sua gerarchia. Ma Gesù non era di quest'avviso, per lui il paragone non tiene, anzi ha messo addirittura in contrasto le due realtà dicendo: "voi sapete che i capi di questo mondo amano primeggiare e farsi riverire. Ma per voi non sia così. Fate come il Figlio dell'Uomo (cioè Gesù) che non è venuto per essere servito, ma per servire''. Piccolezze, dirà qualcuno, non andiamoci ad attaccare a queste quisquiglie. Importanti sono la messa, i dogmi, i sacramenti, la confessione. C'è da dubitare di queste affermazioni. In genere sono le piccolezze che fanno saltare le grandezze. Anche nei motori più potenti basta che un piccolo contatto d’inceppi perché tutto si blocchi. Gli antichi dicevano: con la concordia le piccole cose aumentano, con la discordia anche le grandi vanno in malora. Perciò anche nella chiesa questi atteggiamenti di piccola vanità rendono illusorio ed apparente il grande messaggio di Gesù. O almeno gli nuocciono assai. Nel battesimo e in altre solenni circostanze ci viene detto dal prete: "rinunci a satana e alle sue pompe?". Magari il battezzato è povero in canna, a quali pompe mondane, sfarzo, vanità dovrebbe rinunciare? Anche Papi, Cardinali, vescovi, preti sono stati battezzati. A loro pure è stato chiesto di rinunciare a satana e a tutte le sue pompe. Grazie, Cardinal Martini, il tuo intervento si chiama profezia. Cioè! Parola verità contro tutte le tentazioni di mistificazione presenti pure nella nostra chiesa.

Autore:
Albino Michelin
04.07.2008

DIVORZIATI, LA CHIESA USA MISERICORDIA CON VOI?

C'è un brano del Vangelo di Matteo carico di tanta umanità in cui Gesù di fronte alla moltitudine stanca e affamata esclama: "Ho compassione di questa gente perché mi sembrano pecore senza pastore e potrebbero mancare lungo la via". Non era la solita compassione pietosa e di circostanza, tant'è vero che è stata espressa con il prodigio della moltiplicazione dei pani. Subito una constatazione: la gente oggi non ha fame solo di pane, ma anche e soprattutto nel mondo occidentale di comprensione, di consolazione, d'accoglienza. Senz'altro, per il fatto che il nostro tempo conosce tanta conflittualità, concorrenzialità, emarginazione. Una domanda che spesso la gente pone al prete di oggi in modo stringente è: "ma la Chiesa cattolica ha un po' di misericordia verso i divorziati?". Qui non ci interessa fare tanti discorsi di carattere sociologico sulle cause dei divorzi, quanto prendere in considerazione il rapporto umano-religioso nei confronti delle coppie toccate dal fenomeno. Ma Gesù si comporterebbe proprio così? Una per tutte, cito la testimonianza di Giuliana, che non è un nome di fantasia, ma che vive questa realtà sulla propria pelle. "Sono sposata da 22 anni e divorziata da 18. Non voglio addurre scuse su quanto accaduto. Quando si è in due, le responsabilità in genere si dividono in parti uguali. Quello che mi interessa è il mio rapporto con la chiesa e viceversa. Divorziare o separarsi è un'esperienza amarissima, ti carica di preoccupazioni, finanziarie, psicologiche, morali, familiari. È uno stress totale. Ti butta a terra. Quando ho iniziato una seconda convivenza mi sono sentita eliminata e discriminata. Intendo dalla chiesa. Non solo vietata la comunione, ma mi è stato ingiunto: 'non ti vogliamo più. E io ho risposto: “se è così va bene. Neanche tu, chiesa, mi avrai più. Io sono sempre cresciuta con la fede e quando con il mio compagno abbiamo dato alla luce Katia, oggi 16 anni, e Andrea 14, ci siamo posti il problema della loro educazione religiosa. E quella l'abbiamo sempre garantita fin da piccoli. All'età della prima comunione il parroco, don Claudio, ci ha ingiunto che il catechismo ai nostri figli e agli amici del condominio dovevamo impartirlo noi. Al che ho risposto: '“ora la chiesa ha bisogno di me e io per coerenza dovrei negarle ogni collaborazione'. Ma mi interessa troppo l'educazione dei miei bambini e ho deciso di cedere. Però provavo tanta sofferenza ed umiliazione allorché Katia e Andrea fecero la prima comunione: io mamma e il loro padre ne fummo allontanati e pubblicamente. E pensare che il mio compagno era ed è tutt'ora presidente dell'oratorio parrocchiale. Una volta ho incontrato per caso un prete, molto comprensivo e mi invitò ad una riunione mensile in un paese del territorio dove si incontrava un gruppo di separati, divorziati. Si chiama 'Animati dalla Parola'. Ci sono andata e continuo ad andarci perché non voglio sentirmi esclusa della comunità. Qualche volta ci viene pure il vescovo diocesano e raccomanda di divulgare e ampliare il gruppo anche nei dintorni. Però pure lui ci pianta una stilettata nell'anima quando ci ripete il divieto di fare la comunione. E con parole mielose e compassione pelosa ci spiega che egli pure soffre con noi, ma che la chiesa non può cambiare la legge del Signore. Non è la chiesa che ci esclude dalla comunione, è la nostra rottura del sacramento che ci rende degli autoesclusi. Non so se hai letto l'ultimo intervento dello scorso autunno a firma del cardinale di Milano Tettamanzi. Sembra un santo Padre ma poi finisce anche lui brandendo la clava del divieto. Ti devo dire francamente: la chiesa istituzione è proprio senza cuore, financo crudele. Mentre invece io con altri amici nella stessa situazione abbiamo trovato che esistono alcuni preti, l'altra chiesa che silenziosamente e senza lasciarsi piegare dall'istituzione, quelli che noi chiamiamo i preti della strada, vivono in mezzo e insieme alla gente e si comportano proprio come Gesù: esprimono misericordia verso le folle stanche e smarrite. In effetti ci consigliano di fare la comunione secondo il dettame della nostra coscienza e sarebbero pronti anche a fare riti, benedizioni e cerimonie di accoglienza per le coppie conviventi e divorziate. Vedi il caso mio, da 22 anni convivente con un compagno affettuoso, rispettoso, responsabile, padre onesto. Noi due il matrimonio come sacramento lo viviamo lo stesso anche se non siamo sposati in chiesa. Ma noi due dopo questo purgatorio di penitenza avremmo il diritto anche di una nuova accoglienza nella comunità cristiana, di una benedizione degli anelli, di esprimere in pubblico la nostra promessa di amore. La nostra Chiesa da Gesù dovrebbe imparare e praticare di più compassione e misericordia". (Giuliana G. 11.6.08.)
                                 Solo i divorziati sarebbero cristiani irregolari?
Lettere come queste, con osservazioni e critiche alla chiesa ne circolano tutti i giorni. Le Giuliane sono veramente tante. La nostra si riferisce in modo costante alla misericordia di Gesù, certamente espressioni del genere Gesù ne ha dette tante, come ad esempio "misericordia voglio e non sacrificio". Pure indirettamente attraverso Paolo: "noi non intendiamo fare da padroni della vostra fede, siamo invece collaboratori della Vostra gioia" (2° Cor. 1.24). Il tutto non significa che la misericordia divenga legittimazione di ogni comportamento, ma senz'altro non deve essere accanimento contro questo tipo di "irregolari" con maxi indulgenze e indulti verso comportamenti molto più gravi, perché costanti e intenzionali. Continuare a sostenere che questi "irregolari" si sono autoesclusi dalla Chiesa può essere un'interpretazione soggettiva e faziosa del Vangelo. Perché ad esempio non trattare da autoesclusi (quindi con divieto della comunione) coloro che frodano costantemente il fisco dilapidando i sacrifici dei poveri, coloro che progettano e fomentano la malavita, o tutti quei medici della Santa Rita di Milano, clinica degli orrori, che inventano false malattie, esportano tumori inesistenti, piantano chiodi su articolazioni solo allo scopo di iniqui profitti finanziari? Ma a tutti costoro basta una confessioncella al fraticello di turno per uscire assolti e rientrare nella comunità a testa alta e benedetti dalla chiesa? Fra tanti casi di antimisericordia e anticompassione giova citarne uno che ha destato reazioni pesanti anche fra la gente di buon senso. Venerdì 9 maggio 2008 "Mi manda Rai 3" ha trasmesso una rubrica sui diritti della persona. Compare una signora, ex impiegata negli uffici della curia vaticana, licenziata in tronco perché essendo separata si è permessa di sposarsi in civile al comune di Roma. Come i casi di insegnanti di religione conviventi che danno al vescovo un indirizzo diverso dal partner per evitare licenziamenti e trovarsi sulla strada. Quando uno è professionalmente corretto non andrebbe mai punito o discriminato a causa delle sue diverse concezioni religiose o morali. Lo diceva già il Codice della Rivoluzione Francese (1792) e la Carta dell'Onu (1948). E che dire del Vescovo di Viterbo, L. Chiarinelli, che recentemente ha negato il matrimonio in chiesa ad un disabile incidentato perché ritenuto incapace di fare figli? Come se lo scopo del matrimonio fosse quello della prole anziché del mutuo amore. Ma, si legge nella stampa d'inizio giugno, il prelato ha loro negato le nozze con "sofferenza e dolore". La solita compassione clericalese, che non era certo quella di Gesù. La sua era una compassione vera identificazione con il sofferente di turno. Mettiamo a confronto questi casi con i funerali di fine agosto 2007 del tenore divostar Pavarotti, ufficialmente e solennemente divorziato. Cerimonia funebre nella cattedrale di Parma con tanto di vescovo diocesano in pompa magna e concertini d'opera. Proprio non ci si raccapezza più.
                Gesù ha istituito il matrimonio in chiesa e con il prete celebrante?
La signora Giuliana vorrebbe farci capire che i veri preti, secondo lei quelli della strada, dovrebberero addirittura fare resistenza all'Istituzione chiesa. Buona l'intenzione, ma in pratica bisogna andare cauti. Credo piuttosto che sarebbe necessario ricompattare dal basso tutti i preti in "cura d'anime" (seria o bugiarda l'espressione "cura"?) affinché facciano le dovute pressioni verso l'alto. Le leggi della chiesa lungo i secoli hanno sempre subito una revisione a due condizioni: la trasgressione generale, silenziosa e silente, dei fedeli e, in secondo luogo, le richieste pressanti del clero verso la gerarchia. Su questo abbiamo oggi dei segnali timidi, ma crescenti. Da una parte i custodi della legge e che quindi negano ogni mediazione e ogni benedizione alla coppia divorziata, o al massimo la confinano in un luogo segreto, appartato o nottetempo. Dall'altra abbiamo un certo numero di preti che non disdegnano un rito sobrio, ma accogliente e festoso, premessa l'informazione che non si tratta di un secondo matrimonio ecclesiastico, ma di un rito d'accoglienza della nuova famiglia nella comunità cristiana. Motivando la scelta che Dio non lo si può negare a nessuno e che a Dio ciascuno ci va secondo i suoi passi, le sue scarpe, le sue possibilità. E qui s'innesta il ruolo della Sacra Rota. Ma più competente e informato di un prete da sempre vicino alla coppia chi potrebbe essere? Solo lui, in nome della fede, potrebbe dichiarare nullo, pericolante, o inesistente il matrimonio in discussione. Altri sacerdoti si spingono anche verso un discorso teologico più radicale e stringente. Sostengono: come nel sacramento dell'eucaristia o comunione allorché il pane si deteriora cessa di essere il corpo di Cristo, cosi nel matrimonio quando l'amore scompare e diventa addirittura rifiuto e prolungato del partner, allora il sacramento non esiste più e si potrebbe procedere a seconde nozze in chiesa. Come si vede, discorso da approfondire e non da liquidare. La Giuliana, fra le tante affermazioni, sostiene che lei e il convivente si sentono marito e moglie, con tutto il sacramento anche se non "celebrato in chiesa”. Non si abbattano, anzi! Devono sapere che fino al Concilio di Trento (1560) per parecchi secoli la Chiesa Istituzione ha accettato e considerato sacramento ogni rito sponsale celebrato secondo le tradizioni del luogo, romane, germaniche, francone, celtiche, ecc. Il matrimonio lo si stipulava in famiglia, in genere senza il sacerdote. Ma la nostra gente, a torto disinformata, pensa che sia stato Gesù Cristo ad istituire il matrimonio in chiesa, con rito obbligato di fronte al prete in cotta e stola. In riferimento a tutto questo discorso ci auguriamo che non esistano più lazzaretti per divorziati, e vengano abbattute le mura dei lebbrosari, in cui noi cattolici abbiamo segregato le coppie "irregolari". Gesù proclama di essere venuto non per i sani, ma per i malati. E se egli venisse ancora su questa terra non andrebbe a visitare prima la Piazza S. Pietro e i pontificali papali. Andrebbe in questi lebbrosari e in questi lazzaretti. "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò". E sinceramente malati, oppressi, stanchi nell'anima e nel corpo lo siamo un po' tutti.

Autore:
Albino Michelin
20.06.2008