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venerdì 12 febbraio 2016

LA CHIESA TOGLIE LA SCOMUNICA A LEFEBVRE E SEGUACI: UNA DELUSIONE

Il caso del Vescovo Richard Williamson che in data 28.1.09 fece una pubblica dichiarazione, differita poi in TV nella quale negava l'olocausto degli ebrei: il loro sterminio da parte dei nazisti nella guerra 1940-45 non era mai esistito, che la shoah cioè i forni crematori dei 6 milioni di ebrei era una montatura, che tutt'al più gli ebrei morti nella circostanza non superavano 300 mila deceduti in pratica per fame o per mal di pancia: il caso fece il giro del globo e indignò mezzo mondo. Il tutto fece tanto più clamore in quanto il giorno precedente dedicato alla memoria (27.1.09), Papa Ratzinge aveva tolto la scomunica a questo vescovo, agli altri suoi confratelli colpiti dalla stessa il 30.6.1988 e a tutta la "Fraternità di San Pio X", fondata ne 1970 dal più famoso e discusso prelato Mons. Marcel Lefebvre. Più importante che soffermarsi sul caso mi sembra invece chiedersi come mai esso abbia potuto verificarsi e il contesto di chiesa in cui esso è riesploso. In effetti questo è solo il sintomo di un malessere per cui necessita indicarne le cause. Tuttavia per i non addetti ai lavori vale la pena anche presentare un breve excursus storico.
                                        O chiesa del Signore, indietro tutta.
Se la "Fraternità di San Pio X" sia una congregazione, una setta o un movimento qui non ci interessa più di tanto. Ci interessa d'onde trae origine. Essa inizia dopo il Concilio Ecumenico, aperto dal buon Papa Giovanni XXIII (1962) e tradotto in costituzioni dal suo successore Paolo VI (1965). Finestre aperte sul mondo, una chiesa dal grande respiro che dialoga con tutto e con tutti, che abolisce inutili dogmi e ancestrali scomuniche. Ma si sa che nella chiesa ci sono sempre stati i tradizionalisti conservatori da una parte, gli innovatori dall'altra, e in mezzo fra le due sponde quelli della siesta o del quieto vivere. Ma già da quel periodo i tradizionalisti o conservatori si sono coalizzati contestando le aperture del Concilio. Caposcuola fra questi certo Vescovo francese Marcel Lefebvre il quale si stanziò nella democratica e tollerante Svizzera, ad Econe nel Vallese, e fondò la Congregazione "Fraternità di San Pio X", nel nome di quel Papa trevisano che nel 1906 con l'enciclica "Pascendi" restaurò l'integralismo cattolico, condannando il modernismo ed ogni sua forma, sia scientifica che teologica. "O Chiesa del Signore, tutta indietro". Ma 60 anni più tardi Papa Roncalli fece un’inversione di tendenza "Chiesa del Signore, tutta avanti". Però Lefebvre dopo di aver fondato a Friburgo il primo Seminario per sacerdoti tradizionalisti (1969) piazzò ben bene le sue batterie. Sul ritornello "Concilio bastardo, Paolo VI bastardo" (sic!), il contestatore iniziò boicottando il decreto sulla Libertà religiosa (tutte le religioni sono degne di rispetto), la messa celebrata in lingua del popolo, ciascuno secondo la propria nazione (abolita quella in latino e con la schiena rivolta verso il popolo). Soprattutto masticava amaro perché era stata abolita la connotazione del Venerdì Santo "Perfidi giudei deicidi " (cioè ebrei uccisori di Dio). Per lui gli ebrei avevano mandato Cristo in croce e dovevano essere maledetti per tutti i secoli dei secoli. Accusava il Concilio di aver abbandonato la nostra Santa Madre Chiesa e di averla consegnata nelle mani di Lutero e dei suoi seguaci protestanti. Lefebvre non intendeva fare una nuova chiesa, ma continuare quella di sempre, iniziata (non con Gesù, ma) con l'imperatore Costantino nel IV secolo. Tutto questo movimento di pensiero e di contestazione finisce per far perdere la pazienza anche a Papa Wojtyla (che è tutto dire), il quale nel 1988 scomunica il fondatore della "Fraternità", quattro altri vescovi da lui ordinati, mettendo così in crisi tutto il movimento. Però fece i conti senza l'oste e male ne incolse. Perché i suoi seguaci si accorparono e si diffusero come una fungaia. Sino al punto che oggi contano 500 sacerdoti, 300 religiosi, 700 fra istituzioni e luoghi di culto.
                                  Ora i lefebvriani corrono come cani sciolti.
Papa Ratzinger si trova con questa bella eredità, e costatando che la sua e nostra chiesa cattolica sta perdendo i pezzi tenta un riaggancio. In qualche modo convince la “Fraternita’” ad accettare il Concilio e il magistero del papa. Non si sa se conversione o cosmesi, i lefebvriani patteggiano e arrivano ad un compromesso, secondo la gerarchia accettabile. Ed è a questo punto che il 26 gennaio 2009 Benedetto XVI toglie la scomunica. Ma anche a lui, a quanto pare, male ne incolse perché gli adepti della “Fraternita” a guisa di cani sciolti, gridarono vittoria e che la vera chiesa è quella della tradizione, che, caso specifico, non ha senso rivalutare il popolo ebraico, perché questo fa del vittimismo a scapito della chiesa cattolica. Sicché abbiamo non solo l’uscita nefasta di Williamson, il quale fra l’altro proferisce minacce apocalittiche: verrà un diluvio di fuoco, Dio ha perso la pazienza, solo chi entrerà nell’arca della tradizione si salverà. Ed altre panzane come quella che le donne non devono andare all’università, perché sono prive del pensiero razionale, capaci solo di far figli. Ma abbiamo anche l’uscita di Floriano Abrahamovics, un trevisano discendente ebraico, capo della comunità del nordest, quello che celebra la messa in latino avendo per fedeli Bossi, Borghezio, Maroni ed altri leghisti felicemente divorziati e che predica: ”le camere a gas sono state usate solo per disinfettare ". Oppure P. Paolo Petrucci, priore di Rimini, che critica apertamente Ratzinger per la preghiera nella moschea blu di Istanbul. Cani sciolti, appunto. Valeva la pena? Ed è qui la domanda di fondo. Cioè come mai tutto questo, uno fra i non pochi incidenti di percorso dell'attuale chiesa, possa capitare rovinando la credibilità alla stessa. Una risposta potremo averla da un documento sottoscritto da 200 preti e teologi della Svizzera tedesca, emanato in data 29.1.09. Il gesto di Papa Ratzinger, cioè la revoca della scomunica ai tradizionalisti lefebvriani, si iscrive in una serie di decisioni che sembrano fortemente regressive. In pratica si starebbe cancellando 50 anni di storia iniziata con Papa Giovanni verso il 1960 con la conseguenza che anche i cattolici di buona volontà si trovano inermi. Alcuni episodi di questa regressione, ad un passato che sembrava superato: la concessione della messa in lingua latina con la schiena girata al popolo, l’introduzione alla beatificazione di Pio XII (1939-58), discusso per il suo silenzio durante lo sterminio degli ebrei nella seconda guerra mondiale(1940-45), la reintroduzione nel venerdì santo delle preghiere per la “Conversione degli ebrei”, cosa che li ha profondamente irritati, quasi che si volesse affibbiare ancora l’ignominia di popolo deicida, le affermazioni di Ratzinger per cui non è possibile un dialogo teologico fra le religioni, ma solo culturale. Tutto questo ed altre affermazioni costituiscono l’humus, il fondo, il terreno su cui nascono inevitabilmente una serie di casi penosi, fra cui il negazionismo di Williamson non sarà l’ultimo. Cioè inutile ignorare questa bestemmia storica, rappezzarla alla bene meglio con qualche scusa o apprezzamento pietoso, il caso è frutto del sistema. Ed è su questo che va fatta una profonda riflessione. La revoca della scomunica da parte di Ratzinger, anche se con le migliori intenzioni, è stata un autogol, ma è l’impianto della “squadra” chiesa che va rivisto.
                              Interrogativi ad una chiesa verso la restaurazione.
O siamo nell'egemonia di prelati sprovveduti determinati alla restaurazione? Perché i dico di oggi ed i disdico di domani, clamorose gaffe, errori di caduta sembrano facciano parte di un preciso disegno di arrivare passo dopo passo consapevolmente ad una chiesa preconciliare, di antico regime. Si riscontra troppa sproporzione fra il rigorismo sui temi etici perseguito con intransigenza e scelte dottrinarie compiute senza pensarci troppo su e suggerite da consiglieri di dubbia competenza. Come incomprensibile rigorismo si riscontra nelle scomuniche date e non più revocate ai teologi non allineati, ma di grande cultura e apertura profetica, da H. Küng a L. Boff, a J. Sobrino, a centinaia di pensatori, cui domani la chiesa potrebbe chiedere scusa. Per loro porte sbarrate, per i lefebvriani e tradizionalisti conservatori ovile sempre spalancato. Ovvero un pollaio aperto a tutte le volpi. Alcuni articoli apparsi sulla stampa cattolica sostengono che una cosa è la scomunica ed un'altra è l'opinione privata di un vescovo. E che Williamson è stato reintegrato in quanto avrebbe accettato le linee del Concilio, ma ciò non ha nulla a che vedere con la sua affermazione sul negazionismo della shoah. Però questo è ancora più grave. Manipolare la verità storica o addirittura negarla per dividere gli uomini merita non una semplice ma una doppia scomunica. Forse ritornare al comportamento di Gesù qui ci aiuterebbe ad uscire dall'equivoco. La parola di Gesù confortava, liberava dalle malattie, univa il popolo: era vera, autorevole, potente. Ci auguriamo che anche la parola della chiesa e dei suoi prelati oggi, in questa società invasa dai mass media, sia vera, rispettosa dell'oggettività storica. Che faccia di questo mondo così diviso una sola umanità. E in quanto al vescovo lefebvriano Richard Williamson e ai suoi corifei auguriamo che le supreme autorità gerarchica della Chiesa diano la santa penitenza di fare un pellegrinaggio ai piedi nel campo di sterminio Auschwitz e baciare i forni crematori dei milioni d'ebrei e cittadini del mondo finiti nelle camere a gas.

Autore:
Albino Michelin
06.02.2009

LE RAGIONI DEL MALCOSTUME ITALIANO

Bisogna premettere che quanto qui delineato non riguarda tutti gli italiani, né la globalità del nostro popolo. Vi è molto del positivo, i milioni di persone che si alzano alle sei del mattino per andare al lavoro, il volontariato, la solidarietà assai diffusa e tante altre belle qualità. Non si può però negare che il tasso di corruzione e di illegalità, la mancanza di senso civico fra di noi è molto elevato, purtroppo più che in atre nazioni. Per cui ci permettiamo di analizzarne le cause, allo scopo di prendere coscienza e battere strade migliori. Conoscere la nostra storia, ma senza autolesionismi. Le cause del malcostume italiano, senza andare ai proconsoli romani, Nerone, Caligola ecc. possiamo ravvisarle all'inizio dell’Unità d'Italia 1860-70 e cioè: l'assenza dello Stato, la negazione dello Stato nascente e in parte della Chiesa, la nostalgia della Chiesa del potere temporale e la mancata educazione alla coscienza personale.
                                            Assenza dello Stato: cittadino fai da te.
Lo Stato italiano fin dalle sue origini ha brillato per evanescenza, estraneità, lontananza. Fatta l'Italia sulla carta geografica si è disinteressato di fare gli italiani. Questi l'hanno visto non tanto come garante della legalità, ma come sfruttatore. Il popolo non ha partecipato alla formazione della nazione, ha solo assistito. Il 75% della popolazione al tempo era contadina, fuori dalle istituzioni, fuori dal mercato. Mangiavano quello che producevano, mancavano ospedali e scuole. Uniche istituzioni: i carabinieri, gli esattori delle tasse, i latifondisti con qualche rilevante appoggio clericale. L'altro 25% composto di proprietari, di commercianti, magistrati, maestri, impiegati: di qui nasceva la classe dirigente. La corruzione italiana, in parte anche fino a quell'attuale, è un fenomeno che deriva direttamente dall’estraneità dello Stato rispetto al popolo. Uno Stato barricato nei suoi privilegi, governato da codici e leggi proprie. Quindi la necessità di supplire l'assenza di legalità con la corruzione spicciola, la compravendita di indulgenze civili come faceva la chiesa con le indulgenze religiose. Altro non rimaneva al contadino che emigrare nelle Americhe, oppure darsi al brigantaggio e all'illegalità. Di qui è nato “il mestiere dell'arrangiarsi". Certo questo comportamento, la corruzione pubblica, non è solo un fatto italiano, ma soprattutto. Si trova nelle democrazie e in dittatura, in economie mature e sottosviluppate. Dovunque i furbi accalappiano gli allocchi, i quali cercano di rifarsi sui più allocchi di loro. Ma in Italia c'è un aggravante: la fatiscenza dello Stato, la debolezza delle istituzioni. Per noi all'origine, 1860, lo Stato non era un simbolo, non era la nostra Patria.
                                 La scomunica della Chiesa all’Italia nascente.
Anche questa una delle ragioni della nostra mancanza di legalità e di senso civico. Si sa che la Chiesa fino al 1870 possedeva lo Stato Pontificio con le regioni Romagna, Marche, Umbria, Lazio. Donazioni che partivano da Costantino (330), vera o falsa che fosse, dai Longobardi e da Pipino il Breve che nel 756 regalò alla Chiesa la costa adriatica. Con la Breccia di Porta Pia (1870) i Risorgimentali espropriarono Pio IX di tali possedimenti per fare l'Unità d'Italia. Questo Papa si rinchiuse sdegnoso in Vaticano, scomunicando tutti. I Savoia, Garibaldi, gli arruolati all'esercito e tutti coloro che avessero riconosciuto il nuovo Stato partecipando alle elezioni. Un'ecatombe di scomunicati. Non riconoscendo la legittimità di questa operazione la Chiesa contribuì a vedere nello Stato l'anticristo, alle cui leggi e interventi non si doveva ossequio e obbedienza. E tanto meno pagargli il fisco. Per cui l'italiano ha trovato un secondo motivo di fottersi dello Stato e del senso civico. Era sufficiente una religione intimista e individuale, salvare l'anima propria secondo i dettami di Santa Madre Chiesa. Le cose, come sappiamo, lentamente si accomodarono. Ad esempio nel 1929 con il Concordato fra l'Italia e il Vaticano, con il quale la Chiesa venne abbondantemente risarcita per tutti i secoli dei secoli con beni immobili e privilegi. Il tutto poi ampliato con il Concordato del 1984 fra Governo Craxi e Vaticano. A conclusione dell’argomento, una riflessione ci sia consentita: la fine del potere temporale (Stato Pontificio) dei Papi, al di là del modo con cui venne portato a termine dagli animi bellicosi, è da considerarsi una grazia di Dio, perché la Chiesa ha avuto l'occasione di ritornare un po' più evangelica, privandosi di orpelli e poteri imperiali. In fondo come la voleva Gesù.
                                  La nostalgia della chiesa: ”L’Italia mi appartiene.”
Frase pronunciata a suo tempo da Robert Mugabe, presidente africano: "Lo Zimbawe mi appartiene". E' un po' lo stesso spirito con cui la Chiesa considera lo Stato italiano. Non si muove foglia che la Chiesa non voglia. L'osservazione fa supporre che essa interferisca su ogni tipo di legge che non le aggrada, quasi che la nostra costituzione debba coincidere con il Vangelo, un po' come presso gli islamici in cui il codice civile deve coincidere con il Corano. Il paragone sembrerà irriverente, ma a ben rifletterci, non più di tanto. Dai Pacs, ai Dico, alla ricerca sulle cellule staminali, sul diniego ai diritti dei disabili e alla depenalizzazione contro gli omosessuali (pronunciamenti recenti in sede Onu) sono interventi che non lasciano tanto respiro alla componente laica del mondo italiano, nonché agnostica, atea, anticlericale. Non la si può considerare dei "nostri" contro la loro volontà. Eppure nello spirito che "L'Italia mi appartiene" la gerarchia interferisce. Essa risponderà che rivendica la giusta libertà di proclamare e annunciare il Vangelo. Se fosse cosi siamo tutti d'accordo. Ma sono le pressioni che irritano. La Chiesa può tollerare, disapprovando il divorzio, l'aborto, l'eutanasia negli altri Paesi, come ad esempio in Svizzera e dovunque nel mondo, ma non nel "suo" Stato. Significativa la risposta che diede recentemente la cameriera di un ristorante trevisano. "Trova, signorina, una differenza fra Gesù Cristo e la Chiesa da voi?". Al che rispose non essere lei molto praticante né addentro alle distinzioni sottili. Ma che Gesù per lei è una guida, la chiesa invece un potere. Ed è perciò che questa istituzione a lei non interessa più di tanto. Essa si fa i fatti suoi. Significativo: farsi i fatti propri, cioè l'arbitrarietà di comportamento, rifiuto delle regole e avanti fino al malcostume, tutto ciò trova pure una causa nell'invadenza della chiesa: "voi italiani, mi appartenete". Logica la reazione.
                                    In Italia una chiesa perseguitata dallo Stato?
E' l'affermazione di molta stampa cattolica, nonché di molti prelati. Ci vuole un bel coraggio, rasentiamo il grottesco. Proviamo a dare qualche informazione sul come la Chiesa "mette le mani sulla città", cioè sul popolo italiano? Intendo a livello di denaro, di privilegi, di esenzioni. L'8 per mille (circa un miliardo di euro all'anno) con un metodo alquanto furbescamente truffaldino. Contributi alle scuole cattoliche di sua gestione (535 milioni secondo accertate stime), quando la costituzione vieterebbe in questo settore oneri per lo Stato. Uno stuolo di insegnanti di religione cattolica a carico dello Stato, assunti senza un concorso, circa 15 mila, con diritto al successivo passaggio ad altre cariche, mentre innumerevoli precari regolarmente laureati attendono da anni l'assunzione a tempo indeterminato. E poi il discorso sui possedimenti andrebbe per le lunghe. Il 16 del patrimonio italiano appartiene alla Chiesa, il 5% degli immobili nella città di Roma pure. Nessuna tassa, nessuna lci, forse qualcosa sui business commerciali gestiti nei suoi ambienti. Per non dire di tutti gli altri contributi statali alle 'Università cattoliche, addirittura a quella dell'Opus Dei (20 milioni) un vero potentato economico, vada invece per l'ospedale di P. Pio (5 milioni annui). Ora se la chiesa rinunciasse a tutti questi foraggiamenti del popolo italiano, lo Stato potrebbe dimezzare le tasse a tutti i cittadini. La valutazione minima è dai sei miliardi annui in su. Una chiesa perseguitata? Grottesco. Pensiamo anche a tutto lo spazio televisivo che la Chiesa esige. Cerimonie liturgiche, Pontificali, parate militari, interventi a "Porta a Porta", e altre rubriche, dove appaiono sempre gli stessi prelati o teologi domestici, debitamente vaccinati e censurati, mentre altri studiosi di materie religiose, seri e competenti non avranno mai il diritto di parola, perché non allineati. Manca un ampio confronto. Per non parlare delle trasmissioni di altre religioni non cattoliche, confinate a notte fonda, come l'ora protestante e dei valdesi. E le frequenze esclusive di Radio Maria, un'emittente molto settaria e dal cattolicesimo becero, che rendono difficili l'ascolto di altre frequenze come Rai 3? Chiesa perseguitata o Chiesa acchiappa tutto? Ora quest'atteggiamento che esige privilegi e anche con arroganza, indispone buona parte della collettività. La quale conclude: noi pagare le tasse, il fisco, correttezza nell'uso del denaro pubblico? Cominci la Chiesa. E' qui anche, ripetiamo, una causa della cosiddetta corruzione degli italiani. Con il grosso pasticcio che non riuscendo a distinguere quando la Chiesa, il Papa, ecc. parlano come potere economico oppure come testimoni della verità evangelica e della trasparenza, si rinuncia ad ogni discussione e pubblico dibattito. Tutto finisce nell'ipocrisia e nel baciamano, nell'uso politico della religione e viceversa.
                La doppia morale della chiesa: forte con i deboli, e debole con i forti.
Significativo il caso di Papa Clemente VII che nel 1535 scomunicò Enrico Vlll d'Inghilterra in quando fece divorzio da Caterina d'Aragona e si sposò la Anna Balena. Forse troppo duro, ma certamente lineare. Si comporta così oggi la nostra gerarchia? La risposta lasciamola al buon senso della gente. Ad un certo Tullio Craincevich di Asola (Mantova) che dopo di aver ascoltato una bella concione sulla Sacra Famiglia nella parrocchia del paese in data 28.12.08 scrive: "ho appreso che Barbara Berlusconi è gravida per la seconda volta dal suo abituale compagno. E non è sposata. Molti dei nostri politici (Berlusconi, Fini, Casini, Bossi, ecc.) sono divorziati, risposati, con figli da più mogli. Spesso portati ad esempio da uomini di Chiesa di alto livello. E quando si sposano hanno il sacerdote, benedizione papale, comunione in mondovisione aIla Berlusconi, consenso a fare da padrini e testimoni in celebrazioni religiose, anche se irregolari. Sono passati secoli, ma per la Chiesa non è cambiato nulla. Per i poveracci solo reprimende ed esclusione dalla comunione, per i potenti sempre onori e accondiscendenza, indipendentemente dai loro comportamenti. Spalancato il cancello al Figlio prodigo, chiusa la porta dell'ovile per la pecora smarrita". Fino a qui il signor Tullio, ma rappresenta milioni di italiani. Si risponderà che la Chiesa deve fare delle scelte difficili, fra un male minore ed uno maggiore. Dovremmo concludere che opportunismo ed ipocrisia allora sono probabilmente le ragioni della sua lunga durata? Ma è qui che la gente si confonde, soprattutto quella che desidera vedere nella chiesa una compagna della loro fede e della loro gioia, come faceva Gesù. Conseguenza di questo relativismo? Che ogni cattolico fa quello che vuole, per cui anche in Italia cattolici praticanti domenicali concludono: "la Chiesa dica quello che vuole, io faccio secondo la mia coscienza". Ed anche qui si ravvisa una ulteriore causa del malcostume e della nostra corruzione.
                                      Educare gli italiani alla coscienza civica.
Questo dovrebbe essere il primo compito oggi della chiesa. Sia alla scuola di catechismo, sia alla scuola pubblica, sia nella predicazione domenicale, così asettica e generica, nulla dicente. Primo: la formazione della coscienza come avviene nei paesi protestanti, dove si ritiene che i cattolici confessandosi dal prete possono sempre ricominciare da capo, stante il facile perdonismo. Ma di fronte alla propria coscienza non si può né raggirare, né sfuggire. In Italia la Chiesa per combattere il protestantesimo, si è fatta essa stessa autoreferenziale, anziché formare la coscienza del popolo. La quale, secondo Paolo (Lettera ai Romani), è l'ultima norma di comportamento. E poi coscienza "civica": prima rispetto alle regole civili, di relazione col prossimo, di uso trasparente del denaro, e poi l'educazione alla pratica cultuale, la preghiera, la messa, i pellegrinaggi. Ma prioritaria sarebbe "religione e cultura”. Lentamente così in Italia diminuirà la casta dei furbi a vantaggio della società degli onesti.

Autore:
Albino Michelin
23.01.2009

martedì 10 novembre 2015

NASCITA, VITA, MORTE DEI SIMBOLI. FAZIOSA POLEMICA SUL CROCEFISSO

Quello dei simboli è un linguaggio antico quanto il mondo. Magari si evolvono, vengono sostituiti con il cambiar dei tempi o dell'età anagrafica dell'uomo, ma restano indistruttibili. Anche i bambini quando disegnano si esprimono attraverso i simboli seppure simili a scarabocchi. C'è sempre il sole (simbolo di vita e gioia), la casetta (simbolo di protezione e sicurezza), la pianta (simbolo della natura con i suoi cicli di sviluppo). La fantasia del bambino è sempre popolata da simboli, cappuccetto rosso, le fate, gli gnomi, il grillo parlante. Le opere letterarie, i films, la pubblicità tutto si esprime e risveglia l'attenzione attraverso i simboli. Anche la Bibbia, a parte ovviamente le figure storicamente indiscusse come Gesù la sua famiglia, la sua morte, i profeti dell'Antico Testamento, è si parola di Dio ma che si esprime attraverso una grande quantità di simboli. E come quando qualcuno con il dito ti segna la luna, tu non devi guardare il dito ma la luna, così è dei simboli, nel caso, di quelli contenuti nella Bibbia. Importante è sapere decodificare. Diversamente la Bibbia anziché un libro che unisce diventa un libro che divide.
La parola "simbolo" deriva dal greco "sün-ballo", o "sün-ballein"=rinviare oltre. Indica un oggetto o un modo di dire che non va recepito nella sua significanza oggettiva, ma che rinvia ad una realtà più profonda e più universale. Ad esempio la bandiera è un pezzo di stoffa se la considero come semplice manufatto. Non significa nulla in se, ma rimane altro. In effetti, se io ci sputo addosso tutto il suo popolo insorge, lo considera un insulto a tutti coloro che essa rappresenta. Il simbolo è un'immagine mentale carica di sentimenti, di affetti, di pulsioni, di impulsi, nonché di sogni. In quanto poi alla lettura dei simboli diremmo che la percezione di essi può dipendere da un sentimento oggettivo. Ad esempio: non amo il nero perché mi fa paura. Oppure dalle abitudini e dalle diverse culture. Ad esempio in Europa nei funerali ci si veste di nero (qui simbolo del lutto), in qualche parte dell'Asia ci si veste di bianco, perché là quello è il colore del lutto. In India la vacca è sacra (simbolo della vita, del latte quale nutrimento vitale), da noi la vacca è un quadrupede come tanti altri. O ancora, la percezione dei simboli può dipendere da una realtà immanente, oggettiva. Ad esempio la notte è il simbolo dell'oscurità e della morte per tutti e per tutte le epoche. Come sopra citato, ugualmente il sole è il simbolo della vita per tutti e per tutte le epoche. E facciamo un passo più avanti. Il simbolo è o può essere anche bivalente. Ti rimanda ad un significato oppure al suo contrario. Ad esempio, la madre è uno dei simboli più immediati. Ti rimanda a pensare: donazione, dare la vita, aiutare a crescere, rendere autonoma è indipendente una persona, suo figlio. Ma può significare anche l'opposto, cioè possesso, sentirsi proprietari del bambino, viziarlo, chiocciarlo. Si vuole che realizzi ciò che la madre ha fallito, la si schiavizza. Con tutte le conseguenze psicologiche che ci capitano addosso allorché si abusano e si sfruttano i simboli. Dunque ci sono simboli particolari e universali, simboli provvisori e permanenti. Anche qui, ci si scusi la ripetizione, il problema è decodificare. Ecco perché oggi i medici come i psicologi, parapsicologi, psichiatri, psicoterapeuti hanno assunto un’importanza essenziale nella salute specie mentale della persona. L'elaborazione, l'espressione, la repressione, la regressione   dei   simboli sono aspetti da non sottovalutare. Questa premessa un po' teorica è però essenziale se vogliamo affrontare il discorso sul crocefisso e sui simboli religiosi (moschee, minareti o campanili islamici compresi) uscendo un po' dai luoghi comuni e dalle guerre di religione.
                                                             Dalla croce alla svastica
Un bel salto nel tempo.  Già nel 500 a.C. la Croce era conosciuta come simbolo di buon augurio. Dal sanscrito "Schwasti". In effetti le 4 braccia orientate verso i quattro punti cardinali volevano significare "salute a tutti, un abbraccio a tutto il mondo".

 Più tardi al tempo dei romani, i nostri antenati gloriosi hanno rovesciato il senso di questo simbolo, dall’amore all'odio. Ciò avviene anche nelle coppie di innamorati: se succede una rottura la persona amata diventa la più odiata. Non la si vuole più vedere. E così i romani sulla croce ci inchiodavano gli schiavi.  Come dire: "ti facciamo vedere noi, o sedicente Messia, gli auguri di buona fortuna. L’abbominio e il disprezzo di tutti, come per ogni schiavo, né più né meno. Nei primi tre secoli della chiesa il crocefisso non divenne il simbolo ufficiale del Cristianesimo, come lo fu il Buon Pastore. Senz'altro abbiamo qualche passo dell'apostolo Paolo che enfatizza talora il significato della Croce di Gesù, secondo cui un Dio offeso dai peccati degli uomini avrebbe preteso una riparazione adeguata: il sacrificio del suo stesso figlio. Ma poi Paolo corregge questa sua concessione alla mentalità del tempo affermando: "se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede". Per la vera Chiesa dunque Croce e crocefisso rappresentano un momento di passaggio (transeunte). Mentre invece lo stato permanente di Gesù dopo la Pasqua è il "Risorto, il Vivente": Questa è la vera identità cristiana. Al tempo delle persecuzione (200-300 d.C.) dell'Impero Romano contro i cristiani, il simbolo usuale di questi non fu il crocefisso, ma il pesce. Un acrostico. Perché dal greco "JKDUS" le iniziali significavano: "Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore". E dopo la pace religiosa di Costantino (313) il simbolo più comune dei cristiani ritornò ad essere Gesù Buon Pastore. E chi visita la Basilica di Sant'Apollinare in Classe (Ravenna), stile bizantino del 520 d.C. osserverà

                                       Decreto regio di Benito Mussolini
un grande mosaico nell’abside in cui campeggia uno stupendo Gesù tra fiori e agnelli a brucare l’erbetta: idilliaco Gesù buon pastore. Purtroppo nella storia successiva Gesù è diventato un simbolo bivalente, a volte simbolo di vita e di amorea volte abusato come simbolo di morte e di distruzione. Infatti già dal tempo di Teodosio Imperatore (380 d.C.) la croce ha iniziato ad essere simbolo di potere, per spronare le crociate, per schiavizzare popoli interi, battura sulla bocca degli ebrei per indurli a confessione o sulle labbra delle streghe per farle ravvedere prima di essere bruciate al rogo. Fino alla croce uncinata dei nazisti, simbolo della shoah nella seconda guerra mondiale. Senz’altro croce e crocefisso hanno suscitato nella storia eroismi, solidarietà, cura dei poveri e dei malati, ospedali, istituzioni benefiche. Ma anche qui con il rischio sempre in agguato dell’ambivalenza. Per onorare la croce si è predicata rassegnazione, sottomissione, meriti per il paradiso. E tanto silenzio. Porta la tua croce figliolo e stai zitto. Quando invece Gesù disse: ”misericordia voglio e non sacrificio.”
E così siamo arrivati al 1924, al dittatore Benito Mussolini che patteggiò con la chiesa. Se essa riconosceva il partito fascista, se gli concedeva il sabato per la ginnastica e lo sport dei lupetti, balilla, avanguardisti, piccole italiane, egli il Duce avrebbe reso obbligatoria l'affissione dei crocefissi nei locali pubblici. Papa Ratti Pio XI ci cascò nel tranello tanto che nel patteggiamento del 1929 definì Mussolini l'uomo della Provvidenza. Più tardi si accorgerà dell'astuzia, tenterà di condannare il mito della razza, ma intanto la frittata era fatta. Tutto il popolo italiano è convinto che l'affissione obbligatoria del crocefisso sia il simbolo storico della nostra identità, invece è solo un equivoco politico o quasi. E nell'ora settimanale di religione questa vera storia del crocefisso non la si insegna. Proibito capire, obbligati a obbedire. La verità viene cosi ancora una volta manipolata. Non si vuole l'ora di "cultura e storia delle religioni", e così si elimina una chance: la reciproca conoscenza delle fedi da parte delle varie etnie stanziate in Italia. E la polemica sale. Obbligo di esporre il crocefisso nei luoghi pubblici se no fioccano le multe. Per chi non si adegua: 500 euro di multa dal sindaco di Trivolzio (PV), altrettanto a Galzignago (PD). Per chi lo toglie? 500 euro di multa, vedi sindaco di Enna e di Scarlino (GR), 150 euro vedi sindaco di Besana (LC). Un modello per tutti? Il sindaco di Verona che nel suo ufficio al posto della foto del Presidente della Repubblica Napolitano ci mise il crocefisso.
Si obbietterà che in Italia '84% della popolazione vuole il crocefisso nelle scuole. Non ci importa la loro composizione. Mi esonero da eventuali offese, ma lo dice lo studioso Mannheimer. In genere si tratta di anziani, praticanti conservatori, tradizionalisti, di cultura mediobassa, meridionali, e ovviamente atei di destra. Lo dice. Però in materia di diritti e di coscienza non vale il principio di maggioranza. Nell'ambito della coscienza non c'entra la democrazia: ognuno ha libertà di seguire il proprio credo, e il dovere di rispettare quello diverso, degli altri, anche se fossero minoranza, cioè nel caso, il 16%. A imporre il crocefisso nei luoghi pubblici e per legge noi italiani saremmo come i maomettani che impongono il Corano e il burqa con sanzioni penali. Pari e patta, per niente migliori.
Altra voce dal coro: Noi toglieremo il crocefisso dai luoghi pubblici, costruiremo moschee e minareti quando "loro" ci lasceranno costruire le chiese nei loro territori. Reciprocità! Bene, ma Gesù non ha ragionato così. Prima ha cominciato lui e poi disse: "venite e seguitemi". Anzi forte quella sua espressione: "se voi fate del bene a quelli che lo fanno a voi, che merito ne avete? Avete già ricevuto la vostra mercede". Aspettare reciprocità non è cristiano. Allora dove porre oggi il Crocefisso, abolirlo del tutto? Niente affatto, il simbolo è visibilità e ogni religione ha diritto a questa visibilità: nei luoghi appropriati! Non certo in tribunale, nemmeno nei bar degli avvinazzati, nemmeno nei nascondigli dei mafiosi latitanti. Don Milani, quel prete fiorentino che dopo la guerra aveva organizzato nella sua parrocchia di montagna una scuola per adulti, sapendo che la sua povera gente erano tutti comunisti, nell'ora di lezione toglieva il crocefisso dalla parete della canonica e lo riponeva nel cassetto. Non era un vergognarsi di Cristo, ma rispetto verso certi poveri cristi che si trovano nella miseria spesso a causa della strumentalizzazione cattolica del crocefisso stesso. I luoghi adatti per l'esposizione di questo simbolo, oggi come oggi, possono essere i nostri luoghi di culto, la cima dei monti, i sentieri di montagna o anche, a seconda della propria fede, attorno al collo. Ma prima di tutto il luogo appropriato del crocefisso è la propria coscienza. Troppi crocefissi in giro, poco vangelo, nessuna coscienza. E tutti i politici e cattolici loro seguaci che si scandalizzano per la sentenza di Strasburgo del 3.11.09 facciano un esame di coscienza. La vera battaglia è quella di non crocefiggere nessuno, di togliere la croce sulla spalle degli ultimi. Da noi crocefissi sono i precari, i senza tetto, gli stranieri, i respinti nel mare, gli annegati delle carrette. A che servono i crocefissi sui muri quando si offende il crocefisso violando il talamo coniugale, inventando riti pagani al Dio Po, si baciano le pantofole alle gerarchie cattoliche a scopo elettorale? Questo è uso politico della Religione. Anche se l'Italia è la prima ed ultima provincia del Vaticano teniamoci il nostro simbolo dell'identità patria che è la bandiera. E lentamente maturiamo la sostituzione del Crocefisso con il vero simbolo cristiano che è la Risurrezione di Gesù. In effetti in molte chiese abbiamo già questa icona: un Gesù nella posizione di crocefisso, ma senza croce e senza chiodi. Come librato in cielo. Si riferisce al Vangelo di Giovanni secondo il quale la croce per Gesù si è identificata con il trono della Risurrezione. Vogliamo inaugurare una vera battaglia a favore o contro l'esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici? Bene, togliamo la croce dalle spalle dei poveracci del nostro tempo, facciamoli risorgere a nuova dignità.

Autore:
Albino Michelin
08.12.2009

EUROPA DALLA RADICI CRISTIANE E COMMERCIO DELLE ARMI

In una trasmissione di La7 dal titolo "Così è la vita" andata in onda nel giugno 09 il cappellano militare della base americana d'Aviano in Friuli per giustificare tutto il potenziale d'anni comprese quelle atomiche stipate nel loro arsenale così si espresse. "Non sono gli studenti a garantire la libertà d'istruzione, ma i soldati. Non sono i giornalisti a garantire la libertà di fede, ma i soldati. Solo i soldati sono pronti a morire per proteggere il proprio popolo. E quindi anche la chiesa prende atto di questa loro dedizione e disponibilità. Perciò prego che i nostri comandanti prendano sempre delle buone decisioni". Tutte queste belle espressioni proferite dopo aver celebrato l'eucaristia e distribuito la comunione nella cappella della base militare. In concreto, una bell'apologia del militarismo. Ovvio non si debba dare sempre tanto credito a ciò che dice un singolo prete, magari a nome proprio, ma c'interessa sapere che quanto da lui proferito è purtroppo benedetto e accettato dall'istituzione cui egli appartiene. Cioè l'esistenza e la conferma dei cappellani militari sovvenzionati dallo Stato e scelti dall'Episcopato. Venire a conoscenza e venire confermati da queste informazioni irrita, se si pensa a tutta la caciara che si fa attorno alle radici cristiane dell'Europa e specificatamente dell’Italia. Polemiche assurde soprattutto se ci si riferisce alla produzione, al commercio, alla vendita d'armi. E le armi non sono giocattoli, ma strumenti di morte, distruzione di vite umani. Se ci dovessimo appellare al lontano popolo ebraico, la cui religione precede quella di Cristo, va detto che, pure in un'epoca in cui la guerra fra questo e tutti gli altri popoli era una condizione di vita, però emerge anche lì ogni tanto qualche contestazione all'uso delle armi. Specialmente presso i profeti, e anche nel libro dell'ecclesiastico, dove si dice che "la saggezza è meglio della guerra" e delle armi. Se poi ci riferiamo a Gesù di Nazareth il discorso si fa più radicale, anzi rappresenta il massimo obbiettivo ed ideale della sua vita. Quando ad esempio nel Getzemani i soldati andarono a catturarlo avvenne che uno dei suoi, preso da sacro furore, brandì la spada e tagliò un orecchio ad uno degli assalitori. E Gesù pure nel parapiglia della colluttazione e dell'ansia per la morte imminente, ebbe il coraggio di dire: "Rimetti la spada nel fodero!" e riattaccò l'orecchio al soldato del blitz.
                                San Sebastiano, martire perché antimilitarista.
Nei primi tempi del Cristianesimo era interdetto al credente il servizio militare e chi faceva parte di qualche esercito non poteva ricevere il battesimo. Simbolo di questo "pacifismo" fu S. Sebastiano, martire sotto Diocleziano, morto, finito trafitto dalle spade dei suoi commilitoni tribuni del Cesare.  Il cristianesimo delle origini era decisamente contrario all'uso delle armi. Perciò tutti coloro che oggi difendono le radici cristiane dell'Europa non devono dimenticare l’obbligo di tirarne le conseguenze: denunciare la fabbricazione, l'uso, il commercio delle armi.  Il Concilio Ecumenico del 1965 ha stilato una costituzione fra le altre "Gaudio e Speranza" in cui si legge: "le armi specie quelle nucleari sono definite delitto contro la stessa umanità che con fermezza e senza esitazione deve essere condannato". Il nostro sconcerto diventa totale se pensiamo che oggi quest'operazione "commercio delle armi" viene ritenuta necessaria. Vediamone il meccanismo perverso: il 30% della popolazione mondiale, cui pure noi europei apparteniamo, continuiamo e vogliamo usufruire dell'87% delle risorse della terra: Mentre l'altro 70% della popolazione mondiale deve accontentarsi del 13% di dette risorse. Per mantenere questo equilibrio scandaloso è necessaria fra le altre anche la strategia "commercio delle armi". Diremo che le statistiche a proposito non risultano molto precise, anche per non sporcarsi troppo la faccia. Però non si è lontani dalla realtà se ci si attiene alla seguente elencazione, riguardante l'esportazione d'armi leggere. Pare che l'ammontare complessivo sia di tre miliardi di dollari annui. Usa al primo posto con 643 milioni, al secondo posto l'Italia con 434, quindi via via la Germania con 347, il Brasile con 166, l’Austria con 152. Dalla Svizzera abbiamo dati ancora meno precisi. Notizia di stampa danno per il 2008 oltre 600 milioni di franchi con un robusto aumento rispetto all'anno precedente. Risale soltanto a poco tempo fa il Referendum del 29.11.09 in cui il 67% dei votanti si dichiarò contrario al divieto d'esportazioni d'armi, cioè favorevoli al commercio. Il tutto nella Patria della Croce Rossa Internazionale. I costi stimati ogni anno per i danni prodotti da questo tipo d'armi vanno oltre i 163 miliardi di dollari. E sono i più poveri a subire l'impatto più brutale, tanto che le armi possono essere considerate una delle cause strutturali che alimentano la povertà. Per inciso dovremmo ricordare che l'Italia vende al Gana le mine antiuomo che mantengono un potere mortale per oltre 60 anni. Così i bambini di domani che giocheranno con questi attrezzi periranno tutti allo stesso modo. Ma queste sono le radici cristiane dell'Europa e dell'Italia? Di fronte a tali cifre ovvio tirare delle conclusione. Squallide! Ma squallido anche il prete di Aviano il quale facendo 'sto bel discorso alla Tv senza venire redarguito mette ancora una volta in risalto il silenzio della chiesa ufficiale. Pure in questo settore la nostra è la chiesa del silenzio, senza però che siano i comunisti come al tempo di Stalin a metterle la mordacchia, o la museruola, che dir si voglia. La Chiesa e gli armamenti: prediche alate. Nelle prediche in chiesa e nelle preghiere, eccezione dell’Angelus papale, non si parla mai di questo argomento. Chiaramente ed in modo specifico. I soliti piagnistei contro le guerre nel mondo, le devote perorazioni in favore della pace. Un genericismo, un   formalismo pietoso. Mai una parola chiara contro la produzione e il commercio delle armi. Forse si toccano troppi interessi, si sbilanciano certi equilibri. Ma chi si mette apertamente a farle osservazione arrischia il posto e anche il confino. La dimostrazione di quanto sopra è l'esilio comminato una ventina di armi fa al P. Zanotelli, direttore della rivista "Nigrizia" che si è permesso di pubblicare il resoconto finanziario della vendita d'armi da parte dell'Italia verso i paesi terzomondisti. Ha dovuto fare le valigie con il potere congiunto di Andreotti e del Vaticano e finire in una scuola materna del Congo. Due anni or sono in Italia si è avuto un referendum sulla procreazione assistita. La chiesa con il Card. Ruini fece fiamme e fuoco perché si disertassero le urne. E il 75% in effetti non si presentò ai seggi elettorali. Motivazione della chiesa: "la vita è sacra dal concepimento al suo termine naturale". Giusto, discorso moralmente ineccepibile. Però facciamo un passo avanti, verso la coerenza. Perché mai di fronte a tutte queste fabbriche di morte la chiesa attuale non interviene con altrettanta determinazione e passione? Qualcuno ci viene a dire che ad uccidere, a sparare non sono i fabbricanti d'armi ma i belligeranti delle diverse nazioni. Scappatoia serpentina: "ladro chi ruba e ladro chi tiene il sacco". E come nell'aborto la chiesa ci dice che scomunicata è la donna che lo chiede ma anche il medico che collaborare ad esaudire la sua richiesta, cosi la condanna al commercio delle armi la chiese dovrebbe infliggerla sia a chi compera ma anche a chi vende. Italia cattolica compresa. Si sa che questo discorso coinvolge anche un enorme aspetto finanziario: la riconversione di queste fabbriche e la ricollocazione degli operai. Ma è un'operazione che a lunga scadenza paga in progresso morale. Le radici cristiane si vedono dai frutti e non dalle risse politiche sul Dio Po, sul crocefisso nelle scuole e nei tribunali, o sulla croce da aggiungere alla bandiera italiana, o sullo stop ai minareti. Se no è commedia buffa!

Autore:
Albino Michelin
04.12.2009

lunedì 9 novembre 2015

CORRADO ALVARO: DA SAN LUCA UN RISCATTO PER LA CALABRIA

Due anni or sono il paese di San Luca (RC) è stato scosso da un evento devastante che lo ha fatto tornare indietro verso i secoli bui. Ci riferiamo alla mattanza di Duisburg in Germania compiutasi nella notte di ferragosto del 2007 in cui delle famiglie rivali si sono fatte giustizia (o vendetta) lasciando all'ingresso di una pizzeria sei morti, di cui due provenienti da S. Luca e gli altri dal territorio limitrofo. Stampa e media di tutto il mondo ne hanno dato ampia divulgazione costringendo gli abitanti del piccolo comune a rinchiudersi nella loro rabbia e nel loro silenzio. Addirittura è trapelato dalla TV che l'eccidio sia stato progettato attorno al Santuario Madonna di Polsi, appartenente a San Luca, dove per le feste di ferragosto i boss della ndrangheta tengono il loro quartiere generale.  Nel presente articolo non ci interessa analizzare fatti e misfatti della cupola mafiosa, vera piovra del territorio. Il paese di Corrado Alvaro non esporta solo gente di malaffare ma anche e soprattutto onesti lavoratori ed eventi culturali di alto livello, grazie al lavoro disinteressato di un gruppo di volontari del luogo.
                                            Su per la valle del Buonamico 
E' il fiume che scendendo dall'Aspromonte attraversa il paese e si getta nello Ionio. Sino al 1592 il territorio si chiamava Potamia (dal greco Potamos=fiume) ma siccome questo buon amico spesso diventava un pericoloso convivente finiva per minacciare gli abitanti del luogo con le sue piene e le sue inondazioni, i pastori hanno deciso di costruirsi le loro piccole caratteristiche case su per le pendici del Montalto. A S. Luca ci sono andato anche quest'anno per il tradizionale studio d'ambiente: osservare la natura, la configurazione di luogo, leggerne la preistoria e le vestigia della storia, conoscere gli uomini e le donne di questo paese con le loro passioni, sofferenze, contraddizioni, ribellioni. S. Luca è uno dei paesi più vasti della Calabria con oltre 10 mila ettari. Uscendo dalla statale Ionica ed inerpicandoci verso l'interno ci si trova di fronte all'Aspromonte, con i suoi calanchi, maestoso e suggestivo. Aspro nel nostro senso lo è veramente, però dal greco (asper=bianco) lo si dovrebbe chiamare Monte Bianco anche se, anziché ricoperto di neve è ammantato da un verde intenso e silvestre. Gli studiosi gli danno 400 milioni di anni, come dire nato ieri. I romani già prima di Cristo venivano qui a tagliare il legname per le loro navi e i costruttori della ferrovia Reggio Calabria-Taranto nel 1850 sceglievano le loro traversine da installarle fra le rotaie. E i veneti e lombardi nel 1902 sono immigrati qui dal nord per impiantarvi le loro fabbriche di pipe con segheria per 400 boscaioli. Produzione che poi si bloccò per non chiariti motivi. Proseguendo sempre verso il monte si incontrano blocchi di carabinieri e forze dell'ordine. Ma pare non facciano troppo del male se ragazzi con il motorino sfrecciano loro davanti in slalom, privi di casco protettivo. Infrazioni che altrove verrebbero puniti anche con la confisca del mezzo meccanico. Ai Iati del percorso una flora variata piacevole a vedersi. Mirti, tamerici, pulicani, fichi d'India, margheritine multicolori. Da queste parti 3 mila anni avanti Cristo si aggiravano i primi uomini preistorici. Ci passarono i colonizzatori greci sette secoli prima di Cristo, qui nacque la civiltà italiota.   E dopo i romani fu la volta dei bizantini con i loro monaci che verso il 7° secolo che si insediarono sulle alture di Polsi per fondarvi un romitorio trasformato a metà del decimo ottavo secolo in un santuario mariano, uno dei più famosi della Calabria. Teatro di scontri fra angioini, aragonesi, francesi, spagnoli dal 1000 in poi. Nel 1806 ci passarono i Napoleonici mica solo per un viaggio turistico, quindi fu la volta dei garibaldini in lotta contro le truppe del Re "Galantuomo" con l'effetto di suscitare il brigantaggio: un rappresentante di spicco Nino Martino. E si arriva al 1972 quando una disastrosa alluvione mise in ginocchio il paese. Declino ed aumento dell'emigrazione già da tempo in atto. San Luca apre una finestra sul mondo. Entrando in paese ci si incontra con gli abitanti. Le donne anziane vestono ancora di nero però non se ne vedono di quelle che secondo le foto d'epoca portano sul capo le ceste di genere alimentari con dentro anche i bambini. Le ragazze invece indossano un abbigliamento secondo i nostri modelli della città. Su far della sera le coppie giovani passeggiano con il controllo di qualche fratellino. Con il forestiero di passaggio la gente non si chiude a riccio, è molto aperta e disponibile. Alla richiesta di un luogo si dilunga volentieri in tante indicazioni come ti volesse accompagnare per mano nel luogo da te desiderato.   Gli abitanti nel 1950 erano circa 5000 ora sono 4078 con un migliaio d'emigrati. Scorrendo l'elenco telefonico si riscontra che i nomi di famiglia più ricorrenti sono gli Strangio con una trentina, e una ventina di Giorni, Mammoli ti, Nirta, Pelle, Romeo. Sette-otto bar, due-tre pizzerie. La chiesa parrocchiale dedicata a S. Maria della Pietà, costruita sopra un piccolo promontorio, con attorno una piazza assai ristretta, che a motivo anche del bar centrale Spadolini è spesso intasata da decine di auto con un parcheggio entra ed esci che richiede molteplici svariate manovre. Gli anziani vivono in famiglia, il ricovero in casa di riposo è raro. Qualche badante dall'est esiste già e forse il numero è destinato ad aumentare. Il piano regolatore e l'architettura del paese è molto elementare in cui è pero visibile una certa ingegnosità d'un popolo pastore. Ovviamente e di particolare rilievo, spicca la casa natale di Corrado Alvaro, di fianco alla chiesa, ex palazzo Marchese Clemente, visitata da turisti e illustri personaggi della cultura e della politica, come il caso del Presidente della Repubblica Saragat che nel 1966 onorò San Luca della sua presenza. Due i cimiteri, quello antico verso il monte, e quello nuovo situato al piano. Poco da dire sull'artigianato, qualche ditta di calcestruzzo. Per il resto pastorizia, un po' di agricoltura e qualche coltivazione di mirtillo. Tuttavia ciò che chiaramente caratterizza S. Luca e gli apre le finestre sul mondo è la personalità di Corrado Alvaro (1895-1956). In assoluto uno dei maggiori scrittori del 900. Narratore, saggista, romanziere, giornalista, pubblicista. Scrittore fra i più inquieti della sua generazione, moralista, ingegno sottile, immediato e profondo osservatore di fatti e costumi. Di un'arte sostanzialmente lirica. Calabrese ed insieme europeo, l'unico degli scrittori del Sud del 900 ad essere entrato nella dimensione dei classici. Da ragazzo frequenta l'istituto dei Gesuiti a Frascati (Roma), ma dopo alcuni anni viene espulso perché colto in flagrante a leggersi le poesie di Carducci. Il fatto inciderà anche sulla sua dimensione interiore in quanto si porterà dentro il sentimento di venire espulso anche da Dio. In età adulta percorre tutta l'Europa per comunicare e ricevere cultura. Nel 1928 causa le ordinanze fasciste espatria ed abita per qualche tempo a Berlino, intessendo rapporti anche con Pirandello. Tra le innumerevoli sue opere il capolavoro resta "Gente in Aspromonte", in cui non solo registra, ma penetra nei segreti della Calabria e dei calabresi.  Il mito arcaico della Calabria (espressioni sue) terra ottusa, primitiva, rozza, passionale, avvolta nell'ignoranza, e non v'è calabrese che non ne conosca la sofferenza straziante. Quella di Alvaro per quanto sincera non è un'analisi autolesionista, ma tesa alla promozione e alla liberazione. Per cui San Luca, nonostante ciò, riconosce in lui il figlio più celebre: lo ha riscattato di fronte al mondo. Perciò il paese non vuole consegnarsi né allo scoraggiamento né alla disperazione.   Dal punto di vista psicologico l’intimo di Corrado oscilla fra il pessimismo e la speranza. Rimane sempre un po' diffidente verso un mondo che sta per aprirsi alla tecnologia perché questa, secondo lui, porta alla crisi del sentimento e alla perdita di umanità. La sua opera letteraria, come la vita, non prescinde dalla religione e non tanto perché in famiglia annovera un fratello prete di nome Massimo, ma in quanto si pone in contrasto con l'esteriorità e il fanatismo della stessa. Basta leggere il suo libro "Polsi" del cui santuario conosce bene la storia e anche le devianze devozionali. Quando ad esempio racconta delle donne che strisciano la lingua sul pavimento o del ballo attorno al santuario in onore della Madonna, in cui uomini e donne si scatenano irresistibilmente nella danza liberatoria, come in Puglia, nel Salento, in occasione del ballo della taranta. Alvaro supera la prima fase infantile del Cristianesimo popolare, tipica del periodo preconciliare. Per questo qualcuno lo definì ateo, mentre egli preferì dirsi credente laico.
                                                             L’altra San Luca
Il 24.1.1997 venne istituita la Fondazione Corrado Alvaro, con sede nella sua casa natale composta di prestigiose firme della cultura italiana ed estera, di convegni, seminari attività editoriali. Ad essa si è aggiunta nel 2001 "Il Premio letterario Corrado Alvaro" con l’affermazione di opere letterarie ed in particolare di tesi di laurea dei giovani onde incentivare fra le nuove generazioni l’amore al sapere. La fondazione vuole dimostrare che è possibile sconfiggere la maledizione storica di un luogo conosciuto tristemente per eventi malavitosi: combattere dall’interno i codici della criminalità. Emblematica è stata in questo ambito la settima edizione del Premio tenutasi a Berlino (città amica di Alvaro) il 6.10.07, proprio alcune settimane dopo la strage di Duisburg, con l'intento di offrire alla Germania e agli italiani colà residenti l'altra faccia della Calabria, quella del lavoro, dell'onestà della giustizia. Nell'occasione i relatori hanno avuto il coraggio di condurre un esame approfondito sui diversi volti della faida (tipo di vendetta familiare, diffusa dal Kosovo al Marocco) che scoppia per futili motivi legati al prestigio e all'amore leso. Un esame anche sulla nuova 'ndrangheta, i suoi legami e i metodi di azione, i grandi suoi interessi in tutto il mondo, i capitali accumulati, vere proprie finanziarie. Oggi siamo alla presenza di ingenti mafie che hanno per obbiettivo il controllo del territorio, l'egemonia di mercato illegale (droga, armi, rifiuti). Si è di fronte ad una metamorfosi di clan mafiosi, la borghesia mafiosa, una classe sociale dirigente con una economia di rapina. Ha bisogno di un esercito criminale di riserva, a sconfiggere la quale necessita una cooperazione fra le nazioni europee. La prima è la nostra, è la più inquinata dell’economia criminale, la seconda (Germania) è il più ricco mercato occidentale dopo gli Usa e il Giappone.
                                             Il difficile cammino verso la libertà
Domenica 8 novembre u.s. in occasione della partita di calcio S. Luca - Bianco in Aspromonte tre giocatori della squadra di casa sono scesi in campo portando il lutto al braccio. Avevano un legame di parentela con il defunto boss Antonio Pelle conosciuto e noto come "Ntoni Gambazza", figura di primissimo piano nel panorama locale. Il San Luca avrebbe così omaggiato il potente malavitoso. La società presieduta dal parroco don Pino Strangio, ha dichiarato in TV essere stata una scelta autonoma senza previa autorizzazione. E qui si dirà: "purtroppo un passo avanti e due indietro". Ogni tanto affiora il dubbio che vivere onestamente sia impossibile. La risposta? Il mondo non si cambia nell'arco di una generazioni, o con un codice   di leggi e di pene, ma con la formazione di una nuova coscienza. E siamo dell'opinione che il portare avanti con tenacia il pensiero e l'opera di Corrado Alvaro sia la scelta che a lungo termine restituirà a San Luca la sua dignità.

Autore:
Albino Michelin
20.11.2009

QUANDO IL PARROCO ANNUNCIA DI AVERE UN FIGLIO

Recentemente circolava una lettera un po’ dovunque, che forse vale la pena non ignorare o fingere che non esista: può servire per una per una proficua riflessione. Ecco il testo: "Sono residente nel territorio vicino ad Einsiedeln. Molti di noi sono stati risvegliati dal torpore a causa di alcune discussioni sorte nei confronti del parroco cattolico di Wollerau, nel nostro cantone di Svitto. La domenica 16 agosto 2009 ha fatto il suo ingresso nella parrocchia un sacerdote della Cechia. Nel frattempo egli aveva annunciato ai fedeli di essere papà di un bambino. La notizia avrebbe anche in parte rallegrato i fedeli e il Consiglio Parrocchiale, stando agli articoli apparsi sui giornali. Chiedendo comprensione e rispetto per la sua vita privata, Josef (è il suo nome) ha informato che madre e bambino non vivono in Svizzera, che con la donna amata la relazione è finita, che del figlio si impegna ad occuparsi con ogni possibilità! Personalmente nei confronti della donna e madre rimangono grossi dubbi pensando che qui c'è una famiglia volutamente divisa dalla gerarchia della chiesa cattolica.Cioè questo prete poté fare il parroco a patto che si separasse dalla donna e dal figlio. E che senso ha da parte della stessa gerarchia continuare a difendere a spada tratta la santità e l'unità della famiglia? (firmato G.F.).  Chi conosce di persona il parroco in questione può dire che come uomo è degno di rispetto per la sua onestà. Va però distinto questo caso in due parti. La prima non riguarda Roma, ma il Vicario vescovile di quel territorio della Svizzera orientale, Martin Kopp. Questi si è comportato al limite del possibile, spingendo al massimo l'interpretazione benevola nei confronti della dura legge della chiesa. Kopp ha preso atto che la relazione con la donna era terminata (secondo l’esplicito volere di Roma) e quindi il massimo che poteva ottenere da Roma era che potesse continuare a esercitare come prete. Inoltre il Vicario ha garantito che questo parroco ha sempre giocato a carte scoperte, che il figlio lo incontra occasionalmente e lo assiste finanziariamente, e che si tratta di un caso isolato, all'interessato avendo voluto offrire una possibilità ed un trattamento "umano". Sottolineando "trattamento umano". Apprezzabile lo spirito di apertura mostrato dalla curia diocesana, cioè dal Vicario Kopp, sulla scelta a che continuasse a fare il parroco, non dovuta al fatto che fosse papà, ma alla sua personalità idonea a farne un prete pastoralmente valido.  Inoltre si è constatato che la gente è matura per una riforma (libero matrimonio ai preti) sulla quale la gerarchia non intende per il momento entrare in materia.
Il secondo aspetto del caso? Dalla parte del bambino le ombre sono cupe. Privandolo del diritto sacrosanto di ogni figlio di condividere la vita anche con il papà, il Vaticano impone a lui, piccino, anello più debole della catena di pagare un duro prezzo alla facoltativa disciplina romana del celibato obbligatorio. Sapendo quanto è determinante per lo sviluppo armonioso dei figli la condivisione ogni giorno della vita con ambedue i genitori, Il trattamento "umano" riservato al papà da parte della curia diocesana diventa trattamento "disumano" per il figlio da parte della curia vaticana. Ancora una volta la misericordia cristiana usata con il prete papà non ce la fa a coniugarsi con la verità cattolica, cioè con la norma disciplinare papale. La quale impone al piccolo lo statuto dei figli separati o divorziati che il padre non lo vedono tutti i giorni, situazione sempre denunciata dalla chiesa come contro natura. Chi risarcirà il figlio della privazione della presenza quotidiana del suo papà? Che idea si farà un domani della chiesa che lo ha costretto a vivere giorni, settimane lontano da lui? La situazione della madre? Costretta ad allevare molto tempo da sola il proprio figlio. Persino il diritto civile ricorda alle coppie separate o divorziate che comunque rimangono genitori dei figli e come tali devono comportarsi. Come si vede qui Io Stato civile e la morale laica danno qualche punto alla chiesa. Il nostro caso porta alla luce nodi e contraddizioni sui diritti umani, i diritti dei bambini nella stessa nostra chiesa.
E poi sull'osservazione che i nostri cattolici vogliono i preti celibi perché se fossero sposati perderebbero fiducia, addirittura la fede, e non andrebbero più a confessarsi sembra si ritorni alle solite frasi fatte "della buona" gente. Infatti, i parrocchiani di Wollerau, la maggioranza, si sono espressi lieti di avere a che fare con un prete sposato perché vive maggiormente i problemi della gente e condivide le loro difficoltà, sia di gestione familiare, come di coppia. Il „senso dei fedeli" e dei credenti in questo ambito è molto più avanti di quello che molta parte del clero possa pensare. In contrapposizione a questo episodio negli ultimi giorni è uscito un comunicato del Vaticano in cui il Papa Ratzinger accetta preti e vescovi protestanti anglicani che si convertono alla chiesa cattolica, concedendo loro, se sposati, di continuare a convivere con moglie e famiglia. E qui siamo in aperta contraddizione con il caso su citato: relativismo morale o disciplinare. Come noto gli anglicani sono i protestanti d'Inghilterra, la terza confessione cristiana dopo i cattolici e gli ortodossi con 77 milioni di aderenti. Staccatisi da Roma nel 1533 perché l'imperatore Enrico VIII volle divorziare da Caterina d'Aragona (Spagna) e sposarsi Anna Bolena. Il Papa glielo vietò e così sorsero gli anglicani. Si permetta una parentesi: gli studiosi di oggi, cattolici compresi, suppongono sia stata una decisione di carattere politico quella emanata dal Papa. In effetti, se questi avesse consentito al divorzio, avrebbe umiliato Caterina e con essa tutta la Spagna sarebbe diventata protestante. Dati i trascorsi di fedeltà alla chiesa il Papa ha preferito tenersi la Spagna e, purtroppo perdere l'Inghilterra che appunto divenne protestante. Il recente comunicato di Papa Ratzinger che accoglie di nuovo gli anglicani, considerandoli a tutti gli effetti cattolici nonostante il loro clero si porti dietro moglie e figli apre degli interrogativi laceranti. Da parte della Chiesa anglicana: non tanto perché mezzo milioni di fedeli con una trentina di vescovi passano all'altra sponda. Quanto perché qui non si parla più di rispetto, di riconciliazione, di convivenza fra i tre rami del Cristianesimo, quanto perché si tenta una erosione dei membri di un'altra famiglia religiosa. Il teologo Hans Küng, di indiscussa dottrina, reo di aver perso un po' troppo la pazienza nei confronti della chiesa cattolica, seppur esagerando disse ai media: "questo è proselitismo, è pirateria in campo altrui. Il comunicato papale che diventa prassi crea un generale disorientamento tra i fedeli anglicani, ma soprattutto produce sdegno tra il clero e il popolo cattolico. Il quale si chiede: se il celibato è la tanto declamata perla della nostra fede, una disciplina non negoziabile, così da obbligare il parroco di Wollerau ad allontanare la moglie, madre e bambino dalla parrocchia, e poi si accolgono e invitano a piene mani preti e vescovi da una altra confessione concedendo di essere cattolici vivendo con moglie e figli, questa è la vera confusione.” Per acquistare numeri anagrafici fra i cattolici, come si trattasse di un partito si patteggia anche su valori ritenuti per secoli sacri e indelebili. Comunque questi tipi di incentivazione e premiazione per catturare da una religione ad un'altra non sono nuove. Tutti sanno che nel Sud Italia esistono tre parrocchie che godono l'eccezione di tenersi parroci cattolici sposati: precisamente a Firmo e Castroregio (Cosenza) e S.Polo degli Albanesi (Potenza). Nel 1598 degli Ucraini da ortodossi si fecero cattolici a condizione che il Papa concedesse ai loro preti di potersi sposare. Patteggiato. Alcune colonie si trasferirono nelle su citate parrocchie e per benevola concessione papale continuano nella tradizione: i loro parroci cattolici possono a tutt'oggi sposarsi. In tale soggettivismo la soluzione è una soltanto: quella di una presenza attiva, di una pressione costruttiva come sostiene il Cardinal Martini, e come fattivamente si comportò il Vicario episcopale M. Kopp, affinché le gerarchie vaticane si mettano a ristudiare il problema, dare una conclusione equanime per tutti concedendo al clero libero celibato e matrimonio. E nel caso citato da noi, riunificare e legittimare la famiglia del parroco Kuzar di Wollerau affinché in nessun contesto anglicano o cattolico separi l'uomo (anche di chiesa) ciò che Dio ha unito: la famiglia!

Autore:
Albino Michelin
06.11.2009

DAGLI ATEI DEVOTI AI CREDENTI: TUTTI SIAMO RELIGIOSI.


Oggi si fanno tante discussioni ed analisi se da una parte esistono veramente gli atei e dall’altra i credenti. La risposta non è così scontata, soprattutto se consideriamo i motivi per cui uno si dichiara senza Dio oppure a Dio devoto.  In effetti abbiamo tali e tante gamme di sfumature per cui è difficile arrivare ad un quadro obbiettivo in merito.  Anche perché si tratta di considerazioni che riguardano lo spirito dell'uomo, la sua interiorità, le sue ragioni esistenziali e quindi cautela e dubbio sono di rigore. Sia all'osservatore esterno, come allo stesso interessato.  Anche perché in questo grande contenitore chiamato religione ci possono stare gli atei, gli indifferenti, i disinteressati.
Ad esempio tempo fa ha suscitato in quel di Genova una serie di polemiche l’annuncio di una campagna: „la cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno". Affissione pubblicitaria coniata dall'UAR (unione atei e agnostici razionalisti) che doveva essere esposta a forma dì manifesto negli autobus della città. Con l'appellativo 'ateibus'. Ma si sa che Genova non è l'unica città che diede il via a tale vicenda.  Ciò da tempo è avvenuto in Spagna, Germania, Inghilterra. Praticamente nel poco o nel molto in tutto l'occidente, Londra, Barcellona. A Washington circolava la pubblicità: "No God", e a Berlino „Wahrscheinlich gitbt es keinen Gott”.  Per quanto le reazioni della maggioranza dei cittadini siano negative il problema non va comunque eluso. Non se ne adontino gli atei se alla fine mi permetto di affermare che tutti siamo religiosi, volenti o nolenti, e che non possiamo non dirci tali. Ovvio che va tentata   una   spiegazione. ‘Religione' deriva daI latino 'religare', cioè legare doppiamente, andata e ritorno, rapporto con doppio legame, dall'interno verso l'esterno e viceversa.  Un rapporto che si avrebbe con un essere assoluto, una realtà al di fuori e superiore all’uomo, e alla quale esso consciamente od inconsciamente sì riferisce. Ma l'espressione 'religione', come accennato, può contenere tantissime forme di rapporto nei confronti di un essere superiore, e talvolta anche di nessun rapporto. In rapporto mitico ad esempio come chi immagina l’essere assoluto attraverso un linguaggio luminoso, da favola, oppure attraverso un rapporto scientifico, come chi descrive Dio quale causa della creazione, motore dell’universo, senso dell’uomo. Oppure un rapporto anagrafico e culturale.
                          Ogni religione è legata al suo territorio di origine.
In quest'ultima categoria tutti noi occidentali siamo di religione cristiana. Italiani, europei e aderenti siamo nati in un territorio permeato da 2000 anni di cultura, tradizioni, diritto, economia cristiana. Quindi veniamo chiamati globalmente cristiani, messi un po' tutti nello stesso sacco, senza tante distinzioni. E questo perché nati in un continente che o profondamente o superficialmente si riferisce a Gesù Cristo. E anche se noi non professiamo, dobbiamo accettare che certi valori in cui crediamo, l’amore, la solidarietà, la carità ecc. formano l'ambiente in cui siamo nati e respiriamo cristiano.
Ugualmente chi nasce in Medio Oriente si dice Islamico, in quanto permeato dallo spirito di Maometto. Però è religioso. Così dicasi del mondo africano con le credenze agli spiriti, agli antenati, ecc. Pure loro sono religiosi. Aggiungiamo gli asiatici, buddisti, induisti, anche loro sono religiosi. Certamente questa religiosità di carattere culturale anagrafico oggi resta in contenitori e confini sempre più labili in quanto la globalizzazione, il turismo, l'emigrazione può cambiare le componenti interne. Ma tutti gli esseri umani hanno attraverso la loro cultura un certo qual rapporto con un Essere superiore, indipendentemente dal nome che a lui viene attribuito: Dio, Allah, Budda, Visnu, Confucio ecc.
Penetrando più in profondità nel contenitore ‘religione' abbiamo i cosiddetti fedeli, cioè persone animate, e abitate da una fede. Costoro si fanno un ragionamento molto semplice, che a priori non risulta sbagliato.  Sostengono che tutto nella vita è basato sulla fiducia o fede fra umani. Io compero il pane, il latte, i generi alimentari, basandomi sulla fede verso le persone che me li vendono, cioè perché mi fido. Amicizia, affari, successo, cose tutte che inizialmente sono sempre basate sulla fiducia, sul "mi fido". Così è nelle religioni o fra le persone religiose. Ve ne sono che specificano meglio il rapporto   con il loro Dio, qualunque esso sia, basandosi sulla fiducia, fidandosi di lui, anche se di prima mano non possono o non riescono verificare tutto sino in fondo.
In effetti anch'io credo a Giulio Cesare non perché l'abbia conosciuto o abbia mangiato insieme la pizza, ma vado in fiducia con chi me l'ha storicamente passato. Così dicasi di molti fedeli cristiani, islamici, buddisti: danno credito alla documentazione pervenuta in riferimento al loro profeta fondatore. Ad un livello poi più profondo abbiamo i religiosi credenti. In questo senso, non tanto credenti ad esempio all'esistenza del loro tipo di Dio, ma credenti “in", cioè rapportano a lui il loro modo di vivere, di agire, di pensare. In lui depongono i loro desideri, preoccupazioni, speranze. A lui si abbandona­ no.
                                  Tutte le religioni hanno i loro santi
E qui dobbiamo dire che tutte le religioni annoverano una copiosa schiera di credenti. Gli appartenenti aI cristianesimo hanno i loro santi, i loro patroni, i loro rituali per ogni organo del corpo, occhi, orecchi, piedi da Sant’ Agata, a S. Lucia, a S. Camillo. Per ogni circostanza della vita: parto, infanzia, adolescenza, vecchiaia, morte, da S. Anna a S. Giuseppe. Per ogni tipo di professione, dal contadino al giornalista con S. Isidoro e S. Francesco di Sales.  In Africa, in Asia, in Sudamerica i patroni non sono inclusi nel calendario, ma creati dalla gente.  Come gli antichi romani avevano Venere, Marte dea dell'amore, Dio della guerra. In India 330 milioni sono i 'Santi' a cui i loro credenti (non cristiani) si rivolgono. Talvolta Santi e Madonne in lotta fra di loro, come nella cattolica Messico con la Vergine di Guadalupe, patrona degli indipendentisti e la Vergine Los Remedios patrona dei conquistatori. Ma il religioso credente non bada a queste differenze e contraddizioni. Egli si affida, corpo morto al suo protettore per ottenere grazie, favori, salute, benessere, successo. Che poi sia tutto un mondo da purificare questa è un'altra questione. Stiamo parlando della presenza e della potenza dell'istinto religioso. Universale e ubiquitario. E procedendo nella elencazione, religiosi sono   anche i superstiziosi, quelli che attribuiscono a cause soprannaturali fenomeni spiegabili razionalmente. È una sovrastruttura. Cioè tutti gli agnostici o sedicenti miscredenti che portano al collo il cornetto, o appendono alla parete o al motore il ferro di cavallo, o in cucina il medagliere di qualche santo costoro lo fanno sì inconsciamente però trasferiscono a quell’oggetto una potenza divina e taumaturgica.  Quindi anche i superstiziosi sono religiosi, cioè non riescono ad annullare un certo rapporto con un essere superiore. Infine gli atei, quelli che si dichiarano senza Dio.  Pure questi sono religiosi.  Qui non si tratta di aggregarli alla causa cattolica, o a quella di qualche prete, guru, pontefice.  Ma pare un dato di fatto e gli esempi sono infiniti.  Recentemente mi diceva una barista del territorio: "io so che lei è un prete perché l'ho sentita ad un funerale. Io però non sono né cattolica, né credente.  Sono atea". Ed io rincalzo: "ma forse a qualcosa lei pure crederà.  Mi rispose: "io credo alla Natura, con la N maiuscola".  Ma che cos'è questa "Natura” se non Dio con diverso nome?
                                          Obbligati ad essere religiosi?
Ed un altro di professione insegnante mi disse in altra occasione: "io non credo in Dio. Io credo nella ragione". E qui io mi domando quando un certo apostolo Giovanni inizia il quarto Vangelo affermando: „In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio" non lo si potrebbe recepire anche come "in principio c’era la Ragione?" E questa Ragione non potrebbe coincidere con Dio stesso che ha ideato l'universo? Indubbiamente qualcuno correggerà sostenendo che questo non è Dio, ma un surrogato di Dio. D'accordo, però per la psicologia umana non fa differenza.
II discorso potrebbe continuare con infiniti altri esempi.  Anche chi vive solo per il successo, la carriera, il denaro, l'apparire, il sesso, ecc. pure ignorando o rimuovendo qualsiasi espressione religiosa, in fondo assolutizza queste realtà come se fossero il proprio Dio. Ma allora siamo tutti religiosi e religiosi per forza: Indifferenti, agnostici, cristiani per cultura anagrafica, per fede, perché credenti, superstiziosi, atei? Per forza no per natura e per nascita sì. In quanto Dio si identifica principalmente con il nostro io più profondo, con il nostro DNA.  Per cui la fede, per chi riesce a viverla purificata e sino in fondo, anche se non serve a cambiare le cose (qualche volta sì), serve sempre a guardare il mondo e la vita con un’altra prospettiva, la prospettiva di un senso da dare alla vita stessa.

Autore:
Albino Michelin
23.10.2009