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domenica 7 febbraio 2016

IL BEATO ROSMINI E LE CINQUE PIAGHE DELLA CHIESA

Carneade, chi era costui! La domanda se la saranno posta anche alcuni in verità pochissimi, che per caso la domenica 18 novembre 2007 recepirono via etere una notizia: "oggi nella cattedrale di Novara è stato dichiarato beato Antonio Rosmini ". Eh, si Carneade! Persino Radio Vaticana della sera ha citato laconicamente un'espressione di Papa Ratzinger all'ora di mezzogiorno, dalla sua finestra: "Antonio Rosmini, l’uomo che ha saputo conciliare fede e ragione, un testimone della carità culturale". Belle espressioni, ma subito archiviate. Adempiuta una formalità informativa, ma evitata ogni risonanza. Dal momento però che Rosmini beato fu pure fatto, ognuno di noi ha tutta la legittimità di renderlo pubblico e di restituirgli quella carica "evangelicamente sovversiva" da cui è stato animato. Non è un beato che abbia compiuto grandi miracoli, stile P. Pio da Petralcina, così enfatizzati dal tam tam delle Tv nazionali e commerciali, dal trio degli agenti pubblicitari Vespa-Socci-Missori. Pare abbia fatto una "graziella" qualche mese prima, ma nulla di eclatante e probabilmente nessuna più ne farà. Antonio Rosmini, trentino nato a Rovereto nel 1797, morto a Stresa di Novara nel 1855 all’età di 58 anni. Vita breve, significati e messaggi esistenziali ad onda lunga. Prete, insigne filosofo, studioso, scrittore. Fede profonda nel Vangelo di Gesù, profeta nella chiesa dei poveri, nel 1828 fondò pure una congregazione religiosa: l'Istituto della Carità con un ramo maschile di missionari, ed uno femminile di suore. Ma la sua grande e discussa opera resta il libro delle "Cinque piaghe della Santa Chiesa" (1832). Posto all'indice dei libri proibiti il 15.8.1859, fu addirittura condannato dopo la morte dal Papa Leone X nel 1887. I motivi furono diversi, fra cui anche quello di essere stato un uomo troppo intelligente per il nostro popolo. Solo il primo luglio del 1999, dopo 140 anni, la Congregazione della Fede, l'allora Card. Ratzinger gli restituì l'innocenza con la chiesa: "superati i motivi di preoccupazione che ne hanno determinato la condanna". E quindi semaforo verde alla beatificazione. Una specie di mea culpa versione edulcorata. Vale la pena quindi dare un breve ragguaglio del contenuto di questo libro, degli scopi, del suo influsso o meno sulle istituzioni della chiesa. Va anticipato qui che il Rosmini non intende parlare delle piaghe o offese causate alla chiesa dai suoi nemici, atei, anticlericali, miscredenti ecc. Ma le piaghe che essa ha causato e sta causando al Corpo Crocefisso di Gesù. Nell'introduzione egli apre: "qualcuno si meraviglierà che un uomo senza giurisdizione e senza un particolare mandato della gerarchia componga un trattato sui mali della chiesa, cosa che di diritto apparterrebbe ai pastori di essa. Ma anche un laico, ultimo prete come me, non può essere rimproverato se mosso dallo zelo verso di essa. San Girolamo, S. Bernardo, S. Caterina lo dimostrano: hanno servito e cambiato la chiesa più le loro critiche che non tutte le ordinanze papali del tempo
                     Prima piaga della mano sinistra: la divisione del popolo dal clero.
Il popolo biascica preghiere che solo il clero capisce e quest’ultimo è geloso di tale privilegio. Segno di ciò è l’uso incomprensibile della lingua latina. E anche quella congerie di segni sacramentali senza spiegazione, allorché Gesù disse: ”andate, prima ammaestrate e poi battezzate”. Il catechismo dei bambini sembra più un danno che un vantaggio. Tutte formule abbreviate, dottrinali da mandare a memoria come i pappagalli. Mancano le ragioni e le motivazioni che devono aiutare la gente alla comprensione e all’esperienza di fede. Il clero appartiene al ceto del patriziato colto, al popolo è proibito capire. Non c’è purtroppo nessuna chiesa di Cristo, ma due, una superiore ed un’altra inferiore.
                  Seconda piaga della mano destra: l’insufficiente educazione del clero
Sembra in contraddizione con la prima, ma non lo è. Il clero pur vantandosi di esprimersi in latinorum, di fronte alla massa degli incolti, però non ha una profonda cultura propria della teologia, della Bibbia, della storia ecclesiastica. Solo dogmatismo ossessionato ed ossessionante. Non sa fare con competenza il suo mestiere. Meno di un medico condotto, mentre dovrebbe essere in materia un vero specialista della salute pubblica. Povertà di idee e di sentimenti. Un privilegiato che vive dei proventi dell'altare. E questo non da ieri, ma da 13 secoli. Messa e sacramenti sono diventati un mercato, al popolo si insegna solo la dottrina del suffragio, delle benedizioni e delle indulgenze. Il seminarista non vede l'ora di uscirne prete per contendersi il beneficio parrocchiale più redditizio. 
                    Terza piaga del costato di Gesù: la divisione dei vescovi
I Vescovi ai primi tempi della chiesa si conoscevano personalmente, si facevano visita, tenevano scambi epistolari. Si riunivano in concili provinciali e regionali. Poi si divisero, perché ognuno diventò il tesoriere particolare dell'imperatore, del signorotto, del feudale di turno. Così come ci fu da sempre contesa tra i signori la ci fu pure tra vescovi e loro sostenitori. Come esistevano sovrani per eredità così esistevano pure vescovi destinati a ciò già dalla nascita. Il nobile si sentiva padrone del vescovo perché lo riempiva di regalie, e a causa di ciò il vescovo diventava concorrente del suo viciniore.
                 Quarta piaga del piedi destro: nomina dei vescovi da parte del potere laicale.
Conseguenza e causa ad un tempo della piaga precedente. Qui il Rosmini si dilunga assai sulla necessità della libertà da parte della chiesa nei confronti del potere politico. Non solo il Vescovo ma anche il clero va scelto dal popolo, eliminando ogni interferenza di correnti e pressioni partitiche. Secondo la prassi della prima chiesa in cui erano i cristiani ad eleggere i propri pastori. Diversamente si obbliga il popolo all'indifferenza e al disinteresse verso questi candidati. Non concedere una diocesi od una parrocchia al miglior offerente economico, ma al più degno. Vescovi e parroci non devono essere imposti senza una previa conoscenza e consenso da parte dei fedeli interessati. Il candidato di tutti deve essere da tutti eletto. E qui Rosmini giustamente distingue la sua critica: è di diritto divino morale scegliere i propri pastori anche se l'esercizio di tale diritto però non sempre diventa possibile. Vedi i casi di conflittualità fra il popolo o l'inadeguatezza dei mezzi. Il Rosmini pone così un certo limite alla "democrazia" nella elezione dei vescovi e dei parroci, pure apprezzando la prassi introdotta in Francia o esistente nei paesi protestanti.
                  Quinta piaga del piede sinistro: la servitù dei beni ecclesiastici.
Il clero ha diritto di possedere beni temporali, ma non attraverso costrizioni dei fedeli, tipo decime, primizie, ecc. Esso deve trattenere per il suo sostentamento solo il necessario, il resto devoluto ai poveri. Chi si fa prete, si fa messaggero e profeta della carità. Va budgettata la quantità dei beni da devolversi secondo priorità. Tutto sia chiaro agli occhi del popolo con resoconto annuale. L’uomo e quindi anche il prete quando non può peccare di nascosto pecca di meno. È questo è un vantaggio per i poveri. La chiesa non pretenda privilegi, paghi gravezze e balzelli (tasse) allo Stato a meno che non si tratti di proventi direttamente destinati ai poveri.
                                                  Quali le reazioni?
Le reazioni a quest’opera almeno per un secolo furono catastrofiche. A parte la condanna all’indice del libro e della persona, come detto sopra, ci basti un giudizio di P.Spina, rappresentativo in tutto questo percorso. “Un parricidio, un attentato, una piaga mortale quella che l’abate Rosmini ha cercato di fare alla santa, cattolica, apostolica, romana chiesa, sua e nostra madre comune, con il suo velenosissimo opuscolo” Le cinque Piaghe (Napoli 1859). Eppure dopo un secolo questo libro è servito da bestseller per i Padri del Concilio Ecumenico (1965) alla stesura delle costituzioni sulla riforma della Chiesa. Nonostante il silenzio della chiesa ufficiale su questa beatificazione del 18 11.07 la componente innovativa invece si è liberata ed auto rivalutata parlando e scrivendo addirittura di “un atto di riparazione storica, resa giustizia a Rosmini, la rivincita di Rosmini, traguardo di vittoria". Lasciando da parte queste reazioni emotive ci sia permessa una domanda: Come sono prese in considerazione oggi le sue osservazioni e le sue contestazioni? Un po' di cammino si è fatto, molto resta da fare. Ad esempio per quanto concerne la prima piaga: è di questi mesi il ritorno, sia pure opzionale alla messa in latino, e ricorrente il silenziatore imposto a laici. Sulla terza piaga: l'elezione dei vescovi è top secret del Vaticano, quello dei parroci top secret del Vescovo. Ai fedeli è chiesto solo di pregare perché lo Spirito Santo scelga lui la persona giusta. Ne fa testo la rimozione (18.10.07) del Vescovo di Locri Gabriele Bregantini, amato dal popolo calabrese ed ora lo stesso popolo che si sente orfano e abbandonato al potere mafioso.
                                    Il terrore di disorientare i “semplici”
Ma lo spirito che soggiace e supporta questo libro come viene oggi recepito? Dipende! In Svizzera il settimanale Cattolico Nazionale (Schweizer Kirche Zeitung) ha riservato alcuni numeri ad hoc in senso positivo, in Italia abbiamo invece il Quotidiano "Avvenire”, portavoce dei vescovi, che a firma di E. Guerriero in data 20.1.07 sbotta: "col suo modo di scrivere il Cardinal Martini disorienta i semplici” Al posto di Martini possiamo scrivere e leggere Rosmini  tanto i due hanno lo stesso identico filone culturale, lo stesso identico amore ad una chiesa strutturalmente diversa da quella attuale. È la prima piaga della mano destra di Gesù: ”non si deve dire la verità, la gente è ignorante, ad essa è proibito capire, ad essa è fatto obbligo di creder e obbedire, rinunciando al diritto di ragionare con la propria testa”. Quando invece Gesù disse: ”La verità vi farà liberi”. Nella vicenda Rosmini un merito va dato alla costanza dei suoi missionari delle suore da lui fondate, che cocciutamente hanno salvato questo umile grande uomo dalla rimozione culturale ed ecclesiale, dalla reiezione e dall’oblio. E qui grazie anche alla corrente conservatrice dell’attuale chiesa, la quale anziché decapitarlo come aveva fatto con Giordano Bruno, ha accettato di beatificare questo eretico e di porlo sul candelabro. Fra tanto spazio dato dalla TV all’Isola dei Famosi e ai reality da analfabeti ci auguriamo pure qualche briciolo di dibattito sul pensiero e la figura di questo uomo eccezionale. Ancora oggi la sua opera pubblicata nel 1848 preannuncia intuizioni importanti per quel rinnovamento che ha da essere caratteristica continua della nostra chiesa.

Autore:
Albino Michelin
14.12.2007

LA NUOVA BIBBIA DI ZURIGO

Ventiseimila copie vendute in tre mesi questa è la vera sorpresa, culturale e religiosa ad un tempo, registrata nel nostro territorio. Ovviamente si tratta di una nuova traduzione non di una nuova opera sacra. Di ciò presenta un ampio studio e relazione il Forum, bollettino parrocchiale cattolico del Cantone, a significare tra l'altro l'interesse al testo registrabile tra la nostra gente. Cosa impensabile fra i cattolici italiani per i quali le devozioni sentimentali e il turismo sacro superano di gran lunga l'interesse ai fondamenti ragionati e razionali della nostra fede. È una traduzione che ci riporta al tempo delle origini, ricreando sia l'ambiente di redazione dei testi, sia l'occasione e le circostanze a cui un determinato brano o testo vorrebbe rispondere. E quindi il tentativo di riproporre una traduzione non tanto in letteratura antiquata, ma con attualizzazione dei vocaboli redatti all'oggi e soprattutto alle esperienze in cui noi si vive. Si sa che ogni traduzione dei testi antichi arrischia anche di essere un tradimento. In effetti, i due vocaboli hanno la stessa radice: dal latino "tradere" che significa consegnare ma anche tradire. Sempre in una traduzione si dà a quella determinata parola un po' della nostra interpretazione, fatta d'esperienza maturatasi nel passato. Cioè è un po' una precomprensione, un pregiudizio, un pretesto: vale a dire noi spesso ci troviamo quello che abbiamo deciso già in partenza di trovarci. E quindi al significato povero del vocabolo, del proverbio, del detto antico si aggiunge anche quello arricchito dalla storia successiva, quella pervenuta sino a noi. Qualche esempio? Una donna del nostro tempo reagisce mettendo le mani avanti quando le capitasse di sentire o di leggere nel Vangelo: "Usate misericordia gli uni con gli altri affinché siate figli del Padre Vostro celeste “. Tale donna se normale, non assente da questa società, di attenzione vigile, ribatterà:" ma io non sono un figlio, io sono una figlia di Dio"'. E questo come mai? Perché al tempo di Gesù la donna come i bambini non veniva all'anagrafe conteggiata. Certo, non era colpa di Gesù, ma della mentalità. Però lui mica la poteva sovvertirla di colpo. Quando e come è sorta la Bibbia? Si sa che la Curia romana è intervenuta parecchie volte negli ultimi tempi per rifiutare, specie fra cristiani, inglesi e americani, traduzioni aggiornate nella loro lingua. Però sta di fatto che anche la Gerarchia cattolica si vede costretta a tradurre diversamente parecchie cosette come la frase del Padre Nostro "non c'indurre in tentazione" con la frase "non permetterci di soccombere alla tentazione". Nonché l'Ave Maria che va tradotta: "Rallegrati, Maria". Ed ancora: nella messa cattolica si prega o si parla sempre di "Signore", il Signore sia con voi, Signore pietà, ecc. La maggior parte di noi non sa che il nome di Dio nella Bibbia era intraducibile, composto di 4 consonanti senza vocali "JHVH", cioè impronunciabile, che praticamente significava: "l'Esistente il Vivente, l'Eterno". Potrebbero essere realtà di poco conto, in pratica però ci obbligano ad interrogarci sul "come" è sorta la Bibbia, in quale lingua originale è stata scritta, quanti sono coloro che vi hanno collaborato alla redazione o chi vi ha messo le mani più tardi, perché sono stati esclusi alcuni libri canonici, chiamati apocrifi, cioè nascosti , messi da parte pur essendo contemporanei ai vangeli e di grande contenuto spirituale come il Vangelo di Tommaso, quando si è conclusa la stesura ufficiale della Bibbia, ecc. Ed ancora: come mai le bibbie circolanti sono spesso diverse le une dalle altre. C'è una bibbia cattolica, una bibbia protestante, una bibbia ortodossa, una bibbia ebraica, una bibbia dei testimoni di Geova ecc. Ciò non deve indurci allo scandalo, ma ad un confronto sui testi e sulle origini, nonché sui motivi talvolta di partito che hanno indotto ciascuna religione a prendersi la sua bibbia sotto il braccio, tradurla e interpretarla secondo la sua storia. Qualche risposta, per quanto breve, è pure necessaria. Anzitutto la bibbia non è un libro, ma una raccolta di libri, una specie di biblioteca. Ognuno dei 72, (/69 o/ 65) libri, a seconda la confessione religiosa è stato scritto in tempi e luoghi diversi, dopo lunghi racconti, di anni e di secoli, tramandati oralmente. Si sa che gli ebrei antichi erano un popolo nomade e attorno ai fuochi serali si raccontavano e tramandavano il mito di Adamo, di Noè, di Abramo, di Mosè. Solo lentamente verso l'8° secolo prima di Cristo si cominciò a mettere in iscritto a pezzi, a brani, nemmeno con molta logica né con scrupolosa cronologia. In effetti i libri della Bibbia non sono né testi di storia, né verbali di fatti scientificamente controllati. La quarantina di libri che vanno fino alla nascita di Gesù e raccontano le esperienze del popolo ebraico venne definitivamente chiusa addirittura un secolo dopo Cristo.
                         Il perché delle diversità fra i Vangeli della bibbia
Lo stesso discorso vale per i 27 o 24 libri del Nuovo Testamento, quelli cioè che riguardano la vita, l'opera, il messaggio di Gesù. Anche qui dapprima si fecero circolare racconti orali sul Profeta di Nazareth, poi tali racconti si iniziò a leggerli durante le celebrazioni delle prime messe od eucaristie nelle case, infine si mandarono per iscritto. Però ogni comunità come quella degli evangelisti Matteo, Luca, Marco, Giovanni, Paolo ecc. misero in evidenza di Gesù aspetti che riguardavano l'interesse e la formazione della loro comunità e ne tralasciarono altri di minor interesse. Di qui le diversità e talvolta le contraddizioni (in genere di poco conto) che si riscontrano nei loro libri. Ad esempio Marco (Capo x) nel suo Vangelo e nella sua comunità presenta un Gesù radicale in favore dell'indissolubilità del matrimonio. Matteo (Capo 19) e la sua comunità, Paolo nella seconda lettera ai Corinti (Capo VII) sono più possibilisti per un'eventuale separazione (matrimoniale) Il che al tempo significava seconde nozze, stante l'inaccettabilità del celibato e la vocazione alla procreazione. Al tempo: cioè se non si ricostruiscono i momenti, i destinatari, le circostanze per cui gli Evangelisti hanno di Gesù recepito accenti diversi, si entra in uno stato di confusione. Un fatto è storicamente certo: che tutta la Bibbia, nel suo complesso di libri viene citata per la prima volta nel 367 dopo Cristo. E questo non come fatto di una decisione di qualche Sinodo o Concilio, ma come prodotto di un lungo processo storico. Tenendo presente che la copia originale, l'ebraico del vecchio Testamento, e l'aramaico di alcuni libri del Nuovo non esiste più. In nostro possesso abbiamo solo la copia tradotta in greco. E non dimenticando che verso l'800 dopo Cristo i Masoreti (scrittori della tradizione) hanno inserito nel testo e nelle parole consonanti con le vocali. Si potrà concludere allora che la Bibbia è frutto di una contraffazione letteraria? Fino a questo punto certo no. La Bibbia è ispirata da Dio, secondo un'accezione che va adeguatamente spiegata. Certo non parola per parola, né testo per testo, ma nella sua logica interna. Se la Bibbia è conclusa nella sua stesura, però l'ispirazione di Dio per poterla interpretare adeguatamente tradotta nel nostro tempo non è ancora finita e non finirà mai.

Autore:
Albino Michelin
30.11.2007

giovedì 4 febbraio 2016

L’UOMO AMICO O RE DEGLI ANIMALI?

II rapporto uomo-animale lungo la storia è sempre stato solidale e stretto. In primo luogo per l'alimentazione, in quanto l'uomo si ciba pure degli animali, in secondo luogo per un bisogno affettivo. 
In realtà negli ultimi anni sono sorti diversi gruppi e associazioni animaliste, di protezione della fauna, sia per garantire l'equilibrio ambientale, sia perché da sempre molti animali sono i veri amici dell'uomo. Vi sono pure santi patroni come S. Antonio del porcellino (16 gennaio), S. Francesco del lupo (4 ottobre), e in certe chiese si riserva la prima domenica di febbraio per invitare ad una messa di benedizione cani, gatti, e quant'altro, come nella basilica di S. Romana ai Fori Imperiali di Roma. Persone anziane, sole, oppure in cerca di tranquillità si acquistano un gatto, un cane con cui vanno spesso a passeggio e riempiono cosi il loro bisogno di amicizia, sentendosi corrisposti quasi si trattasse di una persona umana, un partner, un coniuge. Aggiungasi poi il benefico influsso degli animali sulla nostra salute, come la ippoterapia (la cura con il cavallo in certe malattie fra i disabili), la cinoterapia (con il cane) ed di innumerevoli altri. All'interno di questo quadro interessa porre una domanda: alla fine dei conti c'è tanta differenza fra l'uomo e l'animale? Perché certi animali sembrano più umani degli uomini stessi? Che magari l'uomo per lunga evoluzione non provenga dall'animale? Di più che molte specie di animali attuali non siano destinati a diventare uomini? E chi dice che gli animali non abbiano pure un'anima? Non potrebbe essere che gli animali sono ciò che noi eravamo e che saranno ciò che noi oggi siamo?
E se uomini e animali sono stretti da una certa identità perché non si dovrebbe parlare anche di uguaglianza dei diritti?
                                    In che cosa l’uomo sarebbe diverso dall’animale
Restringiamo il campo di osservazione e di risposte su dieci idee, preconcetti, pregiudizi, approssimazioni di comodo. Elenco: proprietà dell'uomo negata all'animale: il riso o il sorriso? E diciamo che Rabelais aveva torto nell'affermare che gli scimpanzé hanno il senso dell'humor? No, si vedano certi individui in cattività riempirsi la bocca d'acqua, attendere che passi qualcuno per sputargliela in faccia. Oppure rubare la corda attraverso cui un collega si cala nel fondo per impedirgli di risalire. In entrambi i casi i birboni effettuata l'operazione picchiano il suolo, spalancano la bocca come gli umani, quando si mettono a sghignazzare. Altra proprietà specifica dell'uomo: il linguaggio? Inesatto. Gli animali come le persone mute dalla nascita comunicano senza pronunciare delle parole. Lo diceva già Montaigne tre secoli fa. Una scimmia è capace di apprendere il linguaggio dei segni, diversi dal suo. Nel Kenia due elefanti hanno imparato da soli ad imitare dei suoni estranei alla loro specie come quelli emessi dagli elefanti d'Asia posti a reciproco contatto. Riuscivano persino a riprodurre il rumore dei camion provenienti dall’autostrada. Il 30 ottobre 2007 è morta negli Usa una scimmia di 42 anni, conosceva più di 250 parole e all'occasione rispondeva all'insulto proprio come una autentica megera. Una certa similitudine fra la scimmia e l'uomo per quanto riguarda la comunicazione e il linguaggio esiste. Altro specifico dell'uomo: l'omosessualità? Non del tutto. Già Aristotele tre secoli prima di Cristo aveva avuto i suoi dubbi sulle iene maschi, fenomeno confermato dagli studiosi moderni. Da aggiungersi ancora altre specie omosessuali: gli scimpanzé nani, i delfini, i pinguini, i bisonti, le libellule, le giraffe, i cigni neri. Ancora: il bipedismo, il camminare su due piedi sarebbe proprietà esclusiva dell'uomo? No. Ad esempio gli uccelli sono bipedi. Gli scimpanzé passano un quinto del loro tempo in posizione eretta, specie quando devono trasportare cibo e Iegna. Certe marmotte delle praterie americane possono restare in piedi per diverso tempo. Ancora: l'utilizzo degli strumenti è tipico dell'uomo soltanto? Inesatto. Gli scimpanzé sono capaci di costruire pile di cassette l'una sopra l'altra sotto una banana appesa in alto e scalarle per acchiappare il frutto desiderato. Utilizzano pure dei piccoli rami per catturare degli insetti nei buchi, tecnica comune anche a certi uccelli. Per rompere l'involucro dei frutti, primati e lontre di, mare sì servono di pietre e guisa di martelli. Dei macachi giapponesi bagnano le patate nell'acqua dolce per pulirle e poi le mettono nell'acqua del mare per maturarle.
                          Specifico dell’uomo sarebbe la politica e l’arte?
La politica è riservata all'uomo? Nemmeno. Come l'uomo, formiche ed api vivono in comunità organizzate. Gli scimpanzé stabiliscono delle coalizioni in seno al gruppo al fine di ottenere uno scopo comune: dirigere la comunità, controllare una femmina, cacciare fuori altre scimmie. Certe specie piangono persino i loro morti. Ad esempio vegliano lunghe ore il cadavere di un membro del clan. I maschi capi spogliano il corpo del consimile defunto, ciò che non farebbero mai con subordinato vivo. Attitudine che potrebbe essere un onore funebre. Ancora: il sesso per il piacere del sesso è esclusivo dell'uomo? Falso. Per molto tempo si è creduto che la riproduzione fosse il solo motivo dell'accoppiamento fra gli animali. Errore: i delfini fanno l'amore per il piacere. Quanto agli scimpanzé si baciano sulla bocca, intrattengono rapporti sessuali tutto l'anno, disciolti e "spudorati". Una funzione sociale: diminuire la tensione in seno al gruppo. Fare l'amore e non la guerra. Ancora: la menzogna è tipica dell'uomo non dell'animale? Non è vero. Gli scimpanzé in cattività danno intenzionalmente delle informazioni allo scopo di ottenere una ricompensa. Allo stato selvaggio i primati non esitano a simulare una malattia per evitare l'aggressività di un congenere. I corvi sono più astuti ancora. Fingono di nascondere il loro bottino, un pezzo di biscotto per esempio, in un posto, ma spostandolo realmente in un altro, allo scopo di non farsi scippare. Decimo ed ultimo: L’arte è proprietà dell'uomo soltanto? Non del tutto. Affidando dei pennelli in mano a certi primati in cattività questi si mettono a disegnare dei motivi a ventaglio e simmetrici. Oppure disegnano una forma aerodinamica e spiegano attraverso il linguaggio dei segni trattarsi di un uccello. Dunque questi esseri sono dotati di una rappresentazione mentale del mondo. Ma anche di se stessi. Per esempio se si incolla loro un punto od una croce sulla fronte e li si mette davanti ad uno specchio, scimpanzé ed elefanti non toccano il riflesso dello specchio ma la propria testa. Ugualmente capita con i delfini. Prova che queste specie riconoscono la loro immagine. Quanto sopra descritto non appartiene alla letteratura o alla fantascienza, ma all'esperienza. Si potrebbe comunque concludere: doti dell'uomo sono presenti pure negli animali, qua o là, singolarmente e mai nella loro globalità. Però resta a tutt'oggi una differenza sostanziale: l'uomo ha la capacità dell'autoriflessione, progetti e ripensamenti, l'animale no. L'animale è dotato dì memoria, si ricorda se dopo una certa azione si merita una carezza oppure una bastonata. Ha un'affettività, però più istintiva che ragionata. In effetti un animale non perdonerà mai a un suo nemico, il lupo non risparmierà l'agnello se ha fame. L'uomo invece è capace di eroismo di perdonare il nemico, di morire fra torture, stenti, sofferenza indicibile per un ideale. Per cui diciamo che la pianta ha si un'anima (vegetativa, una spinta interiore a crescere), l animale ha sì un'anima (una spinta interiore a sentire, accorgersi, reagire), ma solo l'uomo allo stato presente ha un'anima con la A maiuscola. Che gli animali in futuro attraverso milioni anni di evoluzione possano diventare uomini pure rimanendo con i loro corpi di scimpanzé, libellule, delfini, ecc. questo potrebbe essere anche possibile, ma si richiede ovviamente un salto di qualità. È quello che noi chiamiamo l'anima creata da Dio.

Autore:
Albino Michelin
16.11.2007

DIGNITAS: MORIRE CON DIGNITÀ

In Svizzera si parla di Turismo della morte: se ne parla perché esiste. Mi limito a citare due istituzioni ammesse dalla legge, una neIla Svizzera francese "Exit" ed un’altra in quella tedesca zurighese chiamata "Dignitas". Morire con dignità. In parole povere è l 'offerta di assistenza passiva al suicidio. Quando le sofferenze diventano insopportabili ed incompatibili con la dignità dell'uomo, se un paziente, non coatto né costretto chiede liberamente di porre fine ai suoi giorni, allora familiari o chicchessia possono procedere ad esaudire il drammatico SOS. Tale pratica non è consentita negli ospedali, ma privatamente ed in alcune fondazioni istituite ad hoc. Poiché il suicidio assistito e passivo potrebbe nascondere in realtà un vero omicidio, attivo e intenzionale, perseguibile con la prigione, la legge svizzera pone delle clausole ben specifiche. Anzitutto che si tratti di persone che si vedono davanti ad un destino segnato, irreversibile, disperato. Non si può ad esempio inserire in questa ipotesi un ragazzo che ha preso una delusione amorosa. Costui va sì preso con attenzione, ma avviato ad un processo di recupero. In secondo luogo la legge richiede che ogni Cantone controlli caso pe caso affinché venga eliminata qualsiasi interpretazione abusiva. Infine si permette tale suicidio a patto che l'assistente di turno ed altri agenti non traggano vantaggi personali di qualsiasi natura. Ma si sa, tutto il mondo è paese, e fatta la legge trovato l'inganno.  Ho citato due istituzioni: l “Exit” opera solo per i domiciliati in Svizzera. Nel 2006 hanno chiesto l'intervento 60 persone, gli aderenti erano 11 mila e versavano la quota annua di Frs. 35. Il suicidio era gratuito, o almeno così doveva apparire secondo lo statuto. Si assume un cocktail, 15 grammi di natrio penta barbiturico, mezz'ora di coma indolore per finire tutto in una dolce morte. L'altra istituzione invece, Dignitas, ha sollevato proprio recentemente dei grossi dibattiti, specie sulla stampa.
Dignitas,fondata nel 1998 dall'avvocato L. Minelli,ufficialmente viene fatta passare come associazione, ma in pratica è l'opera di una sola persona, del Minelli appunto, unico padrone, contabile, revisore dei conti. Pur presentandosi come club non lucrativo, va detto che ogni prestazione costa dai 3.000 agli 8.500 Frs. Il suo fondatore partito da zero, oggi maneggia qualcosa come un milione di franchi e ben oltre. Quindi assistenza gratuita messa pesantemente in dubbio, attività più commerciale che caritativa. Se veramente caritativa fosse perché il proprietario non ha designato un 'autorità di sorveglianza indipendente? Per dovere di cronaca diremo che nel 2006 sono state registrate 200 esecuzioni. Uno degli ultimi casi, il 19 settembre, è quello dell'attrice francese Maia Sirnon, 67 anni, che, affetta da un male incurabile, non riusciva più a sopportare il suo stato di vita e la sua umiliazione. Anche qui per beneficiare dei servigi Dignitas bisogna essere soci, con tessera annuale di Frs. 100. Gli attuali aderenti sono 5.000, sparsi in 50 paesi. La maggior parte stranieri, di cui circa l'80% tedeschi, i quali non potendo usufruire in patria di una legge permissiva in merito se ne vengono in Svizzera. Oppure, ma più di rado, se ne vanno in Belgio e in Olanda, unici paesi d'Europa a depenalizzare l'aiuto al suicidio. Le reazioni della gente comune sono comprensibili. In effetti ad esempio gli abitanti di Stafa e di Forch hanno reclamato presso le autorità. Non sopportavano il macabro corteo di persone che entravano nelle varie Dignitas in sedia a rotelle per le vie del paese e dopo due ore uscivano nella bara, trasportate via dai furgoni mortuari. Un vero e proprio turismo della morte. E talvolta per ovviare a questo pubblico macabro balletto si finisce per esercitare questa attività negli hangar, nei garage, negli scantinati. Sorge proprio la domanda se questa sia civiltà, e soprattutto dignità. Al di là della cronaca sul fenomeno è però doveroso aprire un dibattito sul valore della vita, della morte, delle modalità scelte per affrontare gli ultimi giorni. In un confronto sincero anche con l'etica del Vangelo.
Sull’argomento esiste una inchiesta condotta in Svizzera.
1) Lei si immagina di ricorrere al suicidio assistito? R.53% si, 35% no, 12% non so.
2) Bisogna permettere l’assistenza al suicidio assistito? R.53% solo in caso di necessità, 27% sì per principio, 15% no per principio, 5% non so.
3) La Svizzera deve continuare a tollerare il turismo della morte? R.54% deve essere proibito, 38% deve restare possibile, 8% non so.
4) Chi deve prendersi a carico il turismo della morte? R.45% Lo Stato negli istituti specializzati, 24% Organizzazioni private, 22%Lo Stato negli ospedali, 8% non so.
                                                                                                    
Autore:
Albino Michelin
19.10.2007

IL RITORNO ALLE MESSE IN LATINO: MEGLIO CREDERE SENZA CAPIRE

Il 14 settembre 2007 nella Basilica di Loreto il Cardinal Castrillon ha inaugurato ufficialmente la ricomparsa della messa in latino, in vigore obbligato dal Concilio di Trento (1560) ed abolita dal Concilio universale ecumenico (1965), dopo circa 4 secoli. Dicono le cronache essersi trattato anche di uno spettacolo alquanto inusitato. Fra nuvole d'incenso, casule scintillanti d'oro, tintinnar di campanelli, in una ritualità manieristica ed imbalsamata, in un culto degno della maestà divina (ma esiste ancora Sua maestà?) in un’aura i mistero, sacralità e sacrificio si sono dati convegno dame e cavalieri della confraternita dei Crocesegnati, con pesanti crocifissi sul petto, cavalieri di Malta eleganti e fieri pretini giovani ed imberbi in permanenza genuflessi davanti al Cardinal celebrante, nobildonne con la testa ricoperta da una veletta nera secondo l'uso delle nostre nonne e come oggi (sempre meno) in voga fra le tanto vituperate ragazze islamiche. Insomma un solenne tonfo nel passato, in un'apoteosi di pezzo d'opera come alla Scala di Milano. Questa del 14 settembre è stata per molti cattolici credenti una giornata di lutto. Ma tant'è. Il 7 luglio papa Ratzinger con un decreto speciale aveva permesso, anche se non imposto, un ritorno alla messa in latino, con l'aggiunta di qualche condizione di poco conto. Rammentava anche che non si trattava di due riti, uno antico e l'altro moderno, ma un doppio uso dello stesso rito. Ma ormai il ritorno del medioevo in questo e in altri ambiti della chiesa è scontato. Il sintomo che la chiesa anziché aprirsi al mondo si sta sempre più rinchiudendo e da esso difendendosi nelle sue sagrestie. Dialogo, confronto, cammino con questa travagliata umanità, tanto sollecitati da Papa Giovanni XXIII e da Paolo VI entrano nell'archivio dei bei ricordi di famiglia. Il colpo di freni azionato dal Pontefice Wojtyla e dal suo attuale successore sta diventando un retromarcia. Dunque chi desidera potrà ancora frequentare una messa in cui si parla latino, una lingua morta, stramorta e sepolta, in cui il prete volta la schiena al popolo alla faccia del galateo e soprattutto delle regole della buona comunicazione e della convivialità, in cui il sacerdote celebra per conto suo, indisturbato e solitario. Il plenum dei vescovi e dei teologi del mondo nel Concilio ecumeni aveva definito che la messa non è un sacrificio sacerdotale, ma un evento comunitario. Ora ognuno ritorna ai fatti propri, al suo Dio. Sentimento di riverenza e di ammirazione, recupero del sacro e del numinoso, mistero della trascendenza, queste le ragioni di coloro che hanno voluto il rilancio delta messa medioevale Indubbiamente c'è del positivo, nulla di sacrilego, ognuno può pregare Dio a modo suo. Ma la cena del Signore (la nostra messa delle origini) aveva tutt'altra struttura e ben diversa finalità.
                                                             I veri motivi.
Molto semplici. Si trattava di recuperare l'ala destra del Cattolicesimo, i conservatori, i tradizionalisti, il cui leader fu 40 anni fa il vescovo francese Lefebvre sospeso dalle sue funzioni nel 1976 in quanto rifiutò il Concilio ecumenico e le sue riforme. Non si diede per vinto, fondò Istituti e preti al suo seguito e venne scomunicato nell'88. Imperterrito continuò nella sua marcia trionfale e il Vaticano si spaventò. Le due parti scesero a patti a mollare di più fu la gerarchia cattolica. Il motivo di fondo dunque risiede nel desiderio di ricuperare l'unità della chiesa pure nel compromesso di accettare pluralismo di riti e di espressioni. Un'osservazione però, molto pensante e legittima, ci viene dall'altra componente della chiesa cattolica, quella degli innovatori, i quali lamentano perché lo stesso trattamento di aggregazione non avviene nei loro confronti. Come mai anzi i teologi della liberazione specie del Sud America (la terra è di tutti e non solo dei dittatori), quelli dell'inculturazione del cristianesimo nei diversi popoli, quelli d'avanguardia nella esegesi Bibbia, quelli che un domani probabilmente avranno anticipato correttamente il futuro e a cui fra qualche secolo si chiederà mea culpa, sono stati tolti dall'insegnamento e messi in quarantena?
                  Anziché alla messa del Medioevo perché non tornare alla messa di Gesù.
Dal momento che si è fatto un'operazione di retromarcia, invece di fermarsi a metà strada si sarebbe potuto fare un'operazione radicale e andare alle origini, alla Cena di Gesù. Quella sì che dovrebbe costituire un modello delle nostre messe. Di fronte a cui si potrebbero utilmente mettere in discussione tante cose, anacronismi e barocchismi, formalismi e ruotismi delle nostre messe lungo la storia e anche attuali. Si noterà ad esempio che molte componenti secondarie non appartenevano all'ultima Cena, e molte essenziali sono state criptate. Le nostre messe sono figlie dell'impero romano, da esso ereditate, allorché nel 313 d.C. Costantino affidò alla chiesa la gestione del potere ed il cristianesimo diventò religione di stato. Prendiamo ad esempio l'abbigliamento, della messa attuale. Tunica bianca, stola, casula o mantellina del prete, mitra dei prelati, tiara del papa erano le vesti ufficiali degli addetti e delle autorità imperiali. In effetti molte nostre messe e pontificali per quanto concerne look e decorazione sono la fotocopia delle liturgie imperiali. Nell'ultima cena invece Gesù vestì dignitoso e sobrio l'abito di tutti i giorni. Si trattava di un convivio o banchetto non di una parata militare o trionfale. Una cena dove Gesù prima di sedersi a tavola ha lavato i piedi ai commensali, non ha esigito né genuflessioni e tanto meno nuvole d'incenso. Prendiamo la lingua. Il latino divenne la lingua ufficiale della messa perché era la lingua ufficiale dell'impero. Parlata e accessibile solo ai magnati della cultura, incomprensibile ed   esclusa al popolo. Indubbiamente un certo vantaggio pure ce l'aveva: quello d dare alle varie chiese sparse nel territorio di allora il senso della comunità e dell'unione. Un po’ come oggi l'inglese diventato la lingua dell'internet e della globalizzazione. Ma Gesù nell'ultima cena non usò la lingua dell'impero (il latino), nemmeno quella comune (l’ebraico), ma parlò l'aramaico, cioè il dialetto locale. Voleva farsi capire, e non semplicemente adorare nel mistero, voleva comunicare direttamente faccia a faccia, e non con la schiena girata agli invitati. Prendiamo il luogo. Da Costantino in poi per la messa noi usiamo spazi sacri ad hoc, quelli che un tempo erano riservati alle reggie dell’imperatore. Le basiliche, case del re, con aule, navate, colonne imponenti divennero proprietà della chiesa. Lungo i secoli essa elaborò queste sedi con stili diversi e abbiamo pure meravigliose opere d’arte, come le cattedrali d’Europa e pure molti edifici sacri dei nostri paesi. Gesù invece nell’ultima cena non usò i locali del tempio, non volle spazi sacri e tanto meno calici d’oro, ma scelse il piano superiore di una spaziosa casa di amici perché per lui la chiesa è la comunità e dove la comunità si riunisce là è la chiesa, là essa celebra la cena del Signore. Si tratti di una pianura verde, di un colle fiorito, di una riva del lago. Per questo dopo Gesù i primi cristiani celebravano la messa nelle loro case.
             Messa in latino: scompare la santa cena, si enfatizza il sacrificio della croce.
Prendiamo il pane. Oggi noi facciamo la messa con le particole, dette ostie che sono sì di frumento, ma sembrano foglioline plastificate. Cioè hanno perso la pregnanza visiva, il simbolo del pane, un cibo che significa sacrificio, dono, condivisione. Tant’è vero che se Gesù avesse celebrato la cena altrove, invece del pane avrebbe usato il cibo simbolico del luogo: col riso nel Tibet, con la noce di cocco in Polinesia. E in quella cena Gesù prese il pane, lo distribuì, e raccomandò di fare la stesso in sua memoria. Ecco perché i primi cristiani il pane consacrato se lo portavano poi a casa e lo distribuivano ai poveri. Oggi invece si va a prendere la comunione, si mette la testa fra le mani, si esce di chiesa e ciascuno pensa ai fatti propri. Con chi abbia compiuto il suo dovere proprio non si capisce. Prendiamo il ruolo, cioè la persona del celebrante. Il prete oggi è la figura eminente e preminente nella messa, ma il vero ed unico sacerdote è solo Gesù che rivive l'ultima cena con la sua comunità. Nella messa, specie in quella latina, il prete è figura solitaria, senza comunità o con una comunità spesso ridotta a museo delle cere. Dal Concilio di Elvira (306 d.C.) in poi il prete deve essere soprattutto celibe, decisione allora presa più per motivi economici che non evangelici. Lo sposato deve mantenere moglie e figli, con il finanziamento della "ditta". Ma Gesù nell'ultima cena accettò apostoli e discepoli così com'erano, celibi e sposati, e non ha fatto del celibato una condizione indispensabile per celebrare la messa. E sarebbe ben da studiare il ruolo della donna nella comunità di Gesù per garantirsi proprio se egli non volesse donne preti. Un passo in avanti: prendiamo la parola "sacrificio". Il Concilio di Trento (1560) scomunica chi non crede che la messa sia il sacrificio in croce di Gesù. Ed anche oggi si ripete che questo sacrificio si rinnova ad ogni celebrazione. E lo si illustra anche con descrizioni un po' sadiche, come nel film di Mel Gibson, fiumi di sangue, torture, una vera mattanza. E sulle credenze delle antiche religioni, greco romana, pagane, ebraica non esclusa, si spiega che Dio Padre si è placato alla vista del sangue del figlio e ha salvato questo disgraziato mondo dall’inferno. Messaggio necrofilo, cultura del sacrificio che molto contribuì a tenere i poveri e gli incolti in soggezione. E di qui l’obbligo di frequentare la messa festiva, sotto pena di peccato mortale o quasi. Ma Gesù nell’ultima cena ha abolito ogni sacrificio umano delle religioni pagane, ogni sacrificio di animali in onore a Dio. E disse che l’unico sacrificio è fare la sua volontà, e che l’unico sacrificatore e sacerdote è lui con l’abolizione di qualsiasi doppione. La cena del Signore, la prima messa è stata un banchetto in cui il sacrificio dall’immolare le vittime è passato alla condivisione del pane. Condividere nella storia il pane della santa cena è d’ora in poi il vero sacrificio della croce. La messa diventa così non la rievocazione di un crocefisso, ma la celebrazione del Gesù risorto e del vivente in mezzo a noie possiamo andare avanti all’infinito con le esemplificazioni. Il decreto di Ratzinger di poter celebrare la messa in latino, di ritornare così al Medioevo, ci lascia nascosti tanti aspetti della cena del Signore di 2 mila anni fa, che invece si sarebbero potuti affrontare, approfondire, divulgare se ci fosse stato concesso l’OK per ritornare alle origini. Ci si è fermati a metà strada, e col latino addirittura in un vicolo cieco.
                           Organizzare un revival annuale della messa in latino
Premesso che ognuno di noi può pregare nella lingua che vuole, premesso pure che la messa non è una forma di preghiera individuale ma un sacro banchetto comunitario, si potrebbe anche per rispetto ai cattolici cultori dell'antico e delle private tradizioni fissare nel calendario liturgico della chiesa un fine settimana annuale in tutta la cattolicità ed organizzare libere celebrazioni secondo il rito tridentino con tutto l'apparato del tempo: abbigliamento sontuoso, linguaggio, turiboli, armamentario, musica classica polifonica e gregoriana. Certo più che la cena del Signore sarà un'occasione per il piacere della vista, dell’udito, delle emozioni estetiche interiori, un po' sullo stile delle opere liriche. Una volta tanto, come occasione annuale ci può stare. Così con questo compromesso si accontenta tutti. Andare oltre creerebbe solo evasioni e divisioni. Anche perché troppe messe in latino avrebbero senso se si riuscisse a ricreare l'ambiente culturale, sociale, umano del tempo, cioè del Medioevo. Ma di grazia ci sembra rispetto dei diritti dell'uomo oggi ripetere le imprecazione del cinquecentesco messale latino contro i "perfidi giudei" e pregare per la loro conversione? Ritorna l'antisemitismo. Sul quotidiano” Metro" destinato ai giovani ho letto un dibattito sul tema che ci riguarda: la chiesa sta andando sempre più lontano dalla gente. E a noi che ci consideriamo addetti ai lavori dispiace veramente.

Autore:
Albino Michelin
05.10.2007

CARA CHIESA CATTOLICA ORGANIZZACI UN FISCO-DAY

Sabato 12 maggio 2007 un milione ed oltre di italiani hanno manifestato per le vie di Roma a favore della famiglia fondata sul matrimonio e contro le coppie di fatto, etero ed omo­sessuali, nonché gridato la loro esigenza affinché il Governo elargisca sostegni adeguati a favore dei figli, sia per la quantità come per la qualità. Facciamo più figli, e diamo più soldi per la loro istruzione e educazione. Giusto: ben detto. Ma da dove li prendiamo sti benedetti soldi? Una sola risposta c'è: dal contributo fiscale di tutti cittadini. Si comincia da qui creando alla base una coscienza civica e legalità sia da parte della chiesa, come da parte della politica. Battere tamburo pro Family-day mettendo in processione donne col pancione, fantolini con pampers e biberon, neonati imbottiti dentro gli zainetti portati sulle spalle dei loro babbi è tutto folclore turistico.
                             Una chiesa troppo muta di fronte alla illegalità diffusa.
Qui si colloca l'intervista di Romano Prodi, capo del Governo e “cattolico adulto" agli inizi di agosto apparsa sulla rivista "Famiglia Cristina" il   5.08.07. Come punto di riferimento   per questa tematica vale la pena citarla anche qui.  "Un terzo degli italiani evade le tasse, e questo è inammissibile.  Per cambiare mentalità occorre che tutti a partire dagli educatori facciano la loro parte, scuola e chiesa comprese. Perché quando vado a messa questo tema non è quasi mai toccato nelle omelie? Eppure ha  una  forte  carica  etica. Possibile che su 40 milioni di contribuenti solo trecentomila dichiarano più di 100 mila euro all'anno? Facciamo tutti il nostro dovere e tutti potremo pagare di meno e la comunità avrà le risorse necessarie per dare sollievo e slancio all'Italia specie alle classi e alle istituzioni più disagiate, cioè aggiungiamo noi alle famiglie, ai pensionati, alla sanità, ai giovani, alla scuola, ecc. Se un terzo degli italiani sono evasori ed un terzo lucra servizi a sbaffo, come di fatto risulta, vuol dire che i tanti o pochi servizi sociali sono possibili perché gli altri due terzi pagano per tutti.” All'intervista di Prodi, apriti o cielo, si è scatenata l'ira di mezza Italia e anche la gerarchia cattolica è entrata in fibrillazione. Qui non ci interessa l'affermazione di un politico, quanto piuttosto l'affermazione di un credente. Perché se ci perdiamo nel dibattito politico non se ne esce più.  E' scontato che   l'intervista non sia stata digerita dalle destre cattoliche né dai parlamentari della UDC (che nel nostro caso potrebbe tradursi con "Unione divorziati cattolici"), la maggior parte dei quali vivono con le famiglie di origine allo sfascio ma feroci oppositori alle coppi di fatto. Per dire quanta ipocrisia circoli nel cattolicesimo italiano. Tipo Elisabetta Gardini, che conoscerà lo statuto del Grande Fratello più dei dettami del Vangelo, e che ti va ad ironizzare sul fatto che il cattolico adulto Prodi si permetta di dare lezioni di etica persino alla chiesa e dettare regolette ai prete per la buona omelia. La gentile divorziata o convivente Elisabetta si legga il Diritto canonico e i documenti del Concilio Ecumenico e vi troverà dei buoni consigli per esprimere la propria opinione alla chiesa in merito alla sua competenza e ai suoi legittimi desideri. Più costruttivo ci sembra l'intervento di un lettore inviato dalla stampa: "Anch'io come tanti andiamo in chiesa ed effettivamente di fronte a certe insopportabili colate di melassa sentimentale-teologica verrebbe voglia di suggerire al predicatore di leggere la lettera di Paolo ai Romani (13,7): "Rendete a ciascuno ciò che è dovuto, a chi il tributo il tributo, a chi le tasse le tasse, a chi il rispetto il rispetto ".
                                             I distinguo della chiesa italiana
Inizialmente nel dibattito che ne scaturì abbiamo registrato una posizione pro-fisco (rappresentata da don Mazzi), con pochi aderenti. Una contraria, rappresentata da don Baget Bozzo, ed una né bianca né nera, cioè grigia, rappresentata dal Vescovo di Chieti Mons. Forte, nei confronti della quale non si è registrato nessun dissenso da parte dei prelati italiani. Don Mazzi: "noi preti dovremmo essere più attenti ai problemi del paese.  Se noi cattolici facessimo sempre il nostro dovere, certo che l’Italia sarebbe migliore". Don Baget Bozzo, consigliere spirituale di Berlusconi: "evadere le tasse per un cristiano non è peccato, non si infrange nessun precetto. E' giusto che la chiesa inviti a pagare i tributi, ma questo resta nella libertà di arbitrio dei cristiani.  E' il cattolico a dire quanto è giusto, secondo lui pagare per aiutare la comunità. Lo stato non può imporre niente. La chiesa non si può trasformare nell'agenzia del Ministero delle Finanze". Ma qui siamo in pieno relativismo, è un invito a nozze per metterci il turbo alla fantasia degli italiani evasori. Posizione grigia e latitante resta quella di Mons. Forte: "La nostra gente ha una fondamentale onestà che vorrebbe però vedere riflessa a livello di leggi: La chiesa è cauta nel condannare l'evasione in quanto l'uso delle imposte non risulta equo al cittadino''.  Sulla stessa posizione il Cardinal Bertone, Segretario di Stato Vaticano (versione prima) il quale tende a scaricare sui parlamentari. Si sono aumentati il loro stipendio. Sperperi per enti fasulli e per realtà parassitarie. Oppure lo stesso Cardinale (versione seconda, il 26 agosto al Meeting di Rimini per Comunione e Liberazione): "Tutti dobbiamo fare il nostro dovere e pagare le tasse secondo Ieggi giuste a favore dei poveri e dei più deboli". Qui la risposta andrebbe data per parti. Intanto parla una chiesa italiana che gode di tutti i privilegi inimmaginabili e possibili, tacitamente sostenuta dagli italiani contribuenti, fra cui anche una percentuale di non cattolici. Ad esempio: gli immobili della Chiesa sono esenti dall'Ici (bonus del Governo Berlusconi), gli enti commerciali pure perché fatti passare sotto finalità di culto. Cioè basta che un supermercato della chiesa si costruisca una cappellina all'ingresso o nel retro dello stabile per essere esente dal fisco. Nel contesto di Rimini il Card. Bertone non dice di 6 miliardi di euro elusi al fisco in agevolazioni fiscali dagli enti ecclesiastici. Bello sarebbe stato sentire un Cardinale che avesse detto: "Ragazzi le tasse dobbiamo pagarle tutti, da domani incominciamo anche noi''. La solita versione un po' sbiadita del Vangelo, niente che riverberi la sua tempra "sovversiva" e il suo potente spirito di solidarietà. Una chiesa che mette e toglie gli insegnanti di religione con l'obbligo allo Stato di stipendiarli, però esclude nello stesso tempo il finanziamento agli insegnanti di altre religioni. Una chiesa che gestisce il gettito tasse 0,8 per mille, circa un miliardo di euro l'anno, con resoconti a tutto tondo e con impieghi talvolta discutibili, vedi interessi parapolitici.  Una chiesa che mette sulla groppa dello Stato italiano 1.230 cappellani militari con lo stipendio da ufficiali, più un vescovo con il mensile da Generale d'armata, quando basterebbe un sacerdote del luogo dove è funzionante una caserma per espletare le richieste pastorali. Si dà cioè qui l'impressione che la chiesa una volta sistemata la sua "bottega" non si cura più di tanto di costruire nell'ambiente una vera coscienza sociale. Di qui si capisce anche il motivo per cui parecchi cattolici cominciano a devolvere lo 0,8 per mille ad altre istituzioni sociali, come i Valdesi. L'affermazione poi "pagare le tasse secondo leggi giuste" diventa un po' riduttiva se si riferisce ad una classe (ingiusta) di politici corrotti. Il dovere fiscale dovrebbe essere assoluto, indipendentemente dai governati di turno, in quanto questi sono espressione della mentalità e della coscienza (pulita o sporca) dei cittadini. Cioè i nostri capi frodano perché escono da un popolo abituato a frodare. E se così fosse si dovrebbe da parte della chiesa insegnare e testimoniare una legalità a tutto campo, in alto fra gli onorevoli e in basso fra la gente, nelle istituzioni ecclesiastiche e nella società laica.  Se no con questo ragionamento non si dovrebbe allora nemmeno fare più le offerte in chiesa in quanto, vacci a vedere se il clero le usa secondo leggi giuste. La chiesa cattolica nordamericana ha sprecato miliardi di dollari per sanare le piaghe dei preti pedofili, allorché a risarcire avrebbero dovuto essere i colpevoli stessi. Sarebbe corretto usare le offerte dei fedeli a questo scopo? Lo stesso ragionamento andrebbe fatto in politica al riguardo del fisco. Ma qui si nicchia, c'è troppa latitanza.  Persino Vittorio Missori, amplificatore mediatico della tradizione cattolica dà ragione ad una certa chiesa con l’affermazione: "il cattolico ha diritto alla legittima difesa.". Cioè di esentarsi dalle tasse. Si nicchia perché se il nr. 2409 del nuovo catechismo condanna l'evasione fiscale è talmente scritto in piccolo che bisogna inforcare gli occhiale per trovarne la citazione. E poi non basta scrivere lettera morta, per obbligo formale. Bisogna anche battersi come si fa contro l 'aborto, contro l'eutanasia, contro le coppie di fatto. Allora si svegliano le coscienze e il confronto si fa vivace. Trapela che anche il papa pubblicherà un enciclica sull'evasione fiscale. Adesso cominciano a muoversi un po' tutti, perché sollecitati da altri fronti, che non sono quelli interni alla chiesa stessa. Meglio così, meglio tardi che mai.
                                Gli evasori fiscali sono i veri killer dello Stato
Anche Gesù ha pagato le tasse senza tanti distinguo (Mt 17,27). Certo da allora i tempi sono cambiati, ma su quel comportamento si fonda l'obbligo fiscale, più che non sulle esternazioni del “cattolico adulto" Prodi. E quindi sì auspica una nuova pedagogia pastorale da parte della chiesa. Ci si aspetta cioè che quando ogni prete fa l'esame di coscienza ai suoi fedeli non continui a chiedere: "ti sei masturbato e quante volte?" ma cominci con la domanda delle domande: "hai evaso le tasse e di quanti euro?". Discorsi del genere sono quasi superflui in Svizzera. Perché da una parte esiste una democrazia del "tutti per uno e uno per tutti", che quando propone un referendum per l 'aumento delle tasse viene accolto plebiscitariamente. E poi, cosa importante, perché la religione protestante ci ha abituati (pure noi cattolici italiani) a cominciare dalla coscienza personale, dal rispetto verso tutti anche pagando le tasse. I protestanti svizzeri ci sorridono spesso: "Ah, voi avete la confessione e quindi evadete frequente e vi confessate più frequente. E poi cominciate da capo"· Quando c'è una vera coscienza non la si può barare. Con la coscienza all'italiana invece si può sempre e senza tanti scrupoli. Di qui si passa allo Stato che deve andar giù di brutto contro gli evasori. In una ricca città del nord sono stati chiusi due negozi per mancata emissione di scontrini fiscali. Dopo qualche giorno l'emissione è aumentata del 100%. In un baleno rientrati 10 milioni di euro. In due comuni del bresciano un agente finanziario ha fatto rientrare dagli evasori in un anno 250 mila euro. E poi tolleranza zero contro i mega scandali dei vari Valentino Rossi, campioni dello sport, gente dello spettacolo. Infine per scuotere l'ambiente ci auguriamo l'organizzazione di un grande "Fisco-day" a livello nazionale sul modello del "Family-day" del 12.5.07. Così ricuperiamo tanti soldini anche a beneficio delle famiglie fondate sul matrimonio. Una bella manifestazione promossa dai vari Pezzotta, Binetti, Buttiglione, Casini, Berlusconi, col tam-tam di Radio Maria. Tutti a sfilare, anche i vescovi, ovviamente senza mitra e senza pastorale, senza auto di scorta, guardie del corpo e buttafuori, ma con tanta convinzione. La convinzione di chi vuole gridare a tutti che l'evasione fiscale è uno dei peccati sociali più gravi dell'Italia attuale.

Autore:
Albino Michelin
14.09.2007